Dal 17 al 22 marzo 2026, il Piccolo Teatro Studio Melato di Milano ha ospitato una nuova messa in scena di Antigone, nella versione di Jean Anouilh tradotta da Andrea Rodighiero e rivisitata da Roberto Latini, che interpreta anche il ruolo della protagonista.
Lo spettacolo non ripropone pedissequamente il mito sofocleo: Anouilh, scrivendo nel 1942 sotto l’occupazione nazista, trasforma la tragedia in un’allegoria della resistenza e della responsabilità individuale, facendo emergere il conflitto tra legge e coscienza, obbedienza e dissenso. Una tensione che resta viva anche nella rilettura di Roberto Latini.
Fin dall’inizio è chiaro che non si tratta di una rilettura tradizionale. Non c’è una Tebe riconoscibile. La scena è spoglia, quasi astratta: sabbia, oggetti quotidiani, microfoni, televisori, un telefono, una fermata dell’autobus…
I costumi e gli oggetti non appartengono a un tempo preciso: mescolano elementi contemporanei e suggestioni più astratte, creando un effetto di straniamento coerente con l’impianto generale.
Antigone e Creonte
A colpire è soprattutto la scelta sugli interpreti principali. Antigone ha la fisicità e la voce di Roberto Latini: presenza solida, timbro profondo, un’energia che attraversa tutta la scena; Creonte, interpretato da Francesca Mazza, si muove invece su un registro opposto, più contenuto e misurato, con una voce calma e pacata.


Uno degli elementi più riusciti dello spettacolo è l’uso della voce. I microfoni non sono un semplice supporto tecnico, ma diventano parte integrante della scena: amplificano, deformano, avvicinano o allontanano le parole. Il risultato è un continuo gioco sonoro in cui le battute si sovrappongono, rimbalzano nello spazio e arrivano allo spettatore in modo diretto, quasi fisico. “Di Antigone, Anouilh non ha riscritto le parole, ha scritto la voce”.
Antigone e Creonte non sono più semplici opposti archetipici, ma due figure contaminate, specchi l’una dell’altra, portatrici di un peso tragico interiore. Antigone è spinta dall’irrefrenabile impulso di seppellire il fratello Polinice, non per sfidare la legge, ma perché la pietà e il principio etico la guidano. Sa che andrà incontro alla morte, ma non arretra, anche quando il senso della sua scelta sembra vacillare. Creonte, al contrario, non è un tiranno inflessibile: è un uomo stanco, consapevole, che agisce più per dovere che per convinzione. Governa come si farebbe un lavoro qualsiasi, portando sulle spalle il peso delle conseguenze.
Tra i due non c’è solo scontro, ma anche vicinanza: si gridano contro, ma si cercano e si abbracciano; si oppongono, ma si comprendono. Il conflitto diventa così qualcosa di profondamente umano, interno prima ancora che politico.
La sepoltura di Polinice
La sepoltura di Polinice muove l’intera vicenda. Antigone è uscita di notte, e lo spettatore lo intuisce subito, prima ancora che venga detto: il letto è freddo e i piedi sono sporchi. Il gesto è compiuto, e con esso qualcosa si è già spezzato. Ma proprio nel momento in cui viene nominato, quel gesto perde consistenza. Creonte lo svuota, lo riduce, fino a renderlo quasi irrilevante: il corpo insepolto, lasciato ai cani e agli uccelli, potrebbe essere quello del fratello. A quel punto, ciò che resta non è l’efficacia dell’azione, ma la sua irrevocabilità. Antigone non si sacrifica per ottenere qualcosa, né per cambiare davvero l’ordine delle cose. Resta dentro ciò che ha fatto, senza possibilità di ritrattare. È questo a definirla: non il risultato del gesto, ma la decisione di non sottrarsi alle sue conseguenze.
Il peso delle azioni
Anche Ismene (Silvia Battaglio) è portatrice di questo peso tragico interiore. Durante la rappresentazione si trasforma: da presenza inizialmente marginale, quasi marionetta, diventa testimone e complice della scelta della sorella. Il dramma, così, si rivela anche relazionale: le decisioni di ciascuno ricadono inevitabilmente sugli altri.

Il Prologo lo afferma fin dall’inizio: ciascuno dovrà “recitare la propria parte fino in fondo”. Dentro questo vincolo si apre lo spazio più inquietante: quello della responsabilità. Perché, se è vero che i ruoli sembrano assegnati, è altrettanto vero che ogni gesto, ogni parola, ogni esitazione resta una scelta che definisce chi siamo.
Antigone e Creonte non possono sottrarsi a ciò che accade, ma sono comunque chiamati ad assumerne il peso. Il loro conflitto non riguarda solo la legge o la morale, ma il peso stesso dell’agire, l’impossibilità di restare neutrali. Anche chi osserva, come Ismene o lo spettatore, è chiamato in causa: non scegliere è già una scelta.
In un finale silenzioso e suggestivo, le televisioni sul palco si accendono una alla volta, mostrando le parole: «tutte le scelte che hai fatto – e quelle che non hai fatto – ti hanno portato adesso qui», lasciando allo spettatore il peso di riflettere sulle decisioni, sulle omissioni e sul peso dell’agire.

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