Il monologo «Mein Kampf» ha avuto la sua prima rappresentazione nella stagione teatrale 2024/2025 presso il Piccolo teatro di Milano. Lo spettacolo porta sul palco le vicende personali del futuro Führer che nel 1925 pubblicò la sua opera «Mein Kampf», composta nel carcere di Landsberg. Il libro fu rimosso dagli scaffali dopo la seconda guerra mondiale, e tornò successivamente fruibile nel 2016 in un’edizione critica allo scadere dei diritti d’autore.
Stefano Massini (1975) laureato in Lettere Antiche presso l’università di Firenze, è attore, scrittore e primo italiano vincitore del Tony Award nel 2022. Si tratta di un premio preceduto da altri numerosi riconoscimenti nell’ambito della critica, dello spettacolo e della letteratura. La sua carriera inizia nel 2001, impegnandosi come assistente di Luca Ronconi presso il Piccolo Teatro di Milano, di cui diventerà successivamente consulente artistico dal 2015 al 2020.
Il suo successo è dato da vari elementi. Innanzitutto, dalla sua vasta produzione teatrale e dalle numerose pubblicazioni bibliografiche. Ma non solo, anche dalle apparizioni televisive – come nel programma «Piazzapulita» e al festival di Sanremo 2024, durante la terza serata – e dalla conduzione del programma televisivo «Riserva Indiana». Infine, è conosciuto per alcune collaborazioni con giornali come «La Repubblica», e da prestigiosi incarichi come quello di direttore artistico del Teatro Nazionale della Toscana dal 2025.
Dalla rabbia alla consapevolezza: la genesi del potere di Hitler
Il libro (che l’anno scorso ha compiuto 100 anni) è l’origine dello spettacolo, in quanto l’autore sceglie di rappresentarne i contenuti riportandone i concetti espressi, sottoponendoli ad una reinterpretazione personale. Il tutto viene espresso con grande maestria e pathos, che tengono lo spettatore sull’attenti per tutta la durata dello spettacolo. Quello che Massini impersonifica è un giovane Hitler, seguito nelle sue vicende personali dall’infanzia in avanti. Lo spettacolo mostra la crescita di Hitler nel corso degli anni, evidenziando come nella sua mente si facciano strada le prime ossessioni e manie.
Protagonista agli albori della sua follia è una rabbia impetuosa, progressiva e mano a mano distruttiva. Questo lo spinge ad allontanarsi con sdegno dal suo piccolo paese natale austriaco, di cui odia gli abitanti e le consuetudini. Emerge poi la repulsione di uno stile di vita da lui considerato mediocre, rappresentato dalla scelta di vita lavorativa dell’impiegato, a cui lui dichiara più volte di non voler mai e poi mai prendere parte. Il quesito che più volte viene posto nel monologo è da dove si possa iniziare per cambiare la Storia. La domanda non ha ovviamente alcuna intenzione di cura o riguardo nei confronti dell’umanità, quanto la volontà di emergere dalla massa distinguendosi, e di incanalare la sua rabbia e frustrazione verso un gruppo. Un capro espiatorio viene identificato negli ebrei, dopo un lungo periodo di studio ossessivo in biblioteche.
Quando l’osservatore prende la parola
Hitler si presenta per quasi tutta la durata del monologo come un semplice osservatore: acutissimo, agguerrito, ma sempre e solo un osservatore, sia di fatti storici passati che della realtà attorno a lui.
L’atto di prendere la parola alla fine, durante l’ambientazione in una birreria, è visto come un momento di presa di consapevolezza delle proprie capacità. Si tratta di un vero punto di svolta posto negli ultimi minuti della rappresentazione, avvenimento a partire dal quale in pochi minuti Massini mette in scena con grande maestria un’escalation della brama di potere di Hitler. Solo nella parte finale affiora quindi la dialettica come arma principale di Hitler, inizialmente sfruttata durante le serate nelle birrerie, poi in discorsi nei teatri e comizi nelle piazze, diventando sempre più travolgente e coinvolgente.
Una scelta stilistica come monito per i giorni d’oggi
Emerge a questo punto una peculiare caratteristica stilistica del monologo. Non viene mai esplicitato che il nemico scelto sia l’ebreo, anche se questo viene dato per scontato dallo spettatore. «L’altro» è descritto tramite alcune consuete caratteristiche: un determinato tipo di cappello, una determinata valigia, un determinato cappotto. Analogamente, nemmeno il nome di Hitler è mai pronunciato. Massini in prima persona lo impersonifica indubbiamente e lo spettatore non fatica a comprenderlo, ma senza mai citarlo.
Che questa strategia retorica sia utile ai fini dell’insegnamento che lo spettacolo vuole trasmettere può essere un’interessante chiave di lettura. Ciò permetterebbe allo spettatore di immergersi nella persona di Hitler. Privato del nome, si trasformerebbe in un qualsiasi uomo, di una qualsiasi epoca, tormentato da rabbia ed emozioni che anche un nostro contemporaneo e conterraneo potrebbe provare. Allo stesso modo, la scelta di omettere che il nemico nel mirino del Führer sia l’ebreo fa scaturire una riflessione su chi possa essere il nemico dei nostri tempi, per vedere la storia passata nella quotidianità ai giorni nostri e trarne un insegnamento affinchè il passato non si ripeta.
Il monologo si conclude poi con un monito al pubblico sull’importanza dell’uso della parola, sull’importanza di darle peso e sulle dinamiche che portano alla censura.
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