La nuova offensiva israeliana nel sud del Libano riporta al centro un conflitto che affonda le sue radici nella guerra civile libanese e nelle invasioni del 1978 e del 1982. Per capire l’escalation di oggi bisogna guardare alla fragilità del Libano e alle rivalità regionali che da decenni attraversano il Paese.
Il 2 marzo 2026 Israele invade il sud del Libano. Dopo il fragile cessate il fuoco del 2024, la guerra è ricominciata. In base a quanto stabilito da quella tregua, promossa da Washington, sia il gruppo militante Hezbollah che Israele dovevano ritirare le loro forze dal sud del Libano e cessare gli attacchi reciproci. Tuttavia, le forze israeliane hanno continuato ad occupare cinque punti collinari libanesi lungo il confine.
Non è però la prima volta in cui Israele è intervenuto militarmente in Libano, invocando ragioni di sicurezza e, al tempo stesso, perseguendo obiettivi strategici nella regione. Già nel 2006 i due Paesi furono coinvolti in una guerra, innescata dallo scontro tra Israele e Hezbollah. Ma per capire davvero l’origine di questi conflitti bisogna tornare alla lunga guerra civile libanese (1975–1990), un periodo in cui il Libano fu travolto da divisioni interne e da continue ingerenze regionali e internazionali.
Fu proprio in questo scenario di collasso dello Stato libanese che Israele intervenne due volte: nel 1978, occupando il sud del Paese, e nel 1982, lanciando un’invasione molto più ampia che arrivò fino a Beirut. Ufficialmente, l’obiettivo era colpire la presenza armata palestinese dell’OLP; nella sostanza, quelle operazioni consolidarono il ruolo di Israele come attore diretto nella crisi libanese e contribuirono a ridefinire con la forza gli equilibri del Paese.
Una società divisa
Una prima causa dello scoppio della guerra civile libanese va sicuramente rintracciata nella debolezza strutturale del Libano come Stato nazione. Infatti, il processo di nation-building che portò alla formazione del piccolo Stato fu complesso e causò non poche frizioni all’interno di una società già frammentata.
Nell’Ottocento, quando il Libano era ancora parte dell’impero ottomano, l’area si divideva in due zone. Da un lato, il Monte Libano – abitato dalle comunità maronite, druse e sciite – e la zona delle grandi città – popolate per lo più da musulmani sunniti e cristiani greco-ortodossi. Alla caduta dell’impero ottomano, emerse una prima possibilità di autonomia politica. Qui si collocarono i primi scontri tra le comunità per la presa del potere. In questo contesto si inserirono anche le potenze occidentali – soprattutto Francia e Gran Bretagna – che cercarono di portare avanti i propri interessi nell’area, esacerbando i conflitti già in essere.
Nel settembre del 1920 – alla Conferenza di San Remo – la Francia ottenne il mandato attraverso cui fu creato lo Stato libanese. Fu costituito dal Monte Libano, ma anche da alcune regioni popolate prevalentemente da musulmani, quali Sidone, Tripoli e Beirut. Vennero quindi unificate aree con tradizioni, culture e religioni diverse. Nel 1926 entrava in vigore la nuova Costituzione del Libano, in cui la ripartizione dei seggi veniva attribuita proporzionalmente tra i vari gruppi comunitari. Questo criterio non poteva garantire una uguaglianza, in quanto la differenza nel peso dei singoli gruppi etnici era discriminante. Infatti, in questo modo il potere maggiore veniva affidato ai cristiani, il gruppo più numeroso, a discapito dei musulmani.
Il Libano al centro delle rivalità regionali e internazionali
Risulta evidente, quindi, che le tensioni tra le varie comunità religiose fossero destinate, con il tempo, ad esplodere. Tuttavia, spesso si attribuisce lo scoppio della guerra civile solamente a questi conflitti interni tra musulmani e cristiani. Si tratta però di una visione semplicistica. Non si possono infatti sottovalutare le pressioni regionali e internazionali di questo periodo, che determinarono una svolta nel futuro del Medio Oriente.
