Intervista a Nino Morana Agostino

Il racconto di Nino Morana Agostino in occasione della Giornata delle vittime di mafia

Per iniziare, chi è Nino Morana Agostino, prima di essere il nipote dell’agente Nino Agostino? In che modo il legame di sangue con tuo zio ha plasmato l’uomo che sei diventato oggi? 

Pri­ma di tut­to sono un ragaz­zo, clas­se 2001, stu­den­te di giu­ri­spru­den­za, gran­de appas­sio­na­to di musi­ca e di con­cer­ti. Oltre a que­sto, sono un fie­ro sici­lia­no e un orgo­glio­so paler­mi­ta­no che, da sem­pli­ce atti­vi­sta, pro­va a dimo­stra­re che Paler­mo, nono­stan­te le enor­mi feri­te che l’hanno lace­ra­ta a cau­sa del­la mafia – e non solo del­la mafia – è una cit­tà che anco­ra oggi cer­ca di riscat­tar­si. Insie­me a mol­ti altri stu­den­ti e atti­vi­sti pro­muo­via­mo costan­te­men­te il nostro ter­ri­to­rio, por­tan­do con noi quei pez­zi di sto­ria che, pur essen­do ere­di­ta­ti, sen­tia­mo vivi come se li aves­si­mo vis­su­ti in pri­ma per­so­na. Non abbia­mo scel­to di nasce­re in un Pae­se segna­to dal­la pre­sen­za del­la mafia, ma abbia­mo scel­to di non vol­tar­ci dall’altra par­te. Oggi, come figli di que­sta ter­ra, tra­sfor­mia­mo quel dolo­re in un gri­do di riscat­to col­let­ti­vo, cam­mi­nan­do insie­me ai nostri coe­ta­nei di tut­ta Ita­lia con lo stes­so spi­ri­to di ribel­lio­ne che ani­mò i nostri geni­to­ri trent’anni fa, dopo le stra­gi del ’92. 
Per me, ovvia­men­te, la figu­ra di mio zio Nino – che mi è sta­to nega­to di cono­sce­re – ha sem­pre gui­da­to le mie scel­te di vita, anche quan­do que­ste si sono rive­la­te più dif­fi­ci­li e fati­co­se. Mio zio ha sacri­fi­ca­to la sua vita pro­prio per quell’Isola che entram­bi amia­mo. Lo ha fat­to seguen­do una linea mora­le sem­pli­ce ma for­tis­si­ma, che lo ha por­ta­to a indos­sa­re la divi­sa e soprat­tut­to ad assu­me­re un ruo­lo atti­vo nel­la lot­ta alla mafia, nel­la cac­cia ai lati­tan­ti e nel­la sco­per­ta di con­ni­ven­ze tra col­le­ghi infe­de­li che col­la­bo­ra­va­no con la cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta. 

Tu ricopri un ruolo attivo all’interno di Libera. Ci puoi spiegare di cosa ti occupi nello specifico e quanto è fondamentale, per un familiare di una vittima, trovare una casa comune in un’associazione che lotta per la giustizia sociale? 

