Oscar 2026, un premio dopo l’altro

Le opinioni della redazione sulla 98ª edizione degli Academy Awards

La cerimonia degli Oscar 2026 tra sorprese, momenti politici e premi che valorizzano settori poco notati.

La 98ª ceri­mo­nia dei pre­mi Oscar segna una svol­ta cru­cia­le nel­la sto­ria dell’Academy Awards. Per la pri­ma vol­ta, infat­ti, i giu­ra­ti sono sta­ti tenu­ti da rego­la­men­to a vede­re tut­ti i film in gara, ponen­do un limi­te alla pras­si che fino all’anno scor­so lascia­va spa­zio a giu­di­zi influen­za­ti soprat­tut­to dal­le costo­se cam­pa­gne promozionali.

Que­sta edi­zio­ne ha anche visto il debut­to del nuo­vo pre­mio miglior casting, che valo­riz­za l’importanza del lavo­ro di chi costrui­sce il cast e resti­tui­sce mag­gio­re digni­tà alla per­for­man­ce di tut­ti gli atto­ri pre­sen­ti in un film. La sta­tuet­ta è anda­ta per la pri­ma vol­ta a Cas­san­dra Kulu­kun­dis per Una bat­ta­glia dopo l’altra di Paul Tho­mas Ander­son.

Il trionfo di Una battaglia dopo l’altra

Il film, can­di­da­to con 13 nomi­na­tion, ha domi­na­to la sera­ta aggiu­di­can­do­si sei sta­tuet­te in tota­le, tra cui i più pre­sti­gio­si. Oltre al già cita­to miglior casting, Paul Tho­mas Ander­son ha con­qui­sta­to la miglior regia, men­tre la pel­li­co­la si è aggiu­di­ca­ta il pre­mio come miglior film. Anche la miglior sce­neg­gia­tu­ra non ori­gi­na­le è sta­ta un altro rico­no­sci­men­to impor­tan­te per Una bat­ta­glia dopo l’altra. Riti­ran­do il pre­mio, Paul Tho­mas Ander­son ha par­la­to del film come di un pro­get­to per­so­na­le e inti­mo, nato per riflet­te­re sul mon­do che lasce­re­mo alle pros­si­me gene­ra­zio­ni. A com­ple­ta­re il bot­ti­no, il film si è aggiu­di­ca­to anche il miglior mon­tag­gio, vin­to da Andy Jur­gen­sen, e il rico­no­sci­men­to come miglior atto­re non pro­ta­go­ni­sta per Sean Penn.

Que­ste 13 sta­tuet­te han­no reso Una bat­ta­glia dopo l’altra il gran­de trion­fo degli Oscar 2026, mostran­do come il talen­to del regi­sta e del cast, insie­me al lavo­ro dei pro­fes­sio­ni­sti die­tro le quin­te, pos­sa domi­na­re sia le cate­go­rie arti­sti­che che quel­le tecniche.

Il clamoroso flop di Sinners

In que­sta edi­zio­ne, il riva­le del cam­pio­ne soprac­ci­ta­to è sta­to Sin­ners di Ryan Coo­gler, che con le sue 16 nomi­na­tion ha sta­bi­li­to il record del film con più can­di­da­tu­re nel­la sto­ria degli Oscar. Alla fine, però, ha riti­ra­to solo 4 pre­mi: miglior atto­re pro­ta­go­ni­sta a Michael B. Jor­dan, miglior sce­neg­gia­tu­ra ori­gi­na­le a Ryan Coo­gler, miglior foto­gra­fia ad Autumn Durald Arka­paw e miglior colon­na sono­ra ori­gi­na­le a Lud­wig Göransson.

Ryan Coo­gler rac­con­ta la segre­ga­zio­ne raz­zia­le dal pun­to di vista del­la comu­ni­tà nera e usa il vam­pi­ro come meta­fo­ra dell’oppressione bian­ca. I gemel­li cri­mi­na­li Smo­ke e Stack (entram­bi inter­pre­ta­ti da Michael B. Jor­dan) deci­do­no di tor­na­re in Mis­sis­sip­pi per apri­re un loca­le blues, ma la loro cit­tà nata­le è infe­sta­ta da vam­pi­ri pron­ti a rovi­na­re la festa.

