Radici, il Sudafrica dalla segregazione alla libertà

Sharpeville e la lotta contro l’apartheid: dal massacro alla liberazione del Sudafrica

Il massacro di Sharpeville del 21 marzo 1960 segna un momento cruciale nella storia del Sudafrica: simbolo della violenza del regime razzista, mette in luce decenni di oppressione e ingiustizia, e insieme accende la scintilla della resistenza che, guidata da Nelson Mandela e dall’ANC, condurrà alla fine dell’apartheid e alla nascita di un paese multietnico. 

«Nel­la vita di ogni Nazio­ne c’è un momen­to in cui riman­go­no sol­tan­to due pos­si­bi­li­tà: sot­to­met­ter­si o lot­ta­re. Ora in Suda­fri­ca è giun­to quel momen­to. Non ci sot­to­met­te­re­mo e non abbia­mo altra scel­ta che rispon­de­re ai sopru­si con tut­ti i mez­zi che dispo­nia­mo per difen­de­re la nostra gen­te, il nostro futu­ro, la nostra liber­tà». Con que­ste paro­le Nel­son Man­de­la, duran­te le quat­tro ore del pro­ces­so di Rivo­nia (1963), riven­di­ca­va il dirit­to dei suda­fri­ca­ni a oppor­si a un regi­me auto­ri­ta­rio e raz­zi­sta. Ver­rà suc­ces­si­va­men­te arre­sta­to e con­dan­na­to all’ergastolo, scon­te­rà 27 anni di car­ce­re.  

Man­de­la fu uno dei pila­stri dell’ANC (Afri­can Natio­nal Con­gress) il più impor­tan­te par­ti­to poli­ti­co suda­fri­ca­no, fon­da­to nel 1912, pro­ta­go­ni­sta del­la lot­ta all’a­par­theid. Il par­ti­to si ispi­ra­va alla non-vio­len­za pro­mos­sa da Ghan­di, per pro­muo­ve­re i dirit­ti poli­ti­ci dei neri al di là del­le divi­sio­ni etni­che. Nel 1955 fu dichia­ra­to fuo­ri­leg­ge. Nel 1960 pas­sò alla lot­ta arma­ta. L’anno 1960 è sta­to fon­da­men­ta­le anche per un’altra ragio­ne: il mas­sa­cro di Shar­pe­vil­le. Il 21 mar­zo, nel perio­do di mas­si­ma inten­si­tà del­le pro­te­ste popo­la­ri con­tro la poli­ti­ca del­l’a­par­theid, ven­ne orga­niz­za­ta una mani­fe­sta­zio­ne paci­fi­ca. Nono­stan­te il carat­te­re non vio­len­to del­la pro­te­sta, la poli­zia suda­fri­ca­na aprì il fuo­co sul­la fol­la dei dimo­stran­ti, ucci­den­do 70 per­so­ne.  

Poco dopo il tra­gi­co even­to le Nazio­ni Uni­te dichia­ra­ro­no il 21 mar­zo Gior­na­ta inter­na­zio­na­le per l’e­li­mi­na­zio­ne del­le discri­mi­na­zio­ni raz­zia­li, in ono­re del­le vit­ti­me di Shar­pe­vil­le. Oggi, a 66 anni di distan­za, Shar­pe­vil­le non è solo un fat­to sto­ri­co. Le paro­le di Nel­son Man­de­la resta­no attua­li ogni vol­ta che dirit­ti e liber­tà ven­go­no limi­ta­ti, anche in con­te­sti diver­si da quel­li di allo­ra. Non è una lezio­ne chiu­sa nel pas­sa­to: è una que­stio­ne che con­ti­nua a ripre­sen­tar­si, sot­to altre for­me, nel pre­sen­te e in tut­to il mon­do. 

Le origini coloniali della disuguaglianza in Sudafrica 

La sto­ria del raz­zi­smo in Suda­fri­ca è lun­ga e com­ples­sa, ma pos­sia­mo iden­ti­fi­ca­re una data chia­ve da cui par­ti­re: il 1652. Da quel momen­to, le vicen­de del pae­se saran­no scan­di­te dall’occupazione euro­pea e dal­la resi­sten­za afri­ca­na. La pri­ma colo­niz­za­zio­ne avven­ne da par­te olan­de­se, tra­mi­te la Dutch East Indian Com­pa­ny. Già in que­sta fase si deli­neò una strut­tu­ra gerar­chi­ca del­la socie­tà: al ver­ti­ce gli impie­ga­ti e i colo­ni euro­pei lega­ti alla com­pa­gnia, men­tre le popo­la­zio­ni afri­ca­ne e gli schia­vi – spes­so impor­ta­ti dai ter­ri­to­ri cir­co­stan­ti – occu­pa­va­no i livel­li più bas­si. Non si trat­ta­va anco­ra di apar­theid, ma di un siste­ma che ne anti­ci­pa­va alcu­ne logi­che in quan­to basa­to su disu­gua­glian­za, esclu­sio­ne e con­trol­lo del­le risor­se. 

