Gli Stati Uniti hanno inaugurato il nuovo anno con un’operazione che non solo rischia di minare il precario equilibrio dell’arena globale e delle dinamiche di diritto internazionale, ma produce anche importanti conseguenze per la popolazione venezuelana e dei paesi confinanti.
L’intervento statunitense
L’azione militare condotta dagli Stati Uniti, culminata con l’estradizione del presidente venezuelano, ha immediatamente ridefinito gli equilibri politici del Venezuela e ha aperto una fase di profonda incertezza regionale. Maduro è stato catturato a Caracas insieme alla moglie Cilia Flores nel corso di un’operazione che ha incluso bombardamenti mirati e l’impiego di asset navali. Lo scopo era proprio rimuovere il dittatore venezuelano, al governo da 12 anni e prosecutore della politica di Hugo Chavez, al potere dal 1999.
Il presidente Trump ha descritto questo intervento come il trionfo degli sforzi del governo americano contro il narcotraffico. Molti speculano, ragionevolmente, che gli interessi del presidente americano risiedano più in profondità: all’incirca 7000 metri sotto il livello del mare, dove si trovano le ricchissime riserve petrolifere venezuelane.
Le conseguenze dell’operazione militare
Il governo statunitense ha descritto l’operazione come una risposta alla lunga deriva autoritaria del chavismo operata da Maduro, motivando il proprio intervento come una vera e propria imposizione di una transizione democratica nel paese. Quest’obiettivo si pone in totale continuità con i desideri del popolo venezuelano stesso – quello rimasto in patria e i milioni emigrati durante gli anni di regime – che dopo l’estradizione del presidente ha festeggiato in esultanza.
Meno divulgate sui media sono state le conseguenze materiali dell’operazione. Il Ministro della Difesa venezuelano, Vladimir Padrino López, ha denunciato la morte di civili e militari durante i bombardamenti sulla capitale, annoverando circa 100 morti e 100 feriti causati dagli attacchi che avrebbero colpito non solo obiettivi strategici, ma anche aree densamente popolate. Tra queste erano presenti anche vittime cubane: il governo dell’Avana ha confermato la morte di propri cittadini impegnati nella protezione del presidente venezuelano, condannando l’azione statunitense come una violazione della sovranità di uno Stato alleato.
Le bombe su Caracas hanno avuto un impatto significativo anche sull’edilizia urbana, aggravando una situazione già compromessa da anni di crisi economica e carenze strutturali. I bombardamenti si sono lasciati alle spalle una scia di detriti e strutture pericolanti: molti quartieri già precari dal punto di vista infrastrutturale hanno riportato edifici danneggiati o distrutti.
Protagonisti invece dei media internazionali sono stati i festeggiamenti: cori di «hijo de puta» nelle strade di Caracas scanditi al ritmo di pentole e padelle, ma dopo le celebrazioni per i cittadini venezuelani poco è cambiato in positivo. Osservando con più attenzione, i sentimenti contrastanti riguardo all’ingerenza americana non riflettono solo l’opinione pubblica internazionale, ma anche quella degli stessi cittadini venezuelani.
Il Venezuela dopo Maduro
Dopo la cattura di Maduro, il controllo del paese è passato alla vicepresidente Delcy Rodríguez. Tuttavia, la Costituzione venezuelana le impedisce di succedere automaticamente al presidente rimosso, imponendo l’indizione di elezioni entro 30 giorni. Una scadenza che incombe su un governo ad interim fragile e privo di una chiara legittimazione politica.
I mandanti di questa azione ambivalente nell’arena internazionale non mostrano di avere un piano concreto per il controllo del Venezuela post-Maduro.
Quattro giorni dopo l’operazione di rimozione del presidente, l’amministrazione Trump ha annunciato un accordo fatto con il governo ad interim di Caracas sul petrolio, che secondo il dipartimento dell’Energia americano dovrebbe avvantaggiare sia il Venezuela sia l’America. Sono stati omessi dal governo americano ulteriori dettagli sulla misura della divisione dei guadagni dell’accordo fra i due Stati.
I pericoli per i cittadini venezuelani
TIME Magazine – grazie ad interviste a venezuelani disposti a raccontare la loro esperienza in anonimato – riporta il timore di molti di essere perseguitati dal nuovo governo per la contentezza espressa, cosa che li potrebbe condannare all’incarcerazione. E non in una prigione qualunque: El Helicoide, una struttura del centro di Caracas nota dagli anni ‘80 come il centro della repressione politica violenta del regime chavista. Questo timore sta portando molti dei cittadini a sbarazzarsi di telefoni e fotografie per paura di essere spiati, o fermati per strada e controllati dai Colectivos Chavistas, gruppi militari fedeli al regime deposto.
Questi pericoli non sono percepiti solo dai Venezuelani, al punto che il governo statunitense ha allertato i cittadini americani in Venezuela di lasciare il paese, spiegando il pericolo che i Colectivos Chavistas pongono a chiunque mostri solidarietà con gli Stati Uniti.
I cittadini venezuelani rimangono le vittime maggiori: già provati da anni di instabilità – dal 2014 circa otto milioni di persone hanno lasciato il paese, dando vita a uno dei più grandi esodi della storia recente dell’America Latina – secondo l’OCHA, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari, ad oggi almeno un quarto della popolazione necessita di urgente aiuto umanitario.
L’instabilità del governo rischia di causare una guerriglia tra bande militari
Il rischio maggiore è che alla persistente crisi umanitaria si sommino nuovi conflitti interni. Di fronte al vuoto di potere lasciato da Maduro, sono molteplici le forze contendenti: anche fra chi già è al potere, regge una fragile alleanza fatta di taciti consensi. Da un alto Rodriguez, che ha preso il potere ad interim, continuando l’ondata chavista lasciata da Maduro, dall’altro le forze armate, i cui esponenti di più alto grado sono Diosdado Cabello, Ministro degli Interni e Vladimir Padrino Lopez, Ministro della Difesa.
La risposta civile in America Latina, però, è stata caratterizzata per anni dalla guerriglia delle bande militari, che si distinguono per ideologie e fini, dai più noti e numerosi, ai meno.
L’instabilità del governo ad interim potrebbe favorire la nascita di nuove armadas criminales o l’espansione di gruppi armati stranieri, come l’ELN colombiane, all’interno dei confini venezuelani e aumentare il terrore che già pervade le strade del Venezuela. Questo confine è particolarmente teso, al punto che il presidente Colombiano Gustavo Petro ha dichiarato lo stato di emergenza e ha mandato truppe e assistenza umanitaria alla confluenza.
Non è chiaro se la cattura di Nicolas Maduro segnerà o meno un punto di svolta per la storia politica venezuelana e se la dittatura chavista si possa dire estirpata o solo cambiata, e con essa anche le risposte militari delle forze contrastanti. Il futuro del Venezuela dipenderà non solo da chi eserciterà il potere nelle prossime settimane, ma dalla capacità — finora assente — di trasformare un’operazione militare in un processo politico legittimo, inclusivo e orientato alla ricostruzione del paese.

Lascia un commento