Fac­cio par­te di un bel grup­po di licea­li e uni­ver­si­ta­ri che rico­pre un ruo­lo atti­vo nel Coor­di­na­men­to di Libe­ra a Paler­mo. […] Come fami­lia­re sono lega­to a mol­te asso­cia­zio­ni anti­ma­fia, ma sen­za voler fare clas­si­fi­che devo dire che Libe­ra è sem­pre sta­ta par­te inte­gran­te del­la mia vita. Gran par­te del­la mia espe­rien­za asso­cia­ti­va, mol­ti dei miei viag­gi, dei vol­ti e del­le mera­vi­glio­se per­so­ne incon­tra­te e che sono diven­ta­te ami­che, così come tan­ti ricor­di per­so­na­li e fami­lia­ri, sono lega­ti pro­prio a Libe­ra. Sono ricor­di nume­ro­sis­si­mi e, anco­ra oggi, con­ti­nuo a crear­ne di nuo­vi insie­me a per­so­ne straor­di­na­rie che, in tut­ta Ita­lia, cam­mi­na­no al mio fian­co. Libe­ra e don Lui­gi Ciot­ti han­no sapu­to dare la giu­sta impor­tan­za a tut­te le vit­ti­me inno­cen­ti, ricor­dan­do­ne la memo­ria sen­za fare distin­zio­ni di «impor­tan­za». Soprat­tut­to han­no pro­mos­so una memo­ria atti­va, non reto­ri­ca, por­tan­do avan­ti con lo stes­so impe­gno le bat­ta­glie per la veri­tà e la giu­sti­zia di tut­ti i cadu­ti. Ad oggi, infat­ti, cir­ca l’80% del­le vit­ti­me non ha anco­ra otte­nu­to pie­na veri­tà e giu­sti­zia. 

Un epi­so­dio che riem­pie di orgo­glio la mia fami­glia è sape­re che in diver­se par­ti del Pae­se esi­sto­no Pre­sì­di di Libe­ra inti­to­la­ti a Nino e Ida. Sono vari i Pre­sì­di che han­no adot­ta­to la loro sto­ria e che han­no scel­to di por­tar­ne il nome. […] Sape­re che luo­ghi così lon­ta­ni e diver­si tra loro con­ti­nua­no a por­ta­re avan­ti valo­ri e bat­ta­glie nel nome dei miei zii è qual­co­sa che mi com­muo­ve pro­fon­da­men­te. 

Ogni anno la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie mobilita migliaia di persone. Cosa provi nel sentire pronunciare il nome di tuo zio e di tua zia Ida durante la lettura pubblica, e che valore ha oggi questo rito collettivo per le nuove generazioni? 

I miei pri­mi ricor­di d’infanzia risal­go­no pro­prio ai 21 mar­zo tra­scor­si in giro per l’Italia con i miei non­ni, duran­te la Gior­na­ta del­la Memo­ria e dell’Impegno in ricor­do di tut­te le vit­ti­me inno­cen­ti del­le mafie. Nei miei ven­ti­quat­tro anni di vita ne ho vis­su­te esat­ta­men­te ven­ti: a Tori­no, nel 2026, festeg­gio il mio «ven­ten­na­le» di mani­fe­sta­zio­ni.  

Il pri­mo 21 mar­zo che ricor­do, sep­pur in modo vago, è quel­lo di Tori­no del 2006: ave­vo quat­tro anni. Negli archi­vi foto­gra­fi­ci di Libe­ra c’è una foto di mia madre, Flo­ra, che mi por­ta nel pas­seg­gi­no. Da allo­ra la mia fami­glia non mi ha fat­to per­de­re nean­che una Gior­na­ta del­la Memo­ria. Ricor­do che duran­te ogni mar­cia strin­ge­vo le mani dei miei non­ni, Vin­cen­zo e Augu­sta, e por­ta­vo al col­lo una foto più gran­de di me raf­fi­gu­ran­te i miei zii. Attor­no a noi c’era sem­pre un cor­do­ne di scout, spes­so miei coe­ta­nei, che ci accom­pa­gna­va duran­te il cam­mi­no come in un gran­de abbrac­cio. […] Il ricor­do più bel­lo, però, resta quel­lo di esse­re accan­to ai miei non­ni: accom­pa­gnar­li pas­so dopo pas­so, veder­li strin­ge­re un’infinità di mani e rila­scia­re altret­tan­te inter­vi­ste, sem­pre con la digni­tà, l’umiltà e la nobil­tà d’animo che li han­no sem­pre con­trad­di­stin­ti. Alla fine del­la mar­cia ci posi­zio­na­va­mo sot­to il pal­co, con i posti rigo­ro­sa­men­te in pri­ma fila. Era come se fos­se­ro in costan­te apnea: sen­ti­vo nei miei non­ni man­ca­re il respi­ro fino al momen­to in cui veni­va pro­nun­cia­to il nome di loro figlio. In quell’istante quel­la cop­pia uni­ta da sessant’anni si strin­ge­va la mano e ren­de­va di nuo­vo pri­va­to un dolo­re ormai diven­ta­to pub­bli­co, con­di­vi­so da tut­ti.  

