NUOVE FREQUENZE EP.2 — 883, Metal e ore di lezione: intervista a Giulio Capone

Giulio Capone, insegnante di musica e musicista, che si divide tra la tribute band degli 883 e il metal sinfonico dei Moonlight Haze, racconta la sua visione del mondo musicale.

Come è ini­zia­to il suo per­cor­so musicale?

Ho ini­zia­to a suo­na­re il pia­no­for­te a quat­tro anni, poi sono pas­sa­to alla bat­te­ria per un po’ di tem­po, dopo una brut­ta espe­rien­za con un inse­gnan­te di pia­no­for­te che, con un meto­do par­ti­co­la­re, mi ha fat­to odia­re que­sto stru­men­to. Anni dopo l’ho ripre­so e sono anda­to al conservatorio.
A quat­tor­di­ci anni ho ini­zia­to con le pri­me band: suo­na­vo in giro nei loca­li, face­vo cover di bra­ni di metal e AOR con gli ami­ci e poi mi sono tro­va­to a suo­na­re qual­co­sa di più pesan­te, anche se, in Ita­lia all’epoca, la gen­te mi guar­da­va male per il gene­re che facevo.

Par­lia­mo del­la sua tri­bu­te band…

La mia tri­bu­te band si chia­ma 883ND (che non è un erro­re di stam­pa!) ed è ini­zia­ta un po’ per scher­zo qua­si ven­t’an­ni fa, nel 2008.
Noi fac­cia­mo solo i pez­zi degli 883, non c’è Pezzali.
Al con­tra­rio di altri tri­bu­ti noi arran­gia­mo i pez­zi, e non ci sono basi, è tut­to suo­na­to dal vivo.
Una sera, ad esem­pio. abbia­mo suo­na­to in un posto dove ci han­no det­to di tene­re i volu­mi bas­si (secon­do le nor­me del loca­le) e abbia­mo riar­ran­gia­to tut­ti i pez­zi al momen­to in ver­sio­ne jazz.
Soli­ta­men­te suo­nia­mo in pro­vin­cia di Nova­ra, VCO,  Pavia e Ver­cel­li, anche se ades­so stia­mo piaz­zan­do del­le date per il 2026 in Lom­bar­dia, ma è dif­fi­ci­le che ci spo­stia­mo per­ché i tri­bu­ti sono feno­me­ni mol­to locali.

Men­tre l’al­tra par­te di Lei è mem­bro dei Moon­light Haze, sound ben diver­so dagli 883. Cosa ci dice a riguardo?

La band è nata nel 2018 e fac­cia­mo metal melo­di­co con voce fem­mi­ni­le (la can­tan­te è Chia­ra Tri­ca­ri­co, ndr) e uti­liz­zia­mo anche stru­men­ti orien­ta­li, per­ché ci pia­ce met­te­re den­tro un sound un po’ più etnico.
Abbia­mo appe­na annun­cia­to il nuo­vo EP inti­to­la­to ‘Inter­stel­lar Mad­ness’ con­te­nen­te bra­ni che non andran­no nel nuo­vo disco. Sia­mo redu­ci da un tour euro­peo di spal­la agli sve­de­si Bro­thers of Metal che ha toc­ca­to anche l’Italia con una data a Milano.
Non sono un gran­de fan del­la vita in tour: man­gi male, non dor­mi, fai mil­le km ogni gior­no ed è sfiancante.
Let­to sul­la car­ta sem­bra bel­lo, ma in veri­tà non è pro­prio così: un con­to for­se è se sei una band con un cer­to impat­to che hai il posto riser­va­to all’­ho­tel a cin­que stel­le, o lus­si da rockstar.

La pri­ma vol­ta che è sali­to su un pal­co, come si è sentito?

Malis­si­mo (ride, ndr).
Ho fat­to le medie musi­ca­li ad Aro­na, la mia cit­ta­di­na nata­le e in pri­ma media il mio mae­stro mi asse­gnò un bra­no di Mozart da suo­na­re al sag­gio per il pubblico.
Io non ave­vo mai sen­ti­to par­la­re di sag­gi pri­ma, e lui mi spie­gò che avrei dovu­to suo­na­re davan­ti ai geni­to­ri, ai prof e ai compagni.
Per me fu un incu­bo per­ché ero e sono tutt’oggi una per­so­na un po’ emotiva.
Il gior­no del con­cer­to a tea­tro, mez­z’o­ra pri­ma di ini­zia­re ero in cri­si tota­le, addi­rit­tu­ra qua­ran­ta di feb­bre deri­va­ta dall’ansia.
Ho suo­na­to tut­to a due­cen­to all’o­ra, un vero delirio.
Fini­to di suo­na­re ripro­vo la feb­bre e non ce l’avevo più… Roba da dan­ni cerebrali!

