Aristofane va in scena al Teatro Litta

Gli Uccelli come utopia e potere

Dal 24 febbraio al 15 marzo il Teatro Litta ha ospitato Gli Uccelli, rilettura scenica della celebre commedia di Aristofane con regia di Filippo Renda. Tra ritualità corale, simboli visivi e musica, lo spettacolo mette in scena la parabola di Spietaldo: dalla fuga dalla città degli uomini alla costruzione di un nuovo potere. Una riflessione sorprendentemente attuale sul rapporto tra utopia, libertà e dominio.

Dal 24 feb­bra­io al 15 mar­zo il pal­co­sce­ni­co del Tea­tro Lit­ta ha ospi­ta­to Gli Uccel­li, rilet­tu­ra sce­ni­ca del­la cele­bre com­me­dia di Ari­sto­fa­ne, con dram­ma­tur­gia e regia di Filip­po Ren­da.

Lo spet­ta­co­lo, pro­dot­to da Mani­fat­tu­re Tea­tra­li Mila­ne­si e inse­ri­to nel Pro­get­to Madre con il con­tri­bu­to di Fon­da­zio­ne Cari­plo, si inse­ri­sce in quel filo­ne tea­tra­le con­tem­po­ra­neo che sce­glie di con­fron­tar­si con i gran­di testi del­la tra­di­zio­ne non per ripro­por­li in for­ma musea­le, ma per riat­ti­var­ne la poten­za sim­bo­li­ca e politica.

La trama: dall’evasione al potere

Scrit­ta e rap­pre­sen­ta­ta nel 414 a.C. duran­te le Dio­ni­sie ate­nie­si, Gli Uccel­li è una del­le com­me­die più visio­na­rie e para­dos­sa­li di Aristofane.

Al cen­tro del­la vicen­da si tro­va­no due cit­ta­di­ni ate­nie­si, Pise­te­ro ed Evel­pi­de, stan­chi e disil­lu­si dal­la vita nel­la loro cit­tà. La polis appa­re loro come uno spa­zio sof­fo­can­te, domi­na­to da con­flit­ti poli­ti­ci, ambi­zio­ni e riva­li­tà; un luo­go in cui, per usa­re un’espressione che attra­ver­sa la tra­di­zio­ne inter­pre­ta­ti­va dell’opera, “non si respi­ra”.

Spin­ti da que­sto sen­so di fru­stra­zio­ne, i due deci­do­no di fug­gi­re da Ate­ne e met­ter­si alla ricer­ca di un luo­go dove poter vive­re in modo più sem­pli­ce e sere­no, all’insegna del­la pace, lon­ta­ni dal­le com­pli­ca­zio­ni del­la vita poli­ti­ca e sociale.

Il loro viag­gio li con­du­ce dagli uccel­li e dal loro sovra­no, l’Upupa, crea­tu­ra che, aven­do attra­ver­sa­to il mon­do in volo, cono­sce ogni ter­ra e ogni città.

Il dia­lo­go con gli uccel­li apre pro­gres­si­va­men­te una pro­spet­ti­va del tut­to inattesa.

Pise­te­ro pro­po­ne infat­ti una solu­zio­ne radi­ca­le: inve­ce di cer­ca­re un luo­go sul­la ter­ra, per­ché non fon­dar­ne uno nuo­vo nel cie­lo? Nasce così il pro­get­to di Nubi­cu­cu­lia, una cit­tà sospe­sa tra cie­lo e ter­ra, pun­to di con­trol­lo tra il mon­do degli uomi­ni e quel­lo degli dei.

La fan­ta­sia uto­pi­ca, tut­ta­via, si tra­sfor­ma ben pre­sto in un pro­get­to di domi­nio. Pise­te­ro, rino­mi­na­to­si Spie­tal­do, con­vin­ce gli uccel­li che essi furo­no la pri­ma stir­pe a regna­re sul mon­do, anco­ra pri­ma degli dei olimpici.

For­ti­fi­can­do il cie­lo e bloc­can­do i fumi dei sacri­fi­ci che gli uomi­ni offro­no alle divi­ni­tà, la nuo­va cit­tà può pri­va­re gli dei del loro nutri­men­to e costrin­ger­li alla resa.