Come per Black Pan­ther, ad amma­lia­re la cri­ti­ca ame­ri­ca­na sono sta­ti pro­prio i temi trat­ta­ti, ripe­tu­ti a mo’ di lezion­ci­na dai per­so­nag­gi stes­si. Così va l’horror oggi: non è più il film dal­la tra­ma sem­pli­ce che si cari­ca di signi­fi­ca­ti, ma si pen­sa al mes­sag­gio da espor­re e poi alle vicen­de da costrui­re intor­no, secon­do la nuo­va rego­la del tell more than show it.

I premi più telefonati

Frank­en­stein di Guil­ler­mo del Toro, can­di­da­to a 9 nomi­na­tion, por­ta sul­lo scher­mo il cele­bre roman­zo di Mary Shel­ley in una ver­sio­ne visi­va­men­te son­tuo­sa e for­te­men­te auto­ria­le. Il film ha trion­fa­to in tre cate­go­rie tec­ni­che. Il pre­mio Oscar per la miglio­re sce­no­gra­fia è anda­to a Tama­ra Deve­rell e Sha­ne Vieau. Per il miglior costu­me è sta­ta pre­mia­ta a Kate Haw­ley, men­tre nel­la cate­go­ria miglior truc­co e accon­cia­tu­ra han­no vin­to Jor­dan Samuel, Mike Hill e Clio­na Furey, gra­zie a un lavo­ro straor­di­na­rio sul vol­to e sul cor­po del­la Crea­tu­ra (Jacob Elor­di), che uni­sce rea­li­smo ana­to­mi­co e sug­ge­stio­ne cine­ma­to­gra­fi­ca. Que­sti rico­no­sci­men­ti con­fer­ma­no la cura arti­gia­na­le e la crea­ti­vi­tà visi­va che sono da sem­pre mar­chio di fab­bri­ca del Toro.

Tra i pre­mi più atte­si del­la sera­ta c’era quel­lo per la miglior attri­ce pro­ta­go­ni­sta, asse­gna­to a Jes­sie Buc­kley per la sua inter­pre­ta­zio­ne inten­sa e pro­fon­da­men­te emo­ti­va nel film Ham­net — Nel nome del figlio. Quest’ultimo, con 8 nomi­na­tion por­ta sul­lo scher­mo il roman­zo di Mag­gie O’Farrell, dedi­ca­to alla mor­te del figlio di Wil­liam Shakespeare.

Ambien­ta­to nell’Inghilterra eli­sa­bet­tia­na, il film evi­ta il clas­si­co bio­pic sul dram­ma­tur­go e si con­cen­tra inve­ce sul lut­to che attra­ver­sa la fami­glia, in par­ti­co­la­re sul­la figu­ra di Agnes, inter­pre­ta­ta da Buc­kley: una madre intui­ti­va e indi­pen­den­te che si tro­va ad affron­ta­re la per­di­ta improv­vi­sa del figlio e le con­se­guen­ze che que­sto even­to avrà sul­la vita sua e del mari­to. Ne emer­ge un rac­con­to inti­mo e liri­co sul­la per­di­ta, la memo­ria e il pro­ces­so creativo.

Men­tre Ava­tar — Fuo­co e cene­re si è rita­glia­to il suo spa­zio nel­la sera­ta, con­qui­stan­do l’Oscar per i miglio­ri effet­ti visi­vi gra­zie al lavo­ro del team gui­da­to da Joe Let­te­ri, con­fer­man­do anco­ra una vol­ta il ruo­lo cen­tra­le del­la saga nel ride­fi­ni­re gli stan­dard tec­no­lo­gi­ci del cine­ma contemporaneo.

Le grandi sorprese di F1Marty Supreme

Duran­te la ceri­mo­nia non sono man­ca­te sor­pre­se positive.

