Orlando va in scena al Piccolo Teatro

Un viaggio tra epoche e convenzioni sociali, dove la letteratura diventa vita

Tra lettere d’amore e pagine che piovono dal cielo, l’adattamento diretto da Andrea De Rosa restituisce la forza visionaria di Virginia Woolf. Un monologo che parla di libertà, desiderio e identità. 

Il 17 feb­bra­io il Pic­co­lo Tea­tro ha ospi­ta­to Orlan­do, l’adattamento tea­tra­le del cele­bre roman­zo di Vir­gi­nia Woolf, tra­dot­to da Nadia Fusi­ni, con la dram­ma­tur­gia di Fabri­zio Sini­si e la regia di Andrea De Rosa.

Sul pal­co, sola pro­ta­go­ni­sta, Anna Del­la Rosa – recen­te­men­te insi­gni­ta del Pre­mio Hystrio, del Pre­mio Duse e del rico­no­sci­men­to dell’Asso­cia­zio­ne Nazio­na­le Cri­ti­ci di Tea­tro – affron­ta la straor­di­na­ria sfi­da di incar­na­re un per­so­nag­gio che attra­ver­sa seco­li, iden­ti­tà e passioni.

Lo spet­ta­co­lo pren­de spun­to dal rap­por­to tra Vir­gi­nia Woolf e Vita Sac­k­vil­le-West, musa e aman­te del­la scrit­tri­ce. Woolf, in una let­te­ra del 9 otto­bre 1927, scri­ve­va: «Sup­po­ni che Orlan­do si rive­li esse­re Vita […] ti sec­ca?». Vita accet­tò di diven­ta­re «ogget­to, musa, model­lo e inter­lo­cu­tri­ce» di uno dei roman­zi più ori­gi­na­li del Nove­cen­to. Pro­prio da que­sto dia­lo­go inti­mo nasce la scel­ta, da par­te del regi­sta Andrea De Rosa e del dram­ma­tur­go Fabri­zio Sini­si, di intrec­cia­re alla tra­ma del roman­zo fram­men­ti del car­teg­gio Scri­vi­mi sem­pre a mez­za­not­te tra le due scrittrici.

«Nasce così Orlan­do, secon­do Fabri­zio Sini­si “la più spe­ri­co­la­ta let­te­ra d’a­mo­re che la sto­ria ricor­di”: un omag­gio e un atto di gio­ia offer­to a una don­na e al mon­do», comu­ni­ca la ras­se­gna stam­pa del­lo spettacolo.

Identità e convenzioni

In sce­na, Anna Del­la Rosa inter­pre­ta con straor­di­na­ria vita­li­tà la dop­pia natu­ra del pro­ta­go­ni­sta: nato uomo nel XVI seco­lo, vis­su­to per più di quat­tro­cen­to anni, infi­ne tran­si­ta­to nel femminile.

Il mono­lo­go attra­ver­sa epo­che e tra­sfor­ma­zio­ni, pas­san­do dal­la cari­ca ado­le­scen­zia­le del gio­va­ne Orlan­do alla gra­zia del­la sua iden­ti­tà di don­na. «Il mio esse­re uomo e poi don­na sta nel mio atteg­gia­men­to: pochi truc­chi, tut­to sot­to gli occhi del­lo spet­ta­to­re», spie­ga l’attrice.

L’at­tri­ce dà voce alla cri­ti­ca alle con­ven­zio­ni socia­li: «Se la vista del­le mie cavi­glie può cau­sa­re la mor­te di un onest’uomo, il qua­le avrà, sen­za dub­bio, una moglie e dei figli da man­te­ne­re, è neces­sa­rio che io per amor dell’umanità le ten­ga coper­te». E anco­ra: «Tut­to quel­lo che mi sarà per­mes­so, dopo che sarò sbar­ca­ta in Inghil­ter­ra, sarà di ser­vi­re il tè e di chie­de­re ai signo­ri ospi­ti come lo preferiscono».

Fra­si che rive­la­no, con leg­ge­rez­za taglien­te, il peso e l’as­sur­di­tà del­le rego­le impo­ste alle don­ne. Per il regi­sta Andrea De Rosa, Orlan­do è un invi­to a «viag­gia­re nel­lo spa­zio e nel tem­po, a oltre­pas­sa­re quel­lo stec­ca­to che ci tie­ne impri­gio­na­ti nel­la trap­po­la dell’identità, del maschi­le, del fem­mi­ni­le e del­le con­ven­zio­ni che sono il frut­to del tem­po in cui viviamo».

La scenografia

La sce­no­gra­fia è essen­zia­le, ma sug­ge­sti­va: al cen­tro di una diste­sa ver­de si erge un tron­co di una quer­cia sen­za chio­ma, che Rober­to Mus­sa­pi defi­ni­sce «l’albero del­la vita, l’archetipo a cui l’attrice cer­ca di abbrac­ciar­si, disperatamente».

Un ele­men­to sor­pren­den­te sono i fogli bian­chi che pio­vo­no dal sof­fit­to, come pagi­ne pron­te a esse­re scrit­te, sim­bo­lo del­le vite che la let­te­ra­tu­ra per­met­te di vivere.

Con il pro­ce­de­re del­lo spet­ta­co­lo, quei fogli si mol­ti­pli­ca­no sem­pre di più, fino a diven­ta­re un tor­ren­te inar­re­sta­bi­le che rico­pre il pra­to; Del­la Rosa vi dan­za sopra, leg­gia­dra, fino a esser­ne som­mer­sa in un’immagine di gran­de poten­za visiva.

È uno spet­ta­co­lo da lasciar­si attra­ver­sa­re, dove la gra­zia, l’energia e la vita­li­tà di Anna Del­la Rosa ren­do­no Orlan­do non solo un roman­zo in sce­na, ma un vero inno alla vita e alla liber­tà dell’essere.

E for­se è pro­prio que­sto il cuo­re del­lo spet­ta­co­lo: come ricor­da Mus­sa­pi, «Vita non è solo il nome del­la don­na ama­ta, è la rispo­sta del tea­tro alla dispe­ra­zio­ne».

Con­di­vi­di:
Chiara Cardella
Stu­den­tes­sa di Let­te­re, appas­sio­na­ta di let­tu­ra e scrit­tu­ra. Aman­te dei viag­gi e del­la sco­per­ta di cose sem­pre nuo­ve, sogno di tra­sfor­ma­re la mia curio­si­tà in una car­rie­ra gior­na­li­sti­ca. Cre­do che ogni sto­ria meri­ti di esse­re ascol­ta­ta e condivisa.

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