BookAdvisor, i consigli di lettura di marzo

Bookadvisor, consigli di lettura di marzo

Il 5 di ogni mese, libri per tutti i gusti: BookAdvisor è la rubrica dove vi consigliamo ciò che ci è piaciuto di recente, tra novità e qualche riscoperta.


Martire! di Kaveh Akbar, La nave di Teseo (2024) – recensione di Camilla Gommaraschi

Un disa­stro aereo su un volo di linea ira­nia­no, abbat­tu­to per erro­re dal­la mari­na ame­ri­ca­na, nes­sun super­sti­te. Tra le 290 vit­ti­me c’è il nome di Roya, la madre di Cyrus, la moglie di Alì. Una fami­glia spez­za­ta, che dopo que­sto even­to non sarà più la stes­sa. Soprat­tut­to il pic­co­lo Cyrus che, già dall’età di due anni, deve fare i con­ti con la mor­te, ma, soprat­tut­to, con il dolo­re di chi è rima­sto. Una feri­ta che non si rimar­gi­ne­rà mai e che segne­rà pro­fon­da­men­te la sua vita, fat­ta di incer­tez­za, dipen­den­ze e precarietà.

Mar­ti­re! è un roman­zo del poe­ta ira­nia­no-sta­tu­ni­ten­se Kaveh Akbar, che per la pri­ma vol­ta si dedi­ca alla nar­ra­ti­va. È un esor­dio poten­te e sug­ge­sti­vo, che ha riscos­so anche un ampio suc­ces­so, tan­to che il «New York Times» lo ha inse­ri­to nei miglio­ri libri del 2024. Non è la sto­ria solo di Cyrus, ma è una sto­ria fami­lia­re, che rac­con­ta la vicen­da di una fami­glia sra­di­ca­ta dal suo luo­go d’origine e tra­pian­ta­ta in un con­te­sto diver­sis­si­mo, non per la pro­pria volon­tà, ma per cau­se di for­za mag­gio­re. Vie­ne affron­ta­to il tema dell’immigrazione e del­la dif­fi­col­tà di esse­re un ira­nia­no nel­la socie­tà ame­ri­ca­na, in cui l’identità indi­vi­dua­le fini­sce per intrec­ciar­si ine­vi­ta­bil­men­te con pre­giu­di­zi e pau­re. In real­tà, Cyrus vive una con­di­zio­ne qua­si di apo­li­de, non con­si­de­ran­do­si – né vie­ne con­si­de­ra­to – pie­na­men­te ira­nia­no (in quan­to cre­sciu­to negli Sta­ti Uni­ti) né ame­ri­ca­no (essen­do nato in Iran).

Altro filo con­dut­to­re del roman­zo, come sug­ge­ri­sce il tito­lo, è la rifles­sio­ne sul con­cet­to di mar­ti­re – e sul cul­to del­la mor­te, cen­tra­le nel­la cultura/religione ira­nia­na – che per­mea tut­te le pagi­ne del volu­me. Vi è un’analisi pro­fon­da intor­no al con­cet­to del­la mor­te, sul per­ché vivia­mo, su come dovrem­mo mori­re. Emer­ge un desi­de­rio visce­ra­le di dare un sen­so alla pro­pria vita anche per cer­ca­re di ricu­ci­re lo strap­po lascia­to dal­la per­di­ta del­la madre, mor­ta per l’irrompere di una for­za estra­nea più gran­de di lei. A que­sto si lega, infat­ti, un’analisi luci­da e impie­to­sa, che guar­da alle con­di­zio­ni poli­ti­co-socia­li a cui sia­mo lega­ti fin dal­la nostra nasci­ta. Mar­ti­re! è un roman­zo mol­to poli­ti­co, ma anche intro­spet­ti­vo e imma­gi­ni­fi­co, capa­ce di dise­gna­re imma­gi­ni pro­fon­da­men­te evocative.