Con­tro ogni pro­no­sti­co, F1 – Il film si è distin­to por­tan­do­si a casa una sta­tuet­ta per il miglior suo­no. Una pic­co­la ma signi­fi­ca­ti­va vit­to­ria, che ha sor­pre­so cri­ti­ci e appas­sio­na­ti. La pel­li­co­la segue le gare moz­za­fia­to di un gio­va­ne pilo­ta che lot­ta per il tito­lo mon­dia­le tra riva­li­tà, adre­na­li­na e sacri­fi­ci. Per F1, que­sto Oscar è mol­to più di un rico­no­sci­men­to tec­ni­co: pre­mia il lavo­ro straor­di­na­rio di chi die­tro le quin­te crea un’esperienza sono­ra coin­vol­gen­te, dal­la rom­ban­te poten­za dei moto­ri ai det­ta­gli più minu­ti che fan­no sen­ti­re lo spet­ta­to­re den­tro la pista, e dimo­stra quan­to anche i film spor­ti­vi pos­sa­no bril­la­re in cate­go­rie pre­sti­gio­se, con­qui­stan­do l’attenzione dell’Academy.

Mar­ty Supre­me di Josh Saf­die era fini­to recen­te­men­te nel­la bufe­ra per via di alcu­ne dichia­ra­zio­ni con­tro­ver­se dell’attore pro­ta­go­ni­sta, Timo­thée Cha­la­met, sull’opera e i bal­let­ti. A vota­zio­ni già chiu­se, i pro­no­sti­ci dava­no il film già per spac­cia­to, richia­man­do quan­to acca­du­to l’anno scor­so con Emi­lia Pérez. Alla fine, il bio­pic sul pon­gi­sta degli anni ’50 Mar­ty Mau­ser tor­na a casa a mani vuo­te, non riu­scen­do a con­cre­tiz­za­re nes­su­na del­le 9 nomi­na­tion.

Il dramma familiare di Sentimental Value

Alla fine, per non scon­ten­ta­re nes­su­no e tira­re su pol­ve­ro­ni media­ti­ci, la sta­tuet­ta al miglior film inter­na­zio­na­le è toc­ca­ta al dram­ma fami­lia­re nor­ve­ge­se Sen­ti­men­tal Value di Joa­chim Trier. Il film rac­con­ta del dif­fi­col­to­so rap­por­to tra Nora (Rena­te Rein­sve), attri­ce di tea­tro, e il padre assen­te Gustav Borg (Stel­lan Skar­sgård), regi­sta cine­ma­to­gra­fi­co di fama inter­na­zio­na­le. Gustav, dopo un lun­go perio­do di inat­ti­vi­tà, è inten­to a gira­re un nuo­vo film, per il qua­le vor­reb­be scrit­tu­ra­re pro­prio la figlia nel ruo­lo di protagonista.

Trier met­te in sce­na anco­ra una vol­ta il tra­va­glia­to pro­ces­so di subli­ma­zio­ne del dolo­re in for­me arti­sti­che. La depres­sio­ne di Nora e l’incapacità di Gustav di tor­na­re sul­le sce­ne sono sin­to­mi di una feri­ta comu­ne del pas­sa­to che non potrà rimar­gi­nar­si se non con un film che veda padre e figlia lavo­ra­re insie­me. A metà tra dram­ma e com­me­dia, Sen­ti­men­tal Value si reg­ge su inter­pre­ta­zio­ni con­vin­cen­ti da par­te di tut­to il cast e una sto­ria dal pote­re terapeutico.

L’anno degli horror passa anche dalle streghe

Nono­stan­te la dop­pia can­di­da­tu­ra del­le attri­ci di Sen­ti­men­tal Value e la con­cor­ren­za di Teya­na Tay­lor, come miglior attri­ce non pro­ta­go­ni­sta vin­ce Amy Madi­gan. Attri­ce dal­la car­rie­ra qua­ran­ten­na­le, Madi­gan vie­ne pre­mia­ta con il suo pri­mo Oscar per l’interpretazione in Wea­pons, hor­ror del­la scor­sa esta­te che, per il suo spe­ri­men­ta­li­smo, ha divi­so il pubblico.

