Come è iniziato il suo percorso musicale?
Ho iniziato a suonare il pianoforte a quattro anni, poi sono passato alla batteria per un po’ di tempo, dopo una brutta esperienza con un insegnante di pianoforte che, con un metodo particolare, mi ha fatto odiare questo strumento. Anni dopo l’ho ripreso e sono andato al conservatorio.
A quattordici anni ho iniziato con le prime band: suonavo in giro nei locali, facevo cover di brani di metal e AOR con gli amici e poi mi sono trovato a suonare qualcosa di più pesante, anche se, in Italia all’epoca, la gente mi guardava male per il genere che facevo.
Parliamo della sua tribute band…
La mia tribute band si chiama 883ND (che non è un errore di stampa!) ed è iniziata un po’ per scherzo quasi vent’anni fa, nel 2008.
Noi facciamo solo i pezzi degli 883, non c’è Pezzali.
Al contrario di altri tributi noi arrangiamo i pezzi, e non ci sono basi, è tutto suonato dal vivo.
Una sera, ad esempio. abbiamo suonato in un posto dove ci hanno detto di tenere i volumi bassi (secondo le norme del locale) e abbiamo riarrangiato tutti i pezzi al momento in versione jazz.
Solitamente suoniamo in provincia di Novara, VCO, Pavia e Vercelli, anche se adesso stiamo piazzando delle date per il 2026 in Lombardia, ma è difficile che ci spostiamo perché i tributi sono fenomeni molto locali.
Mentre l’altra parte di Lei è membro dei Moonlight Haze, sound ben diverso dagli 883. Cosa ci dice a riguardo?
La band è nata nel 2018 e facciamo metal melodico con voce femminile (la cantante è Chiara Tricarico, ndr) e utilizziamo anche strumenti orientali, perché ci piace mettere dentro un sound un po’ più etnico.
Abbiamo appena annunciato il nuovo EP intitolato ‘Interstellar Madness’ contenente brani che non andranno nel nuovo disco. Siamo reduci da un tour europeo di spalla agli svedesi Brothers of Metal che ha toccato anche l’Italia con una data a Milano.
Non sono un grande fan della vita in tour: mangi male, non dormi, fai mille km ogni giorno ed è sfiancante.
Letto sulla carta sembra bello, ma in verità non è proprio così: un conto forse è se sei una band con un certo impatto che hai il posto riservato all’hotel a cinque stelle, o lussi da rockstar.
La prima volta che è salito su un palco, come si è sentito?
Malissimo (ride, ndr).
Ho fatto le medie musicali ad Arona, la mia cittadina natale e in prima media il mio maestro mi assegnò un brano di Mozart da suonare al saggio per il pubblico.
Io non avevo mai sentito parlare di saggi prima, e lui mi spiegò che avrei dovuto suonare davanti ai genitori, ai prof e ai compagni.
Per me fu un incubo perché ero e sono tutt’oggi una persona un po’ emotiva.
Il giorno del concerto a teatro, mezz’ora prima di iniziare ero in crisi totale, addirittura quaranta di febbre derivata dall’ansia.
Ho suonato tutto a duecento all’ora, un vero delirio.
Finito di suonare riprovo la febbre e non ce l’avevo più… Roba da danni cerebrali!
Crei la sua band ideale!
Che domanda difficile!
Ti direi frontman David Lee Roth (Van Halen), Paul Gilbert (Mr. Big) alla chitarra, al basso Pat Badger (Extreme), batteria Mike Portnoy (Dream Theater).
La terza parte di sé è un insegnante di musica alle scuole medie. Com’è Giulio insegnante, che cosa vede nei ragazzi?
Niente, nulla di buono. (ride, ndr).
La mia crociata personale è eliminare la trap dai loro ascolti. So che non è giusto, perché ognuno ascolta ciò che vuole, ma certa roba è davvero pessima sotto ogni aspetto.
Vorrei però far capire loro che quella musica è una “musicaccia”: la musica è fatta da ritmo e melodia (più altri mille ingredienti s’intende), ma nelle canzoni trap manca troppa roba. Sarebbe come avere un panino al salame senza il salame.
Per me, un artista che fa trap non fa musica: fa intrattenimento. E va bene così. Ma non chiamatela musica…
Spesso però i testi sono abominevoli: ci impegniamo a fare le lezioni contro la violenza sulle donne, contro il bullismo e il cyberbullismo, ma poi i ragazzi a casa ascoltano della roba che è spaventosa.
Il mio obiettivo è quello di farli diventare ascoltatori un po’ più coscienti: si ha la fortuna di poter accendere Spotify, si può ascoltare di tutto, dalla discografia dei Van Halen, ai Dream Theater, dai Toto a Cristina D’Avena o qualsiasi altra cosa. C’è una grande varietà e tanta bella musica.
Vorrei anche mostrare ai ragazzi quanto lavoro c’è dietro, anche a una canzoncina del cavolo: ore e ore di lavoro in competenze, investimenti, cose che, quando si scarica la musica, o avendola gratis da Spotify, non si tengono in conto.
Lei è autore delle canzoni dei Moonlight Haze. Come si scrive una canzone?
Bella domanda!
Ti devi mettere a giocare nel vero senso della parola: io ho l’ispirazione rapida quando sono al computer, mi metto a giocare a qualche videogame e si accende la lampadina, oppure quando sto provando qualche suono sulla tastiera.
A me viene un po’ di getto.
Una volta buttata giù ovvio deve essere piacevole, ti deve un po’ gasare, devi avere l’istinto di alzare il telefono, chiamare i tuoi soci in band e dire “raga abbiamo la canzone più bella mai fatta”(ride, ndr). Prima di tutto un brano dovrebbe soddisfare chi lo ha scritto.
E alla fine di tutto, allora chi è Giulio?
Giulio è un uomo altalenante nell’umore, un giorno si alza e dice “ah che bello fare musica” un giorno dice “ah che è brutto fare musica”, però ci prova sempre, va avanti, e se ne frega.
È una persona che è contenta quando qualcuno viene a dire “quella tua canzone mi ha aiutato in quel momento”: quella è la soddisfazione massima, l’assegno da 1 miliardo di dollari.
Un messaggio per chi ci legge!
Andate a sentire la musica dal vivo, è importante, altrimenti la musica si trasferisce solo nel digitale e non ci sarà più spazio per suonare dal vivo.
Live è tutta un’altra cosa, la senti con la pancia, non senti con le orecchie, e l’adrenalina è impagabile.

Lascia un commento