Il libro dei segreti di Anna Mazzola, Giunti (2025) – recensione di Camilla Gommaraschi

1659, Roma. La cit­tà si sta anco­ra ripren­den­do da una fero­ce epi­de­mia di peste, ma gli uomi­ni con­ti­nua­no a mori­re, sep­pur in modo più miste­rio­so. I cada­ve­ri non si decom­pon­go­no come dovreb­be­ro, anzi, sem­bra­no con­ser­var­si per­fet­ta­men­te. A Roma si dif­fon­de una gran pau­ra, ma soprat­tut­to un laten­te sospet­to: può trat­tar­si di stre­go­ne­ria? Nel­la cit­tà papa­le que­sto dub­bio è anco­ra più peri­co­lo­so. Di con­se­guen­za, il papa­to inca­ri­ca il magi­stra­to Ste­fa­no Brac­chi di con­dur­re un’inqui­si­tio. Sarà capa­ce di sco­pri­re la veri­tà e, allo stes­so tem­po, di rima­ne­re fede­le ai pro­pri principi?

Libe­ra­men­te ispi­ra­to a una sto­ria vera, il Libro dei Segre­ti alter­na tre pun­ti di vista: Ste­fa­no, Anna, moglie di un arti­sta fal­li­to le cui delu­sio­ni si espri­mo­no nel­la vio­len­za, e Giro­la­ma, una don­na sici­lia­na esper­ta in oste­tri­cia e crea­zio­ne di rime­di erbo­ri­sti­ci. Le vicen­de del­le due don­ne met­to­no in luce l’altro lato del­la sto­ria. Gli uomi­ni stan­no moren­do, ma pro­prio a cau­sa di uno dei rime­di di Giro­la­ma, che ven­de segre­ta­men­te alle don­ne vit­ti­me di vio­len­za dome­sti­ca. Si trat­ta di un gial­lo ati­pi­co, in quan­to fin da subi­to il let­to­re sa cosa si nascon­de die­tro que­ste mor­ti sospet­te, ma non per que­sto è meno avvin­cen­te. Al cen­tro del roman­zo non vi è tan­to il miste­ro, quan­to, piut­to­sto, le que­stio­ni mora­li. Emer­go­no con for­za i dilem­mi che atta­na­glia­no Ste­fa­no nel cor­so del­la sua inda­gi­ne, così come le moti­va­zio­ni che spin­go­no le don­ne a sce­glie­re la solu­zio­ne estre­ma dell’omicidio, su cui il let­to­re è spin­to a inter­ro­gar­si profondamente.


La magia dei momenti no di Alison Espach, Bollati Boringhieri (2024) – recensione di Camilla Gommaraschi

Phoe­be ha sem­pre sogna­to di sog­gior­na­re al gran­de Cor­n­wall Inn di New­port, e final­men­te quel momen­to è arri­va­to. Ma non è la vacan­za che ave­va imma­gi­na­to. L’hotel, infat­ti, è inte­ra­men­te riser­va­to per un uni­co, son­tuo­so even­to: un matri­mo­nio. Ma Phoe­be non è lì per festeg­gia­re: ha inten­zio­ne di ucci­dersi. Negli ulti­mi anni tut­to sem­bra esser­le crol­la­to addos­so: una car­rie­ra uni­ver­si­ta­ria rima­sta in sospe­so, la mor­te del suo cane, diver­si abor­ti spon­ta­nei e, infi­ne, il mari­to che la lascia dopo decen­ni di vita insie­me. Quan­do appro­da al Cor­n­wall Inn è con­vin­ta di aver rag­giun­to il pun­to di non ritor­no. Tut­ta­via appe­na arri­va­ta incon­tra Lila, una sco­no­sciu­ta che sco­pre esse­re pro­prio la futu­ra spo­sa. Lila è deter­mi­na­ta a far sì che il suo matri­mo­nio sia per­fet­to, e la pre­sen­za di una don­na con inten­zio­ni sui­ci­de nel­lo stes­so hotel è l’ultima cosa di cui ha biso­gno. Così, in modo qua­si sur­rea­le, deci­de di veglia­re su Phoe­be per impe­dir­le di com­pie­re un gesto irre­pa­ra­bi­le. Tra le due nasce un’amicizia impro­ba­bi­le, fat­ta di con­fes­sio­ni, scon­tri e inat­te­se com­pli­ci­tà. Phoe­be ini­zia a mesco­lar­si agli invi­ta­ti, a osser­va­re le dina­mi­che fami­lia­ri e le cre­pe die­tro la fac­cia­ta pati­na­ta dell’evento. Poco alla vol­ta, si distrae dai suoi pen­sie­ri più cupi e risco­pre, qua­si suo mal­gra­do, il desi­de­rio di restare.