In que­sti anni ho impa­ra­to a rico­no­sce­re quan­do, duran­te la let­tu­ra, ci si avvi­ci­na al nome dei miei zii. Nono­stan­te que­sto, anche io pro­vo la stes­sa apnea che ave­va­no i miei non­ni. E quan­do sen­to scan­di­re il mio stes­so nome, è come se il mio impe­gno venis­se rin­no­va­to per un nuo­vo anno inte­ro. 

Tuo nonno, Vincenzo Agostino, insieme a tua nonna Augusta Schiera, sono stati simboli di resistenza… 

I miei non­ni mi han­no sem­pre inse­gna­to che, quan­do si trat­ta di un tuo dirit­to, non devi ave­re pau­ra di con­ti­nua­re a chie­der­lo. È un mio dirit­to ave­re veri­tà e giu­sti­zia, ed è un mio dirit­to con­ti­nua­re ad anda­re avan­ti. […] Fin­ché que­sto dirit­to vie­ne cal­pe­sta­to, biso­gna con­ti­nua­re a lot­ta­re per difen­der­lo. I miei non­ni, Vin­cen­zo e Augu­sta, han­no ini­zia­to que­sta bat­ta­glia in un perio­do di estre­ma soli­tu­di­ne. All’epoca, quan­do veni­va ucci­sa una per­so­na a te vici­na, era qua­si come esse­re appe­sta­ti: mol­ti si allon­ta­na­va­no, per pau­ra di subi­re la stes­sa sor­te. Poi arri­va­ro­no le stra­gi del 1992 e del 1994, e la coscien­za col­let­ti­va del Pae­se si risve­gliò, affian­can­do quei fami­lia­ri che fino ad allo­ra era­no sta­ti sol­tan­to voci iso­la­te nel silen­zio.  

I miei non­ni, però, non si sono mai fer­ma­ti. Non han­no avu­to timo­re di nes­su­no, nem­me­no quan­do que­sto signi­fi­ca­va anda­re con­tro l’opinione pub­bli­ca. Han­no sem­pre sapu­to che la veri­tà non deve esse­re como­da. Mio non­no Vin­cen­zo, infat­ti, ripe­te­va spes­so: «Voglio la veri­tà, for­se anco­ra pri­ma del­la giu­sti­zia. Voglio la veri­tà su un dupli­ce mas­sa­cro che uno Sta­to com­pli­ce e spie­ta­to ha per­mes­so per copri­re sé stes­so, i suoi uomi­ni devia­ti e cor­rot­ti. Voglio la veri­tà per­ché for­se la giu­sti­zia la vedran­no i miei nipo­ti, ma la veri­tà la voglio ades­so, men­tre sono vivo. Voglio poter mori­re un gior­no in pace, sen­za que­sta ango­scia che mi divo­ra la men­te e le visce­re. Non mi impor­ta se, per dir­la, si dovran­no toc­ca­re sepol­cri imbian­ca­ti e pro­nun­cia­re nomi impro­nun­cia­bi­li».  

