A quattro anni dall’invasione russa dell’Ucraina, tante sarebbero le riflessioni. Invece, ci pare più giusto – e rispettoso – indagare la questione attraverso le parole di chi è direttamente coinvolto. Di chi, purtroppo, deve farci i conti ogni giorno.
Il centro operativo dell’Associazione Zlaghoda è un vecchio capannone ai margini di Bergamo. Entrandoci, stupisce la grande quantità di scatoloni contenenti vestiti, viveri e materiale utile da spedire in Ucraina. In un’area dell’edificio, tre signore pongono pezze di tessuto bianco, verde e marrone su delle reti. Ci viene spiegato da Olga Golovchak che stanno costruendo delle “mimetiche da inviare al fronte. Lavorano ogni giorno dalle sette del mattino fino alle undici di sera, con una piccola pausa per del tè caldo e qualcosa da mangiare”.

In quel momento ci rendiamo conto che le signore indossano, come Olga, vestiti molto pesanti, con cappelli e guanti. All’interno c’è la stessa temperatura dell’esterno; sono circa le quattro e mezza di pomeriggio e non immaginiamo il freddo di fine giornata.
In pochi istanti quel luogo, che pur trovandosi nella stessa città in cui molti di noi hanno vissuto per tutta la vita, ci immerge in una dimensione tetra. È la guerra, che tocca qualcuno che finora ne aveva solo sentito parlare.
“Putin deve essere fermato. Non voglio lasciare la guerra a mia figlia”
Chi è Olga Golovchak?
Presidente dell’associazione Zlaghoda, ne fa parte dal 2021 quand’essa aveva uno scopo prettamente culturale. Con l’inizio dell’invasione l’organizzazione ha assunto un’ampia dimensione di volontariato per aiutare la popolazione, inviando quanto più materiale utile.
Insieme alla figlia, Olga è in Italia da quindici anni. Arrivata inizialmente per lavoro, rimane “colpita dalla libertà e dal grande valore di umanità” che trova nel Bel Paese:
“Non credevo di rimanere qui, ma quando mia figlia iniziò a frequentare la scuola notai la grande attenzione per i bambini e il senso di solidarietà verso il prossimo, come accadde quattro anni fa: molte persone chiamavano per un supporto morale, tante bandiere ucraine svolazzavano sui balconi e la gente portava ogni ben di Dio per aiutare”.
Dopo quattro anni di guerra, qual è l’umore degli ucraini in patria e in Italia?
“Se ripenso alla prima manifestazione ricordo che mi tremava la voce dalla paura. La gente scappava da tutto il Paese perché non si sapeva fino a dove si sarebbero spinti con i bombardamenti”.
“Siamo stanchi. Non mi vergogno di esserlo e non immagino come potrebbero sentirsi le persone che sono là. Non dormono la notte per le sirene che annunciano i bombardamenti, ma la mattina devono comunque alzarsi e andare a lavorare. Sono sfiniti anche per l’inverno, che quest’anno è davvero troppo duro, con temperature fino a 28 gradi sottozero. Pensate, in Europa nel 2026 la gente muore ancora di freddo”.
“Dall’Italia, non vivendo la loro situazione, non posso dir loro di tenere duro, ma so che, pur essendo esausti, non vogliono mollare. Non c’è la volontà unanime di arrendersi, né qua né in Ucraina”.
Ha percepito in questi quattro anni la presenza della propaganda russa?
“Tantissimo. Ma era presente già dal 2014. Molta gente dimostra la propria ignoranza e basta. La propaganda russa esiste in ogni aspetto e si ripercuote sull’opinione pubblica, influenzandola in maniera subdola”.
“Potremo cominciare a combatterla quando inizieremo a indicare la Russia come un paese aggressore e terrorista. Dobbiamo dire le cose come stanno: non è un conflitto, è una guerra a tutti gli effetti. […] Noi (ucraini e russi, ndr) non siamo uguali. C’è un aggressore e una vittima; anche senza scavare troppo nella storia si capisce che non siamo affatto uguali”.
“A differenza dei paesi Baltici, dove, alla terza volta che inneggi alla Russia ti multano o, se straniero, ti mandano via, in Italia non accade nulla se supporti attivamente il regime di Putin. Dovrebbe essere punibile, perché è un fascismo a tutti gli effetti”.
Come vede il futuro? Pensa sia prossima una soluzione?
“Ho paura. E l’elezione di Trump in America l’ha accresciuta. Mi dispiace, ma sono molto pessimista. Durerà ancora: Putin non si fermerà in Ucraina e se dovesse farlo sarebbe solo una pausa per rafforzarsi e ricominciare. Non credo nei patti, ne avevamo già firmato uno nel ‘94 e le ‘garanzie’ si sono rivelate inesistenti; mi si gela il sangue pensando che il destino di un terzo del paese sia deciso con delle firme a tavolino”.
“La Russia ha trasformato la sua economia per supportare la guerra, c’è davvero qualche adulto che crede che Putin si fermerebbe? Che magicamente tornerebbe a produrre trattori? Che lui non si fermi io ne sono convinta”.
“Putin deve essere fermato, non voglio lasciare la guerra a mia figlia, ai giovani. Devono poter contare su un futuro diverso e finché lui non verrà fermato questo futuro non ci sarà”.
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