La situa­zio­ne cul­mi­na con l’arrivo di una dele­ga­zio­ne divi­na — Posei­do­ne, Era­cle e il dio bar­ba­ro Tri­bal­lo — che scen­de a trat­ta­re la pace. Pise­te­ro sfrut­ta l’occasione per con­so­li­da­re il pro­prio pote­re: accet­ta la fine del­le osti­li­tà solo a con­di­zio­ne che gli uccel­li ven­ga­no rico­no­sciu­ti come nuo­vi sovra­ni del cie­lo e che egli stes­so pos­sa spo­sa­re Basi­leia, per­so­ni­fi­ca­zio­ne del­la sovranità.

La psicologia di Spietaldo

Il regi­sta Ren­da con­ti­nua il suo dia­lo­go con i clas­si­ci, dopo lavo­ri dedi­ca­ti a Le Bac­can­tiMedea, sce­glien­do di “met­ter­li in sce­na non come patri­mo­nio da custo­di­re, né per attua­liz­zar­li”, ma come mate­ria­li tea­tra­li capa­ci di par­la­re “dell’essere uma­no pri­ma che diven­ti psi­co­lo­gia, pri­ma che diven­ti opi­nio­ne”: “Un tea­tro che non spie­ga i com­por­ta­men­ti, ma li espo­ne”.

Una del­le scel­te regi­sti­che più signi­fi­ca­ti­ve riguar­da infat­ti l’ingresso in sce­na di Spie­tal­do. Il per­so­nag­gio appa­re fin dall’inizio ben­da­to: non cono­sce il luo­go in cui si tro­va, inciam­pa, per­de l’equilibrio, vie­ne tra­sci­na­to e gui­da­to da pre­sen­ze che non può vedere.

Per Ren­da que­sto momen­to non è psi­co­lo­gi­co, ma fisi­co: pri­ma anco­ra di cono­sce­re il per­so­nag­gio e le sue idee, lo spet­ta­to­re osser­va un cor­po diso­rien­ta­to, che ha per­so il con­trol­lo del­lo spazio.

Il tea­tro, sug­ge­ri­sce il regi­sta, comin­cia pro­prio da qui: “quan­do il cor­po smet­te di domi­na­re l’ambiente e deve impa­ra­re ad ascoltarlo”.

Spietaldo: la parabola del potere

La ben­da diven­ta allo­ra il segno di una fuga – quel­la dal mon­do degli uomi­ni – ma anche di un affi­da­men­to. All’inizio, infat­ti, è la comu­ni­tà degli uccel­li a gui­dar­lo e a soste­ner­lo nel suo smar­ri­men­to. Con il pro­ce­de­re del­la vicen­da que­sto equi­li­brio si incri­na. Spie­tal­do abban­do­na la ben­da, con­qui­sta pro­gres­si­va­men­te il con­trol­lo del­la situa­zio­ne e fini­sce per assu­me­re su di sé il pote­re. “Era nes­su­no, ora è più di un tita­no”, reci­ta un ver­so del coro.

Dall’idea di “tro­va­re un posto” si pas­sa a quel­la di “costrui­re una cit­tà”, poi di “gover­nar­la”, di “difen­der­la” e infi­ne di “domi­nar­la”.

La para­bo­la del per­so­nag­gio non rac­con­ta dun­que un tiran­no già com­piu­to, ma il pro­ces­so attra­ver­so cui si diven­ta tali qua­si sen­za accor­ger­se­ne.

A ogni pas­so ver­so il pote­re Spie­tal­do per­de qual­co­sa: una rela­zio­ne, un lega­me, la fidu­cia degli altri. Fino a ritro­var­si com­ple­ta­men­te solo, con la pro­pria voce che rim­bom­ba nel vuo­to: “Sei sali­to tan­to in vet­ta che sen­ti solo l’eco del­la tua larin­ge”, reci­ta il coro.

Il coro degli uccelli

Gli uccel­li sono inter­pre­ta­ti da quat­tro attri­ci – Maria Canal, Simo­na De Leo, Lisa Mignac­ca ed Eleo­no­ra Mina – e costi­tui­sco­no la pre­sen­za cen­tra­le del­lo spet­ta­co­lo. Nei momen­ti musi­ca­li appa­io­no ben­da­ti, una scel­ta sce­ni­ca che raf­for­za la dimen­sio­ne ritua­le e col­let­ti­va del grup­po. Il loro movi­men­to non è indi­vi­dua­le, ma cora­le: una comu­ni­tà che agi­sce come orga­ni­smo uni­co, in cui non esi­sto­no gerar­chie né rap­por­ti di domi­nio, capa­ce di affer­ma­re anco­ra l’idea di un mon­do “sen­za schia­vi né padroni”.

