Dubai. Un paradiso costruito a suon di censura

L’informazione negli Emirati Arabi Uniti

Dubai. Un paradiso costruito a suon di censura

La ritrattazione repentina degli influencer dopo il primo raid israelo-statunitense su Dubai non nasconde solo il loro attaccamento ai privilegi e ai piaceri che la città offre, ma è dovuta soprattutto ad una rigida legislazione attraverso cui lo stato emiratino filtra e plasma l’impeccabile immagine della città.

L’attacco di Sta­ti Uni­ti e Israe­le all’Iran, con l’apertura da par­te di quest’ultimo del nuo­vo fron­te bel­li­co regio­na­le sul Gol­fo, ha per­mes­so all’opinione pub­bli­ca euro­pea, al net­to del­la tra­ge­dia del­la guer­ra, di met­te­re in luce un feno­me­no per nul­la nuo­vo, ma total­men­te nor­ma­liz­za­to: il feno­me­no Dubai. Cit­tà del lus­so, del benes­se­re, un para­di­so fisca­le glo­ba­liz­za­to e post-capi­ta­li­sta – che ha sosti­tui­to il con­trat­to socia­le con con­trat­ti di ser­vi­zio – ma anche una cit­tà rac­con­ta­ta come la più sicu­ra tra tut­te, pro­prio gra­zie agli inte­res­si che essa rap­pre­sen­ta per i ric­chi e i poten­ti di tut­to il mon­do. Tale nar­ra­zio­ne è sem­bra­ta venir meno all’inizio del­la con­trof­fen­si­va di Tehe­ran agli ini­zi di mar­zo, che ha gene­ra­to il pani­co tra gli influen­cer, i qua­li con sto­ry, reel e Tik­Tok han­no lascia­to tra­pe­la­re un’immagine del­la cit­tà che non si dove­va mostra­re. Una Dubai debo­le, non più sicu­ra.

L’elemento pecu­lia­re di que­sta sto­ria non sta però nel­lo sgo­men­to di chi, da sem­pre pri­vi­le­gia­to, cre­de­va di non poter mai esse­re toc­ca­to dal con­flit­to («Non pen­sa­vo che avrei mai visto un cie­lo così a Dubai, non dovreb­be suc­ce­de­re qui» dice in un video pub­bli­ca­to quel­la not­te l’influencer Loui­se Star­key), ma nel suc­ces­si­vo e repen­ti­no ritor­no alla tra­di­zio­na­le nar­ra­zio­ne del­la cit­tà sere­na e inat­tac­ca­bi­le, da par­te degli stes­si per­so­nag­gi pub­bli­ci che sui social poche ore pri­ma si era­no mostra­ti ter­ro­riz­za­ti. «Io mi sen­to più sicu­ro qui che in Ita­lia», «Dubai è la cit­tà più sicu­ra al mon­do», han­no pre­sto det­to alcu­ni influen­cer ita­lia­ni. Tale ritrat­ta­zio­ne una­ni­me non si deve solo alla pau­ra di esse­re costret­ti dal­la guer­ra a far ritor­no in pae­si meno fiscal­men­te per­mis­si­vi, ma anche al rigi­do con­trol­lo sui con­te­nu­ti a cui i con­tent crea­tor di Dubai sono costretti.

La normazione del National Media Authority controlla, censura e indirizza i contenuti.

Vige negli Emi­ra­ti Ara­bi Uni­ti una sem­pre più rigi­da legi­sla­zio­ne sull’attività degli influen­cer e in gene­ra­le su «qual­sia­si atti­vi­tà media­ti­ca inte­sa come pro­du­zio­ne, cir­co­la­zio­ne, stam­pa o pub­bli­ca­zio­ne di con­te­nu­ti di comu­ni­ca­zio­ne», vol­ta al man­te­ni­men­to di un’immagine del­la cit­tà che non ne mostri le pro­fon­de frat­tu­re socia­li e che inco­rag­gi il turi­smo facol­to­so. La vio­la­zio­ne di que­sto codi­ce di nor­me costa la chiu­su­ra degli account, con la fine del­la car­rie­ra, o, appun­to, l’espulsione. Ed è for­se anche per que­sta ragio­ne che le nar­ra­zio­ni pro­ve­nien­ti da Dubai si sono pre­sto alli­nea­te in un elo­gio del­le capa­ci­tà bel­li­che e difen­si­ve del­la nazione.