Il roman­zo mostra con un’ironia taglien­te, ma anche con deli­ca­tez­za come, anche nei momen­ti più bui, si pos­sa­no tro­va­re appi­gli inat­te­si nei luo­ghi e nel­le per­so­ne più impro­ba­bi­li, nei “momen­ti no” che, para­dos­sal­men­te, apro­no a nuo­ve pos­si­bi­li­tà. La più gran­de poten­za di que­sto roman­zo sta nei suoi per­so­nag­gi: Phoe­be, Lila, Gary… che han­no qual­co­sa in cui tut­ti pos­sia­mo rive­der­ci e rispec­chiar­ci. La fio­ri­tu­ra di un’amicizia impro­ba­bi­le tra due don­ne agli anti­po­di è il vero cuo­re del­la sto­ria e il moto­re emo­ti­vo del rac­con­to. Accan­to a que­sto si intrec­cia­no pro­met­ten­ti sfu­ma­tu­re roman­ti­che, momen­ti auten­ti­ca­men­te toc­can­ti e un’ironia che non bana­liz­za mai il dolo­re, ma lo ren­de più uma­no e quin­di più affron­ta­bi­le. Il roman­zo dimo­stra inol­tre una note­vo­le sen­si­bi­li­tà nel trat­ta­re il tema del­la salu­te men­ta­le, sen­za reto­ri­ca né mora­li­smi, ma con uno sguar­do luci­do e compassionevole.


L’antico amore di Maurizio de Giovanni, Mondadori (2025) – recensione di Jessica Rodenghi

Un poe­ta tor­men­ta­to del pri­mo seco­lo a.C. che aleg­gia in tut­to il roman­zo, un fil rou­ge che uni­sce le sto­rie dei tre pro­ta­go­ni­sti: lui stes­so, un pro­fes­so­re uni­ver­si­ta­rio inna­mo­ra­to dei ver­si anti­chi e un anzia­no per­so nei mean­dri del­la memo­ria. La vicen­da è costrui­ta con pre­ci­sio­ne, soprat­tut­to l’arco nar­ra­ti­vo lega­to al pro­fes­so­re, quan­do ina­spet­ta­ta­men­te incon­tra un’allieva che gli cam­bie­rà la vita.

Il tema ha por­ta­to De Gio­van­ni a un tono qua­si liri­co nel­le par­ti dedi­ca­te a Catul­lo, facen­do una spe­ri­men­ta­zio­ne di sti­le abba­stan­za riu­sci­ta, con­si­de­ran­do la car­rie­ra da gial­li­sta dell’autore. Allo stes­so modo tut­to il roman­zo è un gran­de scon­fi­na­men­to in ter­ri­to­rio nuo­vo, ma si pre­sen­ta come un dram­ma imper­fet­to. L’intensità del fina­le è tale che avreb­be for­se gio­va­to di un respi­ro nar­ra­ti­vo più ampio, per per­met­te­re al let­to­re di meta­bo­liz­za­re appie­no lo scio­gli­men­to del­la vicen­da. In defi­ni­ti­va, il roman­zo si offre come un’in­cur­sio­ne corag­gio­sa fuo­ri dal cano­ne del gial­lo, con­fer­man­do la capa­ci­tà di De Gio­van­ni di esplo­ra­re le fra­gi­li­tà uma­ne con una sen­si­bi­li­tà rinnovata.


Parti e omicidi di Murata Sayaka, edizioni e/o (2024) – recensione di Viviana Genovese

Quat­tro real­tà futu­re, quat­tro decli­na­zio­ni estre­me di vita, mor­te e ses­so. In Par­ti e omi­ci­di, rac­col­ta di rac­con­ti di Saya­ka Mura­ta, ciò che nel­la nostra socie­tà è con­si­de­ra­to tabù diven­ta nor­ma, anzi leg­ge. Il ses­so è rego­la­to, la ripro­du­zio­ne pia­ni­fi­ca­ta, la mor­te ammi­ni­stra­ta. Tut­to vie­ne pre­sen­ta­to come nor­ma­le, fino a diven­tar­lo dav­ve­ro e a svuo­tar­lo di significato.