Anche i costu­mi con­tri­bui­sco­no a defi­ni­re que­sta visio­ne: gli uccel­li sono tut­ti vesti­ti di nero, indi­stin­ti. In net­to con­tra­sto emer­ge la figu­ra di Spie­tal­do, che indos­sa abi­ti bian­chi e por­po­ra: colo­ri che lo sepa­ra­no visi­va­men­te dal grup­po e ne sot­to­li­nea­no pro­gres­si­va­men­te la cen­tra­li­tà, fino a tra­sfor­mar­lo in una pre­sen­za iso­la­ta rispet­to alla comu­ni­tà che ini­zial­men­te lo ave­va accolto.

La musi­ca accom­pa­gna costan­te­men­te la dimen­sio­ne cora­le degli uccel­li e ne gui­da il movi­men­to sce­ni­co. Nei momen­ti musi­ca­li, le attri­ci dan­za­no come un orga­ni­smo uni­co, evo­can­do il volo degli uccel­li. La dimen­sio­ne di uno spa­zio tra ter­ra e cie­lo è inol­tre sug­ge­ri­ta dal fumo che inva­de la sce­na, sug­ge­ren­do la pre­sen­za del­le nuvole.

L’ambivalenza dell’utopia

Die­tro la tipi­ca iro­nia, l’opera di Ari­sto­fa­ne nascon­de una rifles­sio­ne sor­pren­den­te­men­te luci­da sul­la natu­ra del pote­re e sul­le ambi­va­len­ze dell’utopia.

Il desi­de­rio ini­zia­le — sot­trar­si a una socie­tà per­ce­pi­ta come oppri­men­te e costrui­re un luo­go dove vive­re in modo più auten­ti­co e sem­pli­ce — è pro­fon­da­men­te com­pren­si­bi­le. Eppu­re con­tie­ne in sé una con­trad­di­zio­ne: la cit­tà degli uccel­li nasce come alter­na­ti­va alla poli­ti­ca degli uomi­ni, ma fini­sce rapi­da­men­te per ripro­dur­ne le stes­se logi­che di domi­nio.

Nel­la tra­sfor­ma­zio­ne del pro­ta­go­ni­sta risie­de uno dei nuclei più iro­ni­ci e pro­fon­di del­la com­me­dia: la fuga dal­la cit­tà non eli­mi­na la dimen­sio­ne poli­ti­ca dell’esistenza, ma fini­sce sol­tan­to per ripro­dur­la sot­to for­me diverse.

Gli Uccel­li si rive­la così mol­to più di una sem­pli­ce fan­ta­sia tea­tra­le. È una rifles­sio­ne para­dos­sa­le e acu­ta sul rap­por­to tra liber­tà e pote­re, tra uto­pia e ambi­zio­ne, tra il sogno di eva­de­re dal mon­do e la ten­ta­zio­ne, pro­fon­da­men­te uma­na, di dominarlo.

Pro­prio per que­sto, a più di due­mi­la anni dal­la sua com­po­si­zio­ne, la com­me­dia con­ti­nua a par­la­re con sor­pren­den­te effi­ca­cia anche al pub­bli­co contemporaneo.

Con­di­vi­di:
Chiara Cardella
Stu­den­tes­sa di Let­te­re, appas­sio­na­ta di let­tu­ra e scrit­tu­ra. Aman­te dei viag­gi e del­la sco­per­ta di cose sem­pre nuo­ve, sogno di tra­sfor­ma­re la mia curio­si­tà in una car­rie­ra gior­na­li­sti­ca. Cre­do che ogni sto­ria meri­ti di esse­re ascol­ta­ta e condivisa.
Alexia Ioana Branzea
Un’a­ni­ma in tem­pe­sta, vado erran­do tra gli stu­di uma­ni­sti­co-lin­gui­sti­ci, le arti mar­zia­li e le escur­sio­ni in mon­ta­gna. In par­ti­co­la­re, amo dilet­tar­mi nel­la com­po­si­zio­ne di pro­se e poe­sie in diver­se lin­gue ed opi­na­re sul­le tema­ti­che che più mi stan­no a cuore.

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