Libertà di espressione o diffamazione?

Caso Corona: il sottile confine tra libertà di espressione e diffamazione

La libertà di espressione è uno dei diritti inviolabili previsti dalla Costituzione Italiana. A volte, però, bisogna prestare attenzione a non cadere nella diffamazione. 

Ormai è noto lo scan­da­lo che in que­sti mesi sta coin­vol­gen­do per­so­na­li­tà di spic­co del mon­do del­lo spet­ta­co­lo. Tut­to è ini­zia­to quan­do Fabri­zio Coro­na ha rive­la­to, nel suo pro­gram­ma di cro­na­ca e gos­sip “Fal­sis­si­mo”, alcu­ni retro­sce­na riguar­dan­ti Alfon­so Signo­ri­ni, sca­te­nan­do l’indignazione pub­bli­ca. L’ex-conduttore è cor­so ai ripa­ri que­re­lan­do Coro­na per dif­fa­ma­zio­ne e chie­den­do la rimo­zio­ne dei con­te­nu­ti dal­le piat­ta­for­me onli­ne.  

Ma quando, dal punto di vista del diritto, la libertà di espressione degenera in diffamazione?

Il dirit­to di mani­fe­sta­zio­ne del pen­sie­ro è tute­la­to dall’art. 21 del­la Costi­tu­zio­ne, che pre­ve­de la “liber­tà di dare e divul­ga­re noti­zie, opi­nio­ni, com­men­ti”; al con­tem­po, se ana­liz­zia­mo più a fon­do la nor­ma, tro­via­mo anche il dirit­to dei cit­ta­di­ni ad esse­re infor­ma­ti in modo diret­to e impar­zia­le. Da ciò si potreb­be dedur­re che, in que­sto caso, la que­re­la sia un modo per cen­su­ra­re la veri­tà legit­ti­ma­men­te rive­la­ta al pub­bli­co. In real­tà la Costi­tu­zio­ne stes­sa richia­ma impli­ci­ta­men­te dei limi­ti, in par­ti­co­la­re il dirit­to all’onore (l’articolo 2 tute­la i dirit­ti sog­get­ti­vi dell’individuo), per cui la divul­ga­zio­ne di un fat­to, anche se vero, deve rispon­de­re ad un inte­res­se degno di nota per esse­re con­si­de­ra­ta leci­ta e non fat­ti­spe­cie di reato.

Dun­que, sono ammes­se la cro­na­ca e la cri­ti­ca, ma solo su argo­men­ti di pub­bli­co inte­res­se per infor­ma­re i cit­ta­di­ni, e non allo sco­po di espor­re qual­cu­no al disprez­zo o all’umiliazione. 

Quan­do la liber­tà di paro­la oltre­pas­sa il limi­te, si incor­re nel­la dif­fa­ma­zio­ne, disci­pli­na­ta all’art. 595 del codi­ce pena­le che pre­ve­de addi­rit­tu­ra la reclu­sio­ne per la “comu­ni­ca­zio­ne di noti­zie, voci, apprez­za­men­ti che offen­do­no la repu­ta­zio­ne altrui”; non è nep­pu­re ammes­sa, come cau­sa di giu­sti­fi­ca­zio­ne, la pro­va del­la veri­tà o noto­rie­tà del fat­to — tran­ne in alcu­ne spe­ci­fi­che cir­co­stan­ze pre­vi­ste dal codi­ce. Dun­que non è leci­to divul­ga­re deter­mi­na­ti fat­ti, pur essen­do veri e pro­va­bi­li: ogni affer­ma­zio­ne pub­bli­ca che offen­de la repu­ta­zio­ne altrui vie­ne san­zio­na­ta in quan­to diffamazione.

In questo caso, perché si può prendere in considerazione la diffamazione?

Coro­na ha dif­fu­so infor­ma­zio­ni rovi­nan­do, di fat­to, la repu­ta­zio­ne di un per­so­nag­gio pub­bli­co all’unico sco­po di attrar­re audien­ce: ben­ché abbia addot­to nume­ro­se pro­ve del­le sue affer­ma­zio­ni pub­bli­can­do le chat pri­va­te degli inte­res­sa­ti, la veri­tà dei fat­ti non è suf­fi­cien­te ad evi­ta­re la dif­fa­ma­zio­ne. Come abbia­mo visto, la dif­fu­sio­ne di infor­ma­zio­ni a dan­no di un indi­vi­duo, indi­pen­den­te­men­te dal­la veri­tà o fal­si­tà di que­ste, costi­tui­sce reato.

Inol­tre, si trat­ta di infor­ma­zio­ni lon­ta­ne dal pub­bli­co inte­res­se per­ché ine­ren­ti al gos­sip, non alla cro­na­ca, e costi­tui­sco­no una vera e pro­pria vio­la­zio­ne del­la privacy.

Cer­ta­men­te i fat­ti divul­ga­ti pos­so­no aver rive­la­to dei com­por­ta­men­ti su cui sen­si­bi­liz­za­re i cit­ta­di­ni. Tut­ta­via, se il fine fos­se sta­to l’esclusiva tute­la del­le vit­ti­me, il cana­le più appro­pria­to sareb­be sta­to il ricor­so alla magi­stra­tu­ra fin dall’inizio: gli atti giu­di­zia­ri sono pub­bli­ci e chiun­que avreb­be potu­to scri­ve­re arti­co­li e pun­ta­te di pod­ca­st. Inol­tre, attra­ver­so inda­gi­ni uffi­cia­li, le chat — che coin­vol­go­no diret­ta­men­te anche le vit­ti­me — non sareb­be­ro sta­te rese note al pub­bli­co se non nel­la par­te del con­te­nu­to rile­van­te all’inchiesta. Insom­ma, lo scan­da­lo sareb­be venu­to alla luce ugual­men­te, ma sen­za l’esclusiva.

Arti­co­lo di Camil­la Mezzadri

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