Pur­trop­po ai miei non­ni non è sta­to con­ces­so di otte­ne­re né veri­tà né giu­sti­zia, nono­stan­te l’immenso lavo­ro del­la Pro­cu­ra Gene­ra­le e del­la DIA di Paler­mo. Dopo trent’anni di lot­te ho dovu­to sep­pel­li­re mio non­no Vin­cen­zo con il suo sim­bo­lo: bar­ba e capel­li anco­ra lun­ghi. Mia non­na Augu­sta, inve­ce, ave­va chie­sto che sul­la sua lapi­de venis­se inci­so: «Qui gia­ce Schie­ra Augu­sta, mam­ma dell’agente Anto­ni­no Ago­sti­no. Una don­na in atte­sa di giu­sti­zia anche dopo la mor­te». Ora con­ti­nuo io que­sta bat­ta­glia, e per for­tu­na non sono solo. […] Vivia­mo nel Pae­se del­le mez­ze veri­tà e, fin­ché non sapre­mo dav­ve­ro per­ché sono avve­nu­te tut­te que­ste stra­gi e que­sti delit­ti eccel­len­ti che han­no col­pi­to l’Italia, non potre­mo defi­nir­ci una demo­cra­zia pie­na­men­te com­piu­ta. 

Oltre alla memoria storica: se dovessi rivolgerti a un ragazzo che oggi si sente scoraggiato o tentato da strade sbagliate, quale aspetto della storia di tuo zio Nino useresti per convincerlo a schierarsi dalla parte della legalità? 

Nino cre­de­va pro­fon­da­men­te nel riscat­to del­le per­so­ne e nel­la pos­si­bi­li­tà di aiu­ta­re chi, per neces­si­tà o per le dif­fi­col­tà del­la vita, si era ritro­va­to a per­cor­re­re stra­de sba­glia­te. Uffi­cial­men­te lavo­ra­va come agen­te di pat­tu­glia e di volan­te nel­le stra­de del­lo Zen di Paler­mo. In quel quar­tie­re era mol­to rispet­ta­to: lo chia­ma­va­no lo «sbir­ro buo­no», per­ché cer­ca­va di aiu­ta­re le per­so­ne pro­prio attra­ver­so la divi­sa che indos­sa­va. Dopo la sua ucci­sio­ne mol­te per­so­ne si pre­sen­ta­ro­no dal­la mia fami­glia per rac­con­ta­re in che modo Nino le aves­se aiu­ta­te.  

Un epi­so­dio che mi ha col­pi­to mol­to riguar­da il fat­to che, duran­te i pat­tu­glia­men­ti, se vede­va dei ragaz­zi­ni spac­cia­re in mez­zo alla stra­da, anzi­ché arre­star­li li affron­ta­va, par­la­va con loro e cer­ca­va di indi­riz­zar­li ver­so una stra­da diver­sa. So che diver­si di quei ragaz­zi, gra­zie a quell’incontro, intra­pre­se­ro dav­ve­ro un per­cor­so dif­fe­ren­te. In altri casi, se aves­se incon­tra­to un ragaz­zo tos­si­co­di­pen­den­te, Nino lo avreb­be accom­pa­gna­to per­so­nal­men­te in una comu­ni­tà di recu­pe­ro. Una vol­ta però uno di que­sti ragaz­zi, gio­va­nis­si­mo, ricad­de nell’abuso di sostan­ze e morì di over­do­se. Quan­do Nino lo sep­pe ne rima­se pro­fon­da­men­te addo­lo­ra­to, si dispe­rò, ma quell’episodio lo spin­se a impe­gnar­si anco­ra di più.
Per­so­nal­men­te mi ritro­vo mol­to nel­le con­vin­zio­ni di mio zio. Per que­sto cre­do for­te­men­te nei per­cor­si di giu­sti­zia ripa­ra­ti­va, soprat­tut­to quan­do si trat­ta di mino­ri. Con Libe­ra capi­ta spes­so di segui­re il per­cor­so rie­du­ca­ti­vo che si svol­ge negli Isti­tu­ti Peni­ten­zia­ri per Mino­ri. Uno dei pro­get­ti più impor­tan­ti è Amu­nì – che in dia­let­to sici­lia­no signi­fi­ca «andia­mo». È un per­cor­so rivol­to a ragaz­zi tra i 16 e i 20 anni che sono sot­to­po­sti a un pro­ce­di­men­to pena­le di ripa­ra­zio­ne dispo­sto dall’Autorità giu­di­zia­ria e dal Tri­bu­na­le per i Mino­ren­ni. Insie­me ai ser­vi­zi degli enti loca­li vie­ne avvia­to un per­cor­so di osser­va­zio­ne, respon­sa­bi­liz­za­zio­ne e accom­pa­gna­men­to. Se il per­cor­so ha esi­to posi­ti­vo, il rea­to può esse­re estin­to.  

