Circa due settimane fa, Israele e gli Stati Uniti hanno scatenato una nuova guerra contro l’Iran, uccidendo la Guida Suprema Ali Khamenei e invitando i cittadini iraniani a rovesciare il loro governo.
La Terza Guerra del Golfo è iniziata con un attacco aereo ai vertici iraniani, che ha ucciso il comandante dei pasdaran e il ministro della difesa, ma soprattutto ha assassinato l’ayatollah Khamenei, il Capo di Stato iraniano. La comunicazione americana in merito agli obiettivi che vorrebbe raggiungere in Iran è confusa e contraddittoria: il primo giorno, il presidente Trump ha affermato la necessità di attaccare a scopo preventivo e per impedire all’Iran di acquisire l’arma nucleare e fermare il suo sostegno verso determinati attori non statali, ma anche per porre le condizioni favorevoli al rovesciamento della Repubblica Islamica.
Nei giorni successivi, alcune di queste mire sono state riaffermate, ma le dichiarazioni in merito al cambio di regime sono passate in secondo piano. In una conferenza stampa tenutasi il 3 marzo, quattro giorni dopo l’inizio delle ostilità, il Segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato che l’obiettivo dell’operazione Epic Fury è l’eliminazione della minaccia rappresentata dai missili balistici e dalle armi antinave iraniane; Rubio ha rilanciato la narrativa di un attacco iraniano imminente, ma ha smentito le supposizioni che Washington stia perseguendo attivamente il sovvertimento del governo di Teheran.
Ulteriori dichiarazioni da parte dei vertici americani non hanno portato alcuna chiarezza. Quello che si può assumere è che Trump, percependo il regime iraniano come indebolito da più di due anni di scontri diretti e indiretti e sconquassato dalle violentissime proteste di gennaio, si aspettava che la decapitazione dei vertici iraniani avrebbe paralizzato il paese e favorito l’insediamento di un governo disposto a collaborare con gli Stati Uniti, come avvenuto in Venezuela; la confusione seguente è il risultato della mancata realizzazione di questo obiettivo.
Gli obiettivi israeliani
In merito agli obiettivi israeliani, nel primo giorno di guerra il primo ministro Netanyahu ha parlato esplicitamente di cambio di regime; la decisione di iniziare un’altra guerra, questa volta con obiettivi ancor più ambiziosi, è dovuta all’erosione della deterrenza iraniana e alla conseguente crescente belligeranza israeliana. Tuttavia, la Repubblica Islamica è sopravvissuta all’assalto iniziale, e Tel Aviv, di fronte all’impossibilità di ottenerne il rovesciamento, sta ora cercando di indebolirla il più possibile con ogni mezzo, come dimostrato dal tentativo di scatenare un’insurrezione curda nel nord ovest del paese e i continui raid sui siti legati alle forze di sicurezza interna.
La risposta iraniana
I vertici iraniani devono percepire questa guerra come esistenziale, e hanno come obiettivo fondamentale quello di ristabilire la deterrenza, per assicurare che il paese non venga più attaccato. Per ottenere ciò, oltre ad aver colpito le basi statunitensi nella regione, i pasdaran hanno interrotto i traffici commerciali attraverso lo stretto di Hormuz: un blocco duraturo di questa rotta commerciale provocherà una crisi economica mondiale, dati i grandi volumi di idrocarburi e fertilizzanti provenienti dal Golfo Persico, per i quali non esistono sostituti.
Nel calcolo iraniano, la pressione economica indurrà Trump a trattare, prima o poi; ciò sta già avendo effetto sulle monarchie del Golfo, che hanno condannato Teheran ma si sono rifiutate di prendere parte attivamente alle operazioni offensive, temendo un’ulteriore escalation da parte di Teheran, e attivando tentativi di mediazione. Tuttavia, ogni tentativo di trovare una via d’uscita è per ora vano: l’Iran è determinato a causare il maggior danno possibile perché uno scenario simile non si ripeta più, e non ha alcuna ragione per credere ad eventuali promesse statunitensi.

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