Nel 1795 gli ingle­si entra­ro­no in Suda­fri­ca, assu­men­do il con­trol­lo del­la colo­nia del Capo. Gli inte­res­si bri­tan­ni­ci era­no mol­te­pli­ci: la gestio­ne dei traf­fi­ci ver­so Orien­te, il con­trol­lo dei gia­ci­men­ti di oro e dia­man­ti, e la crea­zio­ne di un avam­po­sto uti­le per una futu­ra espan­sio­ne ver­so l’interno del con­ti­nen­te afri­ca­no. Dopo un perio­do di tran­si­zio­ne, gli olan­de­si dovet­te­ro cede­re il con­trol­lo del­la colo­nia agli ingle­si. 

In una pri­ma fase l’amministrazione bri­tan­ni­ca adot­tò un approc­cio rela­ti­va­men­te fles­si­bi­le, ma con il tem­po il con­trol­lo si fece più rigi­do. Le guer­re di fron­tie­ra e la pro­gres­si­va appro­pria­zio­ne del­le ter­re con­so­li­da­ro­no un siste­ma fon­da­to sul­la subor­di­na­zio­ne del­le popo­la­zio­ni loca­li. Dina­mi­che simi­li si ritro­va­no anche in altri con­te­sti colo­nia­li, come in Alge­ria o in Pale­sti­na.  

Capitalismo razziale 

Con il tem­po ven­ne adot­ta­to model­lo eco­no­mi­co basa­to sul­lo sfrut­ta­men­to repres­si­vo del lavo­ro dei neri, in cui solo i bian­chi – sia afri­ka­ner che ingle­si – pote­va­no gode­re del­la pro­prie­tà pri­va­ta per i bian­chi. Il capi­ta­le appar­te­ne­va ai colo­ni bian­chi men­tre la for­za lavo­ro era com­po­sta da lavo­ra­to­ri neri. Mol­ti stu­dio­si par­la­no di nuo­vo siste­ma basa­to sul capi­ta­li­smo raz­zia­le. Ad esem­pio, la socio­lo­ga Ruth Fir­st sot­to­li­nea come non vi fos­se alcun inte­res­se a rein­ve­sti­re i pro­fit­ti deri­va­ti dagli inve­sti­men­ti este­ri per pro­muo­ve­re lo svi­lup­po all’interno del Suda­fri­ca. Al con­tra­rio, i sala­ri dei mina­to­ri – esclu­si­va­men­te neri – ven­ne­ro pro­gres­si­va­men­te ridot­ti.  

Con lo scop­pio del­la guer­ra anglo-boe­ra que­sto siste­ma si con­so­li­dò. La fine del con­flit­to por­tò allo svi­lup­po di una strut­tu­ra suc­ces­si­va dove sia afri­ka­ner che ingle­si con­tras­se­ro van­tag­gi e svan­tag­gi. Le due etnie, però, con­di­vi­de­va­no un inte­res­se su tut­ti: la for­za lavo­ro nera a bas­so costo dove­va esse­re sem­pre dispo­ni­bi­le, e sen­za voce in capi­to­lo in riguar­do alla poli­ti­ca. Allo stes­so tem­po, il grup­po etni­co afri­ka­ner ini­ziò a mobi­li­tar­si con­tro il domi­nio degli ingle­si nel­la poli­ti­ca e nell’economia suda­fri­ca­na. Nel 1910 nac­que l’Unione Suda­fri­ca­na, un domi­nion auto­no­mo in seno al Com­mo­n­wealth. 

