Robert Mapplethorpe a Palazzo Reale, estetica della forma e del desiderio

Oltre cento opere tra nudi, ritratti e nature morte raccontano il tema del desiderio e del corpo.

La retrospettiva dedicata a Robert Mapplethorpe a Palazzo Reale analizza in modo sistematico i nuclei centrali della sua ricerca. Dalla costruzione formale dei nudi ai ritratti iconici, la mostra mette in evidenza il rapporto tra classicismo, desiderio e rappresentazione. 

La retro­spet­ti­va dedi­ca­ta a Robert Map­ple­thor­pe nel­le sale di Palaz­zo Rea­le si con­fi­gu­ra come uninda­gi­ne ampia e strut­tu­ra­ta sui nuclei cen­tra­li del­la sua ricer­ca arti­sti­ca. Oltre cen­to ope­re – tra nudi, ritrat­ti e natu­re mor­te – rico­strui­sco­no in modo siste­ma­ti­co il per­cor­so di un auto­re che ha tra­sfor­ma­to la foto­gra­fia in un cam­po di ten­sio­ne tra clas­si­ci­smo e desi­de­rio moder­no, con­trol­lo for­ma­le e inten­sità emo­ti­va. 

Contesto e costruzione del percorso 

Figu­ra cen­tra­le del­la foto­gra­fia sta­tu­ni­ten­se del secon­do Nove­cen­to, Map­ple­thor­pe svi­lup­pa il pro­prio lin­guag­gio tra gli anni Set­tan­ta e la fine degli anni Ottan­ta, in un con­te­sto cul­tu­ra­le segna­to dal­la sce­na under­ground new­yor­ke­se, dal­la rifles­sio­ne sull’identità e dal­le tra­sfor­ma­zio­ni socia­li lega­te alla ses­sua­li­tà e alla rap­pre­sen­ta­zio­ne del cor­po. 

Il per­cor­so espo­si­ti­vo adot­ta un cri­te­rio pre­va­len­te­men­te tema­ti­co, man­te­nen­do tut­ta­via una chia­ra scan­sio­ne cro­no­lo­gi­ca che con­sen­te di osser­va­re l’evoluzione tec­ni­ca e con­cet­tua­le dell’artista. Dai pri­mi lavo­ri spe­ri­men­ta­li fino alle ope­re del­la pie­na matu­ri­tà, emer­ge una pro­gres­si­va radi­ca­liz­za­zio­ne del rigo­re com­po­si­ti­vo. L’uso del­la luce diven­ta sem­pre più cali­bra­to, il bian­co e nero assu­me una den­si­tà scul­to­rea, la stam­pa – spes­so in gran­de for­ma­to – accen­tua la qua­li­tà mate­ri­ca dell’immagine. 

Per Map­ple­thor­pe la foto­gra­fia non è mai sem­pli­ce regi­stra­zio­ne del rea­le: è un pro­ces­so di for­ma­liz­za­zio­ne. Ogni ele­men­to è costrui­to, misu­ra­to, dispo­sto nel­lo spa­zio secon­do una logi­ca di equi­li­brio. L’immagine si pre­sen­ta come ogget­to auto­no­mo, chiu­so in sé, rego­la­to da sim­me­trie, con­tra­sti e ten­sio­ni inter­ne. 

Il corpo 

Uno dei nuclei fon­da­men­ta­li del­la mostra è dedi­ca­to al cor­po uma­no, trat­ta­to come strut­tu­ra pla­sti­ca pri­ma anco­ra che come sog­get­to nar­ra­ti­vo o psi­co­lo­gi­co. I nudi – maschi­li e fem­mi­ni­li – sono iso­la­ti su fon­di neu­tri, pri­va­ti di rife­ri­men­ti ambien­ta­li, con­cen­tra­ti in pose stu­dia­te che ne enfa­tiz­za­no la ten­sio­ne musco­la­re e la purez­za del­le linee. 

Il dia­lo­go con la tra­di­zio­ne clas­si­ca è evi­den­te: il cor­po vie­ne model­la­to dal­la luce come una scul­tu­ra, richia­man­do l’ideale di per­fe­zio­ne for­ma­le dell’arte gre­co-roma­na. Tut­ta­via, que­sta appa­ren­te com­po­stez­za clas­si­ca con­vi­ve con una cari­ca ero­ti­ca inten­sa. Il desi­de­rio non è rap­pre­sen­ta­to come impul­so cao­ti­co, ma come ener­gia disci­pli­na­ta dal­la for­ma. 