Vie­ne comun­que gene­ral­men­te rico­no­sciu­to un carat­te­re ben coin­vol­gen­te alla pri­ma metà, in cui il miste­ro intor­no alla scom­par­sa not­te­tem­po di una ven­ti­na di bam­bi­ni vie­ne affron­ta­ta attra­ver­so la foca­liz­za­zio­ne in mol­te­pli­ci per­so­nag­gi, sen­za tut­ta­via inter­rom­pe­re la nar­ra­zio­ne riav­vol­gen­do trop­po il nastro.

La tra­ma però ne risen­te: l’aspetto gial­lo va a rilen­to e poi acce­le­ra nel­la secon­da metà, fino a uno “spie­go­ne” un po’ anti­cli­ma­ti­co, che coin­vol­ge pro­prio il per­so­nag­gio di Madi­gan, la zia Gla­dys; l’aspetto hor­ror psi­co­lo­gi­co e d’atmosfera pro­ce­de più attra­ver­so i jump­sca­re ed è sta­to cri­ti­ca­to per l’introduzione di ele­men­ti sovran­na­tu­ra­li, che a onor del vero vedo­no nel per­so­nag­gio di Gla­dys una vir­tuo­sa ecce­zio­ne carat­te­ri­sti­ca del per­tur­ban­te freu­dia­no.

La politica agli Oscar

Anche quest’anno gli Oscar fan­no par­la­re di sé per la poli­ti­ca. Jim­my Kim­mel, che ave­va per­so il posto (poi rein­te­gra­to) per una bat­tu­ta su Char­lie Kirk, nel pre­sen­ta­re le cate­go­rie al miglior cor­to e film docu­men­ta­rio non ha man­ca­to di riser­va­re una stoc­ca­ta al flop del docu­men­ta­rio Mela­nia sul­la fir­st lady.

A vin­ce­re nel­la cate­go­ria miglior docu­men­ta­rio è Mr. Nobo­dy again­st Putin di David Boren­stein, che rac­con­ta del­la pro­pa­gan­da rus­sa nel­le scuo­le dopo l’invasione in Ucrai­na. Il pro­ta­go­ni­sta Pavel Talan­ki non si è sbi­lan­cia­to trop­po, facen­do un gene­ri­co appel­lo a fer­ma­re tut­te le guerre.

Javier Bar­dem ha inve­ce pre­sen­ta­to il pre­mio per il miglior film inter­na­zio­na­le affer­man­do sul pal­co: «No alla guer­ra, Pale­sti­na libe­ra». Que­sta cate­go­ria di film si pone infat­ti come la più spic­ca­ta­men­te poli­ti­ca per via del­le nomi­na­tion.

Nel­lo stra­zian­te La Voce di Hind Rajab, la regi­sta pale­sti­ne­se è par­ti­ta dal­la vera tele­fo­na­ta alla Mez­za­lu­na isla­mi­ca di Hind Rajab, una bam­bi­na di appe­na 5 anni, che chie­de dispe­ra­ta­men­te di esse­re sal­va­ta dopo che l’IDF ha spa­ra­to alla mac­chi­na in cui viag­gia­va con la sua fami­glia, ucci­den­do tut­ti tran­ne lei.

Altret­tan­to poli­ti­co è poi Un sem­pli­ce inci­den­te di Janar Pana­hi che rac­con­ta l’incontro casua­le tra un uomo e quel­lo che lui rico­no­sce per esse­re sta­to il suo car­ce­rie­re, che lo ha tor­tu­ra­to duran­te la sua deten­zio­ne da par­te del regi­me ira­nia­no. Vin­ci­to­re del­la Pal­ma d’Oro a Can­nes, è un film di cui è straor­di­na­ria la sola esi­sten­za. Pana­hi infat­ti gira di nasco­sto, con pochi mez­zi e sem­pre con la pos­si­bi­li­tà che le auto­ri­tà lo bloc­chi­no in ogni momento.