Il pri­mo rac­con­to, che dà il tito­lo alla rac­col­ta, ruo­ta attor­no al “Siste­ma dei par­ti e degli omi­ci­di”: in que­sta socie­tà le don­ne che met­to­no al mon­do die­ci figli acqui­si­sco­no il dirit­to di ucci­de­re una per­so­na a loro scel­ta. Lo Sta­to rego­la e legit­ti­ma l’omicidio come incen­ti­vo alla nata­li­tà, tra­sfor­man­do la vio­len­za in pre­mio e la pro­crea­zio­ne in mone­ta di scam­bio. Più vita doni, più hai dirit­to di toglier­ne una. Un para­dos­so che fa riflet­te­re pro­fon­da­men­te su quan­to si pri­vi­le­gi la vita attra­ver­so la morte.

Gli altri tre rac­con­ti non sono col­le­ga­ti nar­ra­ti­va­men­te, ma con­di­vi­do­no lo stes­so mec­ca­ni­smo: spo­sta­re di pochi gra­di la bus­so­la mora­le e osser­va­re cosa acca­de. In Tria­de le rela­zio­ni polia­mo­ro­se diven­ta­no la nuo­va nor­ma gene­ra­zio­na­le; in Un matri­mo­nio puli­to il ses­so è con­si­de­ra­to un atto impu­ro da espel­le­re dall’unione coniu­ga­le; in Ulti­mi momen­ti di vita il sui­ci­dio è trat­ta­to con una sere­ni­tà buro­cra­ti­ca che inquie­ta più di qual­sia­si tra­ge­dia. In ogni sto­ria emer­ge il con­tra­sto tra un “nuo­vo mon­do” per­fet­ta­men­te fun­zio­nan­te e chi resta anco­ra­to a una visio­ne pre­ce­den­te, ricor­dan­do che la nor­ma­li­tà non è un valo­re asso­lu­to, ma dipen­de da ciò che la mag­gio­ran­za deci­de di accettare.

La scrit­tu­ra di Mura­ta è diret­ta, a trat­ti espli­ci­ta, volu­ta­men­te distur­ban­te. Non cer­ca scan­da­lo; costrui­sce siste­mi coe­ren­ti, che fun­zio­na­no pro­prio per­ché plau­si­bi­li, sen­za tiran­ni cari­ca­tu­ra­li o mora­li­smi espli­ci­ti. I rac­con­ti dia­lo­ga­no con que­stio­ni rea­li, come il calo demo­gra­fi­co in Giap­po­ne, e mostra­no un futu­ro che fun­zio­na secon­do nuo­ve rego­le, desta­bi­liz­zan­do il let­to­re. Così, ciò che appa­re mostruo­so diven­ta ordi­na­rio, e il disa­gio è ine­vi­ta­bi­le. Inol­tre, il tema del­la mor­te, costan­te­men­te sul­lo sfon­do, diven­ta un modo per inter­ro­gar­si con più luci­di­tà sul valo­re del­la vita. For­se, più di qual­sia­si altro tema, que­sta è la pro­vo­ca­zio­ne più poten­te del­la raccolta.

Un libro bre­ve ma inci­si­vo, adat­to a chi ama le disto­pie con­tem­po­ra­nee e le nar­ra­zio­ni capa­ci di met­te­re in discus­sio­ne i con­cet­ti di nor­ma­li­tà, desi­de­rio e giu­sti­zia.

Con­di­vi­di:
Camilla Gommaraschi
Stu­den­tes­sa di sto­ria curio­sa per natu­ra e con la testa sem­pre tra le pagi­ne: ado­ro leg­ge­re, rac­con­ta­re sto­rie e per­der­mi in nuo­vi mondi.
Jessica Rodenghi
Jes­si­ca, atti­va nel mon­do e nel­le socie­tà, per fare buo­na infor­ma­zio­ne dedi­ca­ta a tut­ti e tutte.
Viviana Genovese
Stu­den­tes­sa di Let­te­re Moder­ne e chiac­chie­ro­na per natu­ra. La curio­si­tà mi gui­da ver­so ciò che mi cir­con­da, e la paro­la scrit­ta è lo stru­men­to di espres­sio­ne che preferisco.
Nutro uno smi­su­ra­to amo­re per i viag­gi, il mare e l’ar­te in tut­te le sue for­me; ma amo anche esplo­ra­re nuo­vi mon­di attra­ver­so let­tu­re e film di ogni tipo, immer­gen­do­mi in diver­se real­tà e viven­do più vite.

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