Crei la sua band ideale!

Che doman­da difficile!
Ti direi front­man David Lee Roth (Van Halen), Paul Gil­bert (Mr. Big) alla chi­tar­ra, al bas­so Pat Bad­ger (Extre­me), bat­te­ria Mike Port­noy (Dream Theater).

La ter­za par­te di sé è un inse­gnan­te di musi­ca alle scuo­le medie. Com’è Giu­lio inse­gnan­te, che cosa vede nei ragazzi?

Nien­te, nul­la di buo­no. (ride, ndr).
La mia cro­cia­ta per­so­na­le è eli­mi­na­re la trap dai loro ascol­ti. So che non è giu­sto, per­ché ognu­no ascol­ta ciò che vuo­le, ma cer­ta roba è dav­ve­ro pes­si­ma sot­to ogni aspetto.
Vor­rei però far capi­re loro che quel­la musi­ca è una “musi­cac­cia”: la musi­ca è fat­ta da rit­mo e melo­dia (più altri mil­le ingre­dien­ti s’intende), ma nel­le can­zo­ni trap man­ca trop­pa roba. Sareb­be come ave­re un pani­no al sala­me sen­za il salame.
Per me, un arti­sta che fa trap non fa musi­ca: fa intrat­te­ni­men­to. E va bene così. Ma non chia­ma­te­la musica…
Spes­so però i testi sono abo­mi­ne­vo­li: ci impe­gnia­mo a fare le lezio­ni con­tro la vio­len­za sul­le don­ne, con­tro il bul­li­smo e il cyber­bul­li­smo, ma poi i ragaz­zi a casa ascol­ta­no del­la roba che è spaventosa.
Il mio obiet­ti­vo è quel­lo di far­li diven­ta­re ascol­ta­to­ri un po’ più coscien­ti: si ha la for­tu­na di poter accen­de­re Spo­ti­fy, si può ascol­ta­re di tut­to, dal­la disco­gra­fia dei Van Halen, ai Dream Thea­ter, dai Toto a Cri­sti­na D’Avena o qual­sia­si altra cosa. C’è una gran­de varie­tà e tan­ta bel­la musica.
Vor­rei anche mostra­re ai ragaz­zi quan­to lavo­ro c’è die­tro, anche a una can­zon­ci­na del cavo­lo: ore e ore di lavo­ro in com­pe­ten­ze, inve­sti­men­ti, cose che, quan­do si sca­ri­ca la musi­ca, o aven­do­la gra­tis da Spo­ti­fy, non si ten­go­no in conto.

Lei è auto­re del­le can­zo­ni dei Moon­light Haze. Come si scri­ve una canzone? 

Bel­la domanda!
Ti devi met­te­re a gio­ca­re nel vero sen­so del­la paro­la: io ho l’i­spi­ra­zio­ne rapi­da quan­do sono al com­pu­ter, mi met­to a gio­ca­re a qual­che video­ga­me e si accen­de la lam­pa­di­na, oppu­re quan­do sto pro­van­do qual­che suo­no sul­la tastiera.
A me vie­ne un po’ di getto.
Una vol­ta but­ta­ta giù ovvio deve esse­re pia­ce­vo­le, ti deve un po’ gasa­re, devi ave­re l’i­stin­to di alza­re il tele­fo­no, chia­ma­re i tuoi soci in band e dire “raga abbia­mo la can­zo­ne più bel­la mai fatta”(ride, ndr). Pri­ma di tut­to un bra­no dovreb­be sod­di­sfa­re chi lo ha scritto.

E alla fine di tut­to, allo­ra chi è Giulio?

Giu­lio è un uomo alta­le­nan­te nel­l’u­mo­re, un gior­no si alza e dice “ah che bel­lo fare musi­ca” un gior­no dice “ah che è brut­to fare musi­ca”, però ci pro­va sem­pre, va avan­ti, e se ne frega.
È una per­so­na che è con­ten­ta quan­do qual­cu­no  vie­ne a dire “quel­la tua can­zo­ne mi ha aiu­ta­to in quel momen­to”: quel­la è la sod­di­sfa­zio­ne mas­si­ma, l’as­se­gno da 1 miliar­do di dollari.

Un mes­sag­gio per chi ci legge!

Anda­te a sen­ti­re la musi­ca dal vivo, è impor­tan­te, altri­men­ti la musi­ca si tra­sfe­ri­sce solo nel digi­ta­le e non ci sarà più spa­zio per suo­na­re dal vivo.
Live è tut­ta un’altra cosa, la sen­ti con la pan­cia, non sen­ti con le orec­chie, e l’a­dre­na­li­na è impagabile.

Con­di­vi­di:
Giulia Cerbino
Stu­den­tes­sa di comu­ni­ca­zio­ne di gior­no, gior­na­li­sta rock di notte.

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