Fine vita, sei anni dopo Cappato resta il vuoto normativo

Come i malati terminali si trovano ad affrontare un secondo supplizio: il disinteresse del legislatore

Fine vita, sei anni dopo Cappato resta il vuoto normativo

Due disposizioni normative e l’assenza di una legge definitiva comportano che le regioni vadano in ordine sparso, frammentando il quadro normativo e attendendo un intervento legislativo che l’Italia aspetta da almeno sei anni.

 

Tra le tan­te mate­rie in cui l’Italia non rie­sce a tro­va­re una sin­te­si nor­ma­ti­va c’è sicu­ra­men­te il tema del fine vita. Ad oggi, infat­ti, man­ca una legi­sla­zio­ne uni­ta­ria sul tema e il par­la­men­to gior­no dopo gior­no deci­de scien­te­men­te di non decidere.

Par­ten­do da un dato di real­tà, ad oggi esi­sto­no sostan­zial­men­te due dispo­si­zio­ni in mate­ria: la pri­ma è la leg­ge 219/2017 sul­le DAT (dispo­si­zio­ni anti­ci­pa­te di trat­ta­men­to, il cosid­det­to bio­te­sta­men­to, che rap­pre­sen­ta le volon­tà espres­se da ogni per­so­na mag­gio­ren­ne capa­ce di inten­de­re e vole­re che, in pre­vi­sio­ne di una even­tua­le inca­pa­ci­tà futu­ra di auto­de­ter­mi­nar­si, rap­pre­sen­ta per iscrit­to le pro­prie indi­ca­zio­ni sui trat­ta­men­ti sani­ta­ri); la secon­da dispo­si­zio­ne è la ormai sto­ri­ca sen­ten­za 242/2019 sul caso Cap­pa­to-Dj Fabo che ha par­zial­men­te depe­na­liz­za­to l’aiuto al sui­ci­dio. Infat­ti, la Cor­te costi­tu­zio­na­le, con la con­sue­ta sag­gez­za che la con­trad­di­stin­gue, non ha lega­liz­za­to il sui­ci­dio assi­sti­to, ben­sì ha rita­glia­to un’area in cui l’aiuto non è puni­bi­le. Le con­di­zio­ni di non puni­bi­li­tà sono rigi­dis­si­me, infat­ti sono neces­sa­rie tut­te que­ste quat­tro con­di­zio­ni: che il pazien­te sia tenu­to in vita da trat­ta­men­ti di soste­gno vita­le, che sof­fra di una pato­lo­gia irre­ver­si­bi­le e che pro­cu­ra sof­fe­ren­ze intol­le­ra­bi­li, che sia pie­na­men­te capa­ce di pren­de­re deci­sio­ni libe­re e con­sa­pe­vo­li e che vi sia la veri­fi­ca da par­te dell’operatore sani­ta­rio. In que­sto modo la Cor­te rico­no­sce rilie­vo costi­tu­zio­na­le alla digni­tà e all’autodeterminazione del malato.

L’intervento delle regioni e il caso della Toscana

Le dolen­ti note arri­va­no dal 2019 fino ad oggi, in cui di fat­to il siste­ma ita­lia­no è rima­sto con­ge­la­to: la Cor­te costi­tu­zio­na­le ha chia­ri­to e limi­ta­to le con­di­zio­ni di acces­so al sui­ci­dio assi­sti­to, ma il Par­la­men­to è rima­sto immo­bi­le. La pre­sen­za di cri­te­ri rigi­di, la resi­sten­za del­le ASL loca­li e il ruo­lo com­pli­ca­to dei comi­ta­ti eti­ci ha fat­to sì che le richie­ste non fos­se­ro mol­te (solo 51 a par­ti­re dal 2019), del resto la Cor­te è inter­ve­nu­ta solo provvisoriamente.

Per cer­ca­re di col­ma­re que­ste lacu­ne, alcu­ne regio­ni sono inter­ve­nu­te in ordi­ne spar­so adot­tan­do auto­no­me ini­zia­ti­ve legi­sla­ti­ve – tra cui la Tosca­na – che con una leg­ge regio­na­le del 2025 ha con­sen­ti­to, tra gli altri, a Danie­le Pie­ro­ni, affet­to da Par­kin­son al quar­to gra­do, di pas­sa­re a miglior vita. Il gover­no ha però impu­gna­to la leg­ge regio­na­le, por­tan­do­la alla Cor­te, dove è sta­ta emes­sa una sen­ten­za che ha man­te­nu­to l’ossatura del­la leg­ge regio­na­le, sot­to­li­nean­do però come le regio­ni pos­sa­no solo orga­niz­za­re crean­do pro­ce­du­re, non nor­ma­re il dirit­to a mori­re, in quan­to lo sta­to ha com­pe­ten­za esclu­si­va a legi­fe­ra­re in mate­ria pena­le e livel­li essen­zia­li di assistenza.

Il costo umano dell’immobilismo

Anco­ra una vol­ta quin­di a rimet­ter­ci sono colo­ro che ver­san­do in con­di­zio­ni stra­zian­ti, con­dan­na­ti ormai alla mor­te per malat­tia, devo­no sop­por­ta­re l’ulteriore sup­pli­zio di un siste­ma buro­cra­ti­co ed inef­fi­cien­te che non con­sen­te tutt’ora una pie­na auto­de­ter­mi­na­zio­ne per­so­na­le. Il rei­te­ra­to tor­po­re del Par­la­men­to nell’approvare una leg­ge defi­ni­ti­va sul fine vita da un lato por­ta le regio­ni ad anda­re in ordi­ne spar­so, crean­do poten­zial­men­te 20 leg­gi diver­se, e poi a tra­di­re il man­da­to del­la stes­sa Cor­te costituzionale.

A sei anni dal­la sen­ten­za Cap­pa­to, l’Italia resta sospe­sa in un equi­li­brio fra­gi­le: ha smes­so di puni­re in alcu­ni casi, ma non ha avu­to il corag­gio di rico­no­sce­re dav­ve­ro. E così, men­tre il dirit­to arre­tra e la poli­ti­ca tace, la scel­ta più inti­ma dell’individuo con­ti­nua a dipen­de­re non da una leg­ge, ma da un per­cor­so incer­to, len­to e diseguale.

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Edoardo Ansarin

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