La guerra del 1967 aveva portato il Libano non solo all’interno del conflitto arabo-israeliano, ma anche di quello siro-israeliano, sullo sfondo delle tensioni tra URSS e USA durante la Guerra Fredda. Nel 1970 l’OLP trasferì dalla Giordania nel paese dei cedri le sue basi. Ciò accentuò la scissione politica tra i libanesi, divisi tra filopalestinesi e tra coloro che invece si opponevano alla loro presenza in Libano e contribuì ad esacerbare il conflitto. Pur tentando di mantenere una certa distanza dagli scontri – almeno per quanto riguarda Fatah guidata da Yasser Arafat – molte organizzazioni palestinesi più radicali vi parteciparono attivamente. In ogni caso, migliaia di palestinesi rimasero coinvolti e persero la vita nella guerra civile.
Nel frattempo, Israele considerava sempre più pericolosa la presenza dell’OLP in Libano, da cui partivano attacchi e lanci di razzi verso la Galilea. Gli Stati Uniti – che da tempo avevano inaugurato una politica a sostegno di Israele – non esitarono a gestire la crisi a favore dell’alleato mediorientale nel quadro delle rivalità geopolitiche nella zona.
In Libano quindi si condensarono interessi di numerose nazioni, che cercarono di inserirsi nel conflitto a proprio vantaggio.
Le invasioni israeliane del Libano
Dopo poco tempo Israele decise di intervenire direttamente, sostenendo le milizie cristiano-maronite e in particolare il partito falangista guidato da Bashir Gemayel. L’obiettivo dello stato ebraico – sostenuto anche dal ministro della Difesa Ariel Sharon – era far sì che i loro alleati cristiani, i più ostili alla presenza dell’OLP nella regione meridionale del paese, prendessero il potere in Libano. I maroniti avrebbero poi firmato un accordo di pace, e un’altra frontiera – dopo quella egiziana – sarebbe stata messa al sicuro.
Così, nel 1978 Israele lanciò l’operazione Litani, un intervento militare che durerà circa una settimana con 25.000 soldati, volto a respingere l’OLP a nord del fiume Litani. L’operazione provocò circa un migliaio di vittime civili. Il conflitto raggiunse il suo apice il 6 giugno 1982, quando Israele avviò l’operazione «Pace in Galilea». Ufficialmente si trattava di un’azione limitata per allontanare l’OLP dal confine, ma nei fatti si trasformò in una vera e propria invasione del Libano. Le truppe israeliane arrivarono fino a Beirut, dove aveva sede l’OLP, e posero la città sotto assedio per circa nove settimane, durante l’estate del 1982.
Proprio a causa di questa invasione, nel 1982 nacque Hezbollah, organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Si presentava come movimento di resistenza contro la presenza israeliana nel Libano meridionale (che durerà fino al 2000). Il «Partito di Dio» nacque come gruppo terroristico e di guerriglia per assumere poi nel tempo la caratteristica di partito politico, pur mantenendo un importante ruolo di gruppo armato. Nel 1992 alcuni dei suoi militanti entreranno ufficialmente in Parlamento, e cominceranno sempre di più a costituire un ulteriore pericolo per lo Stato ebraico.
A quasi cinquant’anni dall’inizio della guerra civile, il Libano continua a pagare il prezzo della sua fragilità interna e delle ambizioni delle potenze regionali confinanti. Le invasioni israeliane, la nascita di Hezbollah e il ritorno delle ostilità mostrano come il confine tra passato e presente, in questa crisi, sia sempre più sottile. E mentre il cessate il fuoco del 2024 si sgretola, il rischio è che il sud del Libano torni ancora una volta a essere uno dei fronti più instabili del Medio Oriente.
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