La guerra delle major sul fronte animazione

La sfi­da per la cate­go­ria ani­ma­zio­ne si è gio­ca­ta su più fron­ti. Da un lato c’è l’ormai con­so­li­da­ta pre­sen­za di Disney, con Zoo­tro­po­lis 2 ed Elio. Cre­sce di anno in anno anche il ruo­lo di Net­flix, rap­pre­sen­ta­ta da KPop Demon Hun­ters di Mag­gie Kang e Chris Appe­lhans. Non sono man­ca­ti nem­me­no i pro­get­ti indi­pen­den­ti, come il fran­ce­se Arco di Ugo Bien­ve­nu e La pic­co­la Amé­lie di Maï­lys Val­la­de e Lia­ne-Cho Han, seguen­do la scia di Flow — Un mon­do da sal­va­re, vin­ci­to­re dell’edizione precedente.

A con­qui­sta­re il pre­mio come miglior film d’animazione è sta­to KPop Demon Hun­ters, che si distin­gue per lo sti­le visi­vo ori­gi­na­le, il rit­mo ser­ra­to e la capa­ci­tà di uni­re azio­ne, comi­ci­tà e cul­tu­ra pop sud­co­rea­na. Il film segue un grup­po di gio­va­ni idol che, tra con­cer­ti e fan sfe­ga­ta­ti, devo­no affron­ta­re demo­ni che si ciba­no del­le ani­me del­le per­so­ne. Le pro­ta­go­ni­ste rie­sco­no a scon­fig­ger­li can­tan­do e bal­lan­do, evi­tan­do di met­te­re a rischio il mon­do. Tra bra­ni K‑pop e coreo­gra­fie dina­mi­che, il film com­bi­na ener­gia, ten­sio­ne e humour in un’avventura viva­ce e ori­gi­na­le. Infat­ti, il suc­ces­so del film pas­sa anche pro­prio dal­la musi­ca: la can­zo­ne Gol­den, inter­pre­ta­ta da EJAE, Audrey Nuna e Rei Ami e trac­cia prin­ci­pa­le del film, ha scrit­to la sto­ria agli Oscar 2026 diven­tan­do la pri­ma com­po­si­zio­ne K‑pop a vin­ce­re il pre­mio per la miglior can­zo­ne ori­gi­na­le.

Per quan­to riguar­da i cor­to­me­trag­gi, la sta­tuet­ta è sta­ta vin­ta da The Girl Who Cried Pearls, supe­ran­do But­ter­fly, Fore­ver­green, Reti­re­ment PlanThe Three Sisters, con­fer­man­do l’attenzione dell’Academy anche ai pro­get­ti più bre­vi e sperimentali.

Nel com­ples­so, que­sta è sta­ta sen­za dub­bio un’edizione mol­to par­ti­co­la­re, che tra nuo­ve rego­le e risul­ta­ti meno scon­ta­ti ha dato l’impressione di esse­re un po’ più meri­to­cra­ti­ca del solito.

Con­di­vi­di:
Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.
Giuseppe Ciliberti
Stu­den­te di Let­te­re appas­sio­na­to di cine­ma, filo­so­fia e musica.
Matteo Dodero
Viviana Genovese
Stu­den­tes­sa di Let­te­re Moder­ne e chiac­chie­ro­na per natu­ra. La curio­si­tà mi gui­da ver­so ciò che mi cir­con­da, e la paro­la scrit­ta è lo stru­men­to di espres­sio­ne che preferisco.
Nutro uno smi­su­ra­to amo­re per i viag­gi, il mare e l’ar­te in tut­te le sue for­me; ma amo anche esplo­ra­re nuo­vi mon­di attra­ver­so let­tu­re e film di ogni tipo, immer­gen­do­mi in diver­se real­tà e viven­do più vite.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.