Per svol­ge­re una qua­lun­que atti­vi­tà media­ti­ca a Dubai è neces­sa­rio paga­re una licen­za che, una vol­ta acqui­sta­ta, san­ci­sce defi­ni­ti­va­men­te il vaglio del Natio­nal Media Autho­ri­ty su tut­ti i con­te­nu­ti pub­bli­ca­ti. Tra le nor­me sul­la pri­va­cy e sull’obbligo di veri­di­ci­tà sui pro­dot­ti pro­mos­si, emer­go­no anche nor­me che pre­ve­do­no l’esaltazione del­la vita nel­la cit­tà e che ne vie­ta­no ogni cri­ti­ca o nar­ra­zio­ne alter­na­ti­va. Alcu­ni esem­pi sono: la leg­ge che impo­ne di «rispet­ta­re la sovra­ni­tà, i sim­bo­li e le isti­tu­zio­ni del Pae­se», oltre che «gli inte­res­si supre­mi degli Emi­ra­ti Ara­bi Uni­ti e del­la sua socie­tà» (Fede­ral Decree Law Regu­la­ting Media, Art. 17.2); quel­la che invi­ta ad «evi­ta­re di affron­ta­re que­stio­ni che potreb­be­ro dan­neg­gia­re le rela­zio­ni inter­na­zio­na­li degli Emi­ra­ti Ara­bi Uni­ti» (Art. 17.4); quel­la che inti­ma di «rinun­cia­re a dif­fon­de­re infor­ma­zio­ni che potreb­be­ro offen­de­re o com­pro­met­te­re l’unità nazio­na­le (…) e il siste­ma lega­le ed eco­no­mi­co dell’UAE» (Art. 17.6 e 17.9). Que­ste leg­gi han­no lo sco­po espli­ci­to di «gesti­re la repu­ta­zio­ne del pae­se e mostra­re i suoi suc­ces­si a livel­lo loca­le e inter­na­zio­na­le e di fare affi­da­men­to alla costan­te ed effi­cien­te pre­sen­za del gover­no in tut­ti gli spa­zi mediatici».

Qual è, allora, la vera Dubai?

Se la Dubai che noi cono­scia­mo è quel­la che ci vie­ne mostra­ta da influen­cer, ric­chi magna­ti, can­tan­ti in vacan­za e per­so­nag­gi pub­bli­ci che appar­ten­go­no all’entourage degli EAU, e se tut­ti costo­ro sono costret­ti, in un modo o nell’altro, a far­ne una costan­te pub­bli­ci­tà, qual è la vera Dubai? La doman­da è tan­to più disar­man­te quan­do si vie­ne a sape­re che la cit­tà dei ric­chi è anche la cit­tà di un 89% di emi­gra­ti, pro­ve­nien­ti soprat­tut­to da India, Paki­stan, Filip­pi­ne, Sri Lan­ka e Thai­lan­dia, che costi­tui­sco­no il 98% del­la for­za lavo­ro. E una rispo­sta risul­ta neces­sa­ria se si sa che dal 2015 gli Emi­ra­ti Ara­bi Uni­ti vie­ta­no l’in­gres­so a esper­ti per la tute­la dei Dirit­ti Uma­ni. Tra licen­ze gover­na­ti­ve e nar­ra­zio­ni obbli­ga­te, la Dubai che con­su­mia­mo sui social non è una cit­tà, ma il pro­dot­to di un mar­ke­ting accu­ra­ta­men­te mani­po­la­to.

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Giorgia Marasco
Sono una stu­den­tes­sa del­la facol­tà di Filo­so­fia e lavo­ra­tri­ce nel mon­do del tea­tro. Mi inte­res­so soprat­tut­to di geo­po­li­ti­ca e attua­li­tà, scien­ze socia­li e pra­ti­che di cit­ta­di­nan­za atti­va, inte­gra­zio­ne e media­zio­ne cul­tu­ra­le, tea­tro e letteratura.

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