Le imma­gi­ni che negli anni Ottan­ta susci­ta­ro­no for­ti con­tro­ver­sie – soprat­tut­to per la loro espli­ci­ta rap­pre­sen­ta­zio­ne del­la ses­sua­li­tà – sono inse­ri­te nel per­cor­so sen­za enfa­si sen­sa­zio­na­li­sti­ca. In que­sto con­te­sto appa­re chia­ro come anche le foto­gra­fie più radi­ca­li obbe­di­sca­no alla stes­sa logi­ca com­po­si­ti­va: sim­me­tria, cen­tra­li­tà, con­trol­lo del­la luce. La pro­vo­ca­zio­ne, più che fine a se stes­sa, diven­ta stru­men­to per inter­ro­ga­re i limi­ti del­la rap­pre­sen­ta­zio­ne e il rap­por­to tra nor­ma este­ti­ca e desi­de­rio. 

Ritratto e identità 

Un altro asse por­tan­te dell’esposizione è costi­tui­to dai ritrat­ti, ambi­to in cui Map­ple­thor­pe rag­giun­ge esi­ti di straor­di­na­ria inten­si­tà. Per­so­nag­gi del mon­do arti­sti­co e cul­tu­ra­le ven­go­no foto­gra­fa­ti con un’impostazione essen­zia­le, spes­so fron­ta­le, che eli­mi­na ogni ele­men­to acces­so­rio. L’identità non è costrui­ta attra­ver­so la nar­ra­zio­ne, ma attra­ver­so postu­ra, sguar­do, pre­sen­za. 

Emble­ma­ti­co è il cele­bre ritrat­to di Pat­ti Smith: l’immagine, ridot­ta a pochi ele­men­ti, resti­tui­sce una figu­ra sospe­sa tra fra­gi­li­tà e deter­mi­na­zio­ne. L’essenzialità for­ma­le diven­ta stru­men­to di rive­la­zio­ne. Anche nei ritrat­ti più cele­bri, l’artista appli­ca la mede­si­ma disci­pli­na visi­va riser­va­ta ai nudi: il vol­to è trat­ta­to come super­fi­cie pla­sti­ca, model­la­to dal­la luce con pre­ci­sio­ne qua­si scul­to­rea. 

Nature morte 

Le natu­re mor­te flo­rea­li – orchi­dee, cal­le, tuli­pa­ni – occu­pa­no un ruo­lo cen­tra­le nel­la retro­spet­ti­va. Lun­gi dall’essere un gene­re mar­gi­na­le o deco­ra­ti­vo, esse costi­tui­sco­no una vera e pro­pria chia­ve inter­pre­ta­ti­va dell’intera pro­du­zio­ne del foto­gra­fo. Il fio­re vie­ne iso­la­to, ingran­di­to, stu­dia­to nei det­ta­gli fino a diven­ta­re qua­si astrat­to. 

La luce ne evi­den­zia le cur­va­tu­re, le pie­ghe, le aper­tu­re; i con­tra­sti accen­tua­no la ten­sio­ne tra mor­bi­dez­za e rigi­di­tà. Il paral­le­li­smo tra fio­re e cor­po attra­ver­sa l’intero per­cor­so espo­si­ti­vo: entram­bi sono inda­ga­ti come for­me cari­che di ambi­gui­tà, sospe­se tra purez­za e sen­sua­li­tà, tra natu­ra­lez­za e costru­zio­ne arti­fi­cia­le. 

In que­sta pro­spet­ti­va, la distin­zio­ne tra gene­ri foto­gra­fi­ci si atte­nua. Nudi, ritrat­ti e fio­ri par­te­ci­pa­no di una mede­si­ma inda­gi­ne sul­la for­ma e sul­la pos­si­bi­li­tà di tra­sfor­ma­re il desi­de­rio in strut­tu­ra visi­va. 

Lo scandalo 

La retro­spet­ti­va mila­ne­se resti­tui­sce un arti­sta spes­so ridot­to, nel dibat­ti­to pub­bli­co, alla dimen­sio­ne del­lo scan­da­lo. In real­tà, l’ope­ra di Map­ple­thor­pe si rive­la come una rifles­sio­ne coe­ren­te e rigo­ro­sa sul pro­ble­ma del­la rap­pre­sen­ta­zio­ne. La bel­lez­za non è mai spon­ta­nei­tà inge­nua, ma risul­ta­to di un pro­ces­so di sele­zio­ne e con­trol­lo. 

Il desi­de­rio, lun­gi dall’essere nega­to, vie­ne inscrit­to entro una gram­ma­ti­ca visi­va seve­ra. È pro­prio que­sta ten­sio­ne – tra impul­so e disci­pli­na, tra ero­ti­smo e clas­si­ci­smo – a costi­tui­re il cuo­re del­la sua ricer­ca. La mostra a Palaz­zo Rea­le con­sen­te di coglie­re tale com­ples­si­tà, resti­tuen­do la figu­ra di un auto­re che ha ride­fi­ni­to il lin­guag­gio foto­gra­fi­co attra­ver­so un equi­li­brio sot­ti­le tra for­ma e tra­sgres­sio­ne. 

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Amelie Bourdon

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