La depressione: «Il male del secolo»

Una malattia invalidante che va presa sul serio

Il disturbo depressivo nel corso dei secoli: la sua evoluzione, il suo picco ad un anno dalla pandemia ed il conseguente aumento del consumo di farmaci antidepressivi per la sua cura.

 

Dopo un anno di pan­de­mia, uno stu­dio con­dot­to da impor­tan­ti isti­tu­ti di ricer­ca ita­lia­ni, tra cui figu­ra­no l’Istituto Supe­rio­re di Sani­tà, l’Istituto di Ricer­che Far­ma­co­lo­gi­che Mario Negri e gli ate­nei di Geno­va e Pavia, ha evi­den­zia­to un peg­gio­ra­men­to dei sin­to­mi ansio­si e depres­si­vi in oltre il 40% del­la popo­la­zio­ne ita­lia­na. E, con l’aumento del­la dif­fu­sio­ne di que­sta pro­ble­ma­ti­ca cre­sce anche, con­se­guen­te­men­te, il con­su­mo di far­ma­ci adat­ti al suo trat­ta­men­to. Secon­do i dati dell’OCSE (Orga­niz­za­zio­ne per la Coo­pe­ra­zio­ne e lo Svi­lup­po Eco­no­mi­co), in Euro­pa si è regi­stra­to un aumen­to del con­su­mo di far­ma­ci anti­de­pres­si­vi del 150% tra il 2000 e il 2020, con un incre­men­to del 14% in Ita­lia. Ciò può esse­re attri­bui­to a diver­si fat­to­ri, come un miglior rico­no­sci­men­to del­la depres­sio­ne, una mag­gio­re dispo­ni­bi­li­tà di tera­pie e l’evoluzione del­le linee gui­da cliniche.

Una condizione erroneamente sottovalutata

Il distur­bo depres­si­vo, oggi più sem­pli­ce­men­te defi­ni­to depres­sio­ne, è una pato­lo­gia psi­chia­tri­ca carat­te­riz­za­ta da epi­so­di di umo­re abbas­sa­to e prostrato.

Al gior­no d’oggi la depres­sio­ne è una con­di­zio­ne in mol­ti casi sot­to­va­lu­ta­ta e anche il ter­mi­ne vie­ne uti­liz­za­to impro­pria­men­te (si ten­de a defi­nir­si “depres­si” quan­do si è tri­sti e finen­do dun­que con il con­fon­de­re una pato­lo­gia vera e pro­pria con uno sta­to d’animo desti­na­to a muta­re). La depres­sio­ne è un distur­bo, nel­la mag­gior par­te dei casi inva­li­dan­te, in quan­to è in gra­do di coin­vol­ge­re sia la sfe­ra affet­ti­va che quel­la cogni­ti­va del­la per­so­na, riu­scen­do così ad influen­za­re nega­ti­va­men­te la sua quo­ti­dia­ni­tà: la vita socia­le, lo stu­dio, le abi­tu­di­ni ali­men­ta­ri, il son­no e la salu­te fisi­ca. In Ita­lia, la depres­sio­ne col­pi­sce più di 2,8 milio­ni di per­so­ne secon­do l’Istat, cir­ca il 5,4% del­le per­so­ne con un’età supe­rio­re ai 15 anni.

L’evoluzione nel corso dei secoli

La com­pren­sio­ne del­la natu­ra e del­le cau­se del­la depres­sio­ne si è evo­lu­ta nel cor­so dei seco­li. Le cau­se pre­se in esa­me inclu­do­no una varie­ga­ta e nume­ro­sa quan­ti­tà di fat­to­ri: psi­co­lo­gi­ci, psi­co­so­cia­li, ambien­ta­li, evo­lu­ti­vi e biologici.

Nell’antichità, il medi­co gre­co Ippo­cra­te di Coo descris­se la con­di­zio­ne di melan­co­nia (dal gre­co, let­te­ral­men­te «la bile nera», il cui ecces­so nel cor­po si cre­de­va cau­sa di tale sta­to d’animo) come una malat­tia vera e pro­pria, con par­ti­co­la­ri sin­to­mi men­ta­li e fisici.

Il ter­mi­ne depres­sio­ne, così noto oggi­gior­no, è sta­to fat­to deri­va­re dal ver­bo lati­no depri­me­re, che let­te­ral­men­te signi­fi­ca “pre­me­re ver­so il bas­so”. Fu uti­liz­za­to fin dal XIV seco­lo, nel 1665 dall’autore ingle­se Richard Baker e nel 1753 dal cri­ti­co let­te­ra­rio bri­tan­ni­co Samuel Johnson.

Un disturbo sempre esistito

Dun­que, il distur­bo depres­si­vo, sep­pur con deno­mi­na­zio­ni dif­fe­ren­ti, è in qual­che modo sem­pre esi­sti­to. Ma com’è pos­si­bi­le spie­ga­re la sua dif­fu­sio­ne, qua­si a mac­chia d’olio, negli ulti­mi anni? La rispo­sta più sen­sa­ta che è pos­si­bi­le dare a que­sto inter­ro­ga­ti­vo è la seguente.

Negli ulti­mi anni, mol­ti even­ti han­no pur­trop­po con­tri­bui­to a crea­re un cli­ma di insta­bi­li­tà e incer­tez­za, il qua­le è anda­to ad inci­de­re mol­to rapi­da­men­te sul­lo sta­to del­la salu­te men­ta­le dell’intera popolazione.

Infat­ti, la depres­sio­ne, insie­me all’ansia, è tra i distur­bi men­ta­li più dif­fu­si nel nostro pae­se, tant’è che è sta­ta defi­ni­ta dall’OMS (Orga­niz­za­zio­ne Mon­dia­le del­la Sani­tà) «Il male del seco­lo».

Una malattia vera e propria

Ma come si può riu­sci­re a far pren­de­re a tut­ti sul serio que­sta patologia?

Far pren­de­re sul serio la depres­sio­ne, oggi, richie­de un cam­bio di para­dig­ma cul­tu­ra­le che non la fac­cia con­fon­de­re con sem­pli­ce tri­stez­za, pigri­zia o man­can­za di volon­tà. La depres­sio­ne è una malat­tia vera e pro­pria, spes­so invi­si­bi­le, ma non per que­sto meno degna di rice­ve­re un trat­ta­men­to medi­co e psicoterapeutico.

Sol­tan­to per­ché una malat­tia non pre­sen­ta sin­to­mi evi­den­ti a livel­lo fisi­co, non signi­fi­ca che sia da con­si­de­ra­re meno impor­tan­te di altre pato­lo­gie. Per­ché, come ogni indi­vi­duo è diver­so, anche i pro­ble­mi che que­sti ulti­mi sono costret­ti ad affron­ta­re lo sono. E diver­so non signi­fi­ca meno impor­tan­te o meno degno di con­si­de­ra­zio­ne, ma sol­tan­to diverso.

Con­di­vi­di:
Rebecca Vitelli

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.