Que­sto pro­get­to è pos­si­bi­le gra­zie a un pro­to­col­lo tra Libe­ra, il Mini­ste­ro del­la Giu­sti­zia e il Dipar­ti­men­to per la Giu­sti­zia Mino­ri­le e di Comu­ni­tà. Oltre a lavo­ra­re con ragaz­zi sot­to­po­sti all’Autorità giu­di­zia­ria, coin­vol­ge anche gio­va­ni che pro­ven­go­no da quar­tie­ri e ter­ri­to­ri dif­fi­ci­li, che non neces­sa­ria­men­te han­no com­mes­so rea­ti ma vivo­no in con­te­sti di for­te fra­gi­li­tà socia­le. Il per­cor­so pre­ve­de la par­te­ci­pa­zio­ne a grup­pi di ragaz­zi e ragaz­ze in area pena­le ester­na che, insie­me a Libe­ra e con la col­la­bo­ra­zio­ne dell’Ufficio del Ser­vi­zio Socia­le per i Mino­ren­ni (USSM), affron­ta­no un cam­mi­no del­la dura­ta di un anno che cul­mi­na con la par­te­ci­pa­zio­ne alla gior­na­ta del 21 mar­zo. Mol­ti di que­sti ragaz­zi cre­sco­no infat­ti con un’immagine del­le mafie mol­to idea­liz­za­ta. Cono­sce­re la sto­ria del­le vit­ti­me inno­cen­ti per­met­te inve­ce di vede­re il vero vol­to del­le mafie: quel­lo del­la vio­len­za e del­la distru­zio­ne del­le vite. Spes­so che tra que­sti ragaz­zi ci sia­no per­so­ne che han­no per­so un padre o un fra­tel­lo e che, attra­ver­so que­sto con­fron­to, rie­sca­no a crea­re un con­tat­to uma­no pro­fon­do con chi ha vis­su­to un dolo­re simi­le. È mol­to impor­tan­te anche il fat­to che li aiu­ta a met­ter­si nei pan­ni di chi subi­sce la violenza. 

Oggi mi capi­ta spes­so di rac­con­ta­re la sto­ria di mio zio Nino pro­prio a que­sti ragaz­zi. Gli par­lo del­lo «sbir­ro buo­no» che fece una scel­ta: quel­la di non pie­gar­si alla mafia e di affron­tar­la, pur sapen­do che quel­la scel­ta pote­va costar­gli la vita. Quan­do si entra dav­ve­ro nel­la sto­ria di una per­so­na — quan­do non si cono­sco­no sol­tan­to le dina­mi­che del­la sua mor­te ma anche la sua vita, le sue abi­tu­di­ni, i suoi affet­ti — quel­la per­so­na tor­na a esse­re rea­le. Ed è pro­prio que­sto uno dei più gran­di anti­do­ti all’anestesia mora­le che oggi spes­so abbia­mo nei con­fron­ti del­la vio­len­za. È inte­res­san­te nota­re che que­sti ragaz­zi, nel 99% dei casi, cono­sco­no le vit­ti­me più note come Fal­co­ne e Bor­sel­li­no, ma spes­so ne par­la­no come se fos­se­ro per­so­nag­gi di un roman­zo. Far incon­tra­re loro chi quel­la vio­len­za l’ha vis­su­ta sul­la pro­pria pel­le ripor­ta que­ste sto­rie den­tro una dimen­sio­ne rea­le e uma­na. 

Con­di­vi­di:
Nicholas Ninno

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.