L’apartheid 

Il siste­ma di apar­theid («sepa­ra­zio­ne») – teo­riz­za­to dal par­ti­to nazio­na­li­sta afri­ka­ner, il Natio­nal Par­ty – diven­ne lega­le dopo il 1948. Esso garan­ti­va alla mino­ran­za bian­ca un ruo­lo pre­mi­nen­te nel siste­ma poli­ti­co, eco­no­mi­co e cul­tu­ra­le suda­fri­ca­no, rele­gan­do la mag­gio­ran­za com­po­sta da neri, metic­ci e asia­ti­ci in una posi­zio­ne subal­ter­na e sepa­ra­ta. Fu pra­ti­ca­ta fino alla cadu­ta del par­ti­to nel 1994.  

Il ter­mi­ne esi­ste­va già dal 1902, conia­to dopo la guer­ra anglo boe­ra, in cui ven­ne san­ci­ta la supe­rio­ri­tà dei colo­ni bian­chi. Nono­stan­te ven­ga isti­tu­zio­na­liz­za­ta solo nel dopo­guer­ra, già nel­la pri­ma metà del Nove­cen­to ven­ne­ro vara­te leg­gi discri­mi­na­to­rie nei con­fron­ti dei neri. Tra que­ste vi è l’industrial con­ci­lia­tion act, che vie­ta­va ai neri di ave­re una rap­pre­sen­tan­za sin­da­ca­le. 

Il massacro e le sue conseguenze 

Tut­ta­via, la comu­ni­tà nera non rima­se immo­bi­le davan­ti alle discri­mi­na­zio­ni. Già nel 1912 nac­que l’African Natio­nal Con­gress (ANC) con l’obiettivo di difen­de­re i dirit­ti del­la mag­gio­ran­za nera. Dal 1947 il Par­ti­to ini­ziò la col­la­bo­ra­zio­ne con il Natal Indian Con­gress, il par­ti­to india­no fon­da­to da Gan­d­hi nel­la regio­ne suda­fri­ca­na del Natal, e que­sto gli die­de la for­za di con­trap­por­si diret­ta­men­te al gover­no raz­zi­sta del Pae­se. Fin da subi­to il par­ti­to fu osteg­gia­to dal­la mag­gio­ran­za di gover­no, e i suoi mem­bri per­se­gui­ta­ti e arre­sta­ti.  

Nel 1960 si arri­vò ad una svol­ta: Sobu­k­we, il lea­der del Pan Afri­can Con­gress (PAC) e altre 150 per­so­ne si pre­sen­ta­ro­no alla sta­zio­ne di poli­zia di Shar­pe­vil­le sen­za il loro lascia­pas­sa­re, e furo­no arre­sta­ti all’istante. Accor­se­ro subi­to altre miglia­ia di per­so­ne per pro­te­sta­re con­tro l’arresto. Ciò inne­scò l’escalation nel­la rea­zio­ne dei rin­for­zi gover­na­ti­vi. Furo­no assas­si­na­te 69 per­so­ne cir­ca, 150 furo­no feri­te gra­ve­men­te. Nes­su­na del­le vit­ti­me era arma­ta. Quel gior­no sarà poi ricor­da­to come il Mas­sa­cro di Shar­pe­vil­le. 

Da que­sto mas­sa­cro il movi­men­to anti-apar­theid abban­do­nò la non vio­len­za e sfi­dò aper­ta­men­te il regi­me. La stra­ge di Shar­pe­vil­le sol­le­vò un’on­da­ta di pro­te­ste a Cit­tà del Capo. Pri­ma che l’or­di­ne fos­se ripri­sti­na­to ci furo­no più di 10.000 arre­sti, tra cui lo stes­so Man­de­la. Il lea­der dell’ANC fu arre­sta­to con l’accusa di alto tra­di­men­to e nel 1964 fu con­dan­na­to all’ergastolo. Tra­scor­se i suc­ces­si­vi 27 anni in car­ce­re, dove com­ple­tò gli stu­di di leg­ge e deci­se di abban­do­na­re la stra­te­gia del­la lot­ta arma­ta per costrui­re un Pae­se dove non domi­nas­se­ro né i bian­chi, né i neri, ma il gover­no fos­se mul­ti­raz­zia­le e costi­tu­zio­na­le. Nel 1994 il suo sogno ven­ne rea­liz­za­to: l’apartheid ebbe fine e Man­de­la ven­ne elet­to pre­si­den­te del Suda­fri­ca. 

Con­di­vi­di:
Camilla Gommaraschi
Stu­den­tes­sa di sto­ria curio­sa per natu­ra e con la testa sem­pre tra le pagi­ne: ado­ro leg­ge­re, rac­con­ta­re sto­rie e per­der­mi in nuo­vi mondi.

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