Sto diventando un uomo: storia di una metamorfosi di genere

Dopo vent’anni dal primo debutto italiano, al Parenti torna in scena fino al 25 marzo Sto diventando un uomo.

Sto diventando un uomo è più di un semplice monologo sulla metamorfosi di genere, è un viaggio introspettivo nella nostra identità e nel rapporto tra le nostre trasformazioni e gli occhi esterni che li notano (e li giudicano).

 

In ori­gi­ne frut­to del­la pen­na del­la scrit­tri­ce ingle­se Clai­re Dowie, l’opera è sta­ta per la pri­ma vol­ta adat­ta­ta in Ita­lia nel 2006. La regia è di Andrée Ruth Sham­mah, fon­da­tri­ce e diret­tri­ce del tea­tro, men­tre le vesti del­la (o del) pro­ta­go­ni­sta sono indos­sa­te da Sara Ber­te­là.

La piè­ce, libe­ra­men­te ispi­ra­ta al cele­bre La meta­mor­fo­si di Franz Kaf­ka, trat­ta di una don­na che sco­pre nel pro­prio cor­po i segni di un’inspiegabile tran­si­zio­ne al maschi­le. Tut­to ini­zia con una mano destra più gran­de dell’altra, un pie­de cre­sciu­to a dismi­su­ra e una voce caver­no­sa. Nasce così la lot­ta di Helen con­tro que­sto cor­po che non sen­te più suo, di cui si ver­go­gna e che vor­reb­be nascon­de­re più di ogni altra cosa. Il disa­gio è tale che anche com­mis­sio­ni quo­ti­dia­ne, come com­pra­re un bana­le pac­chet­to di siga­ret­te, diven­ta­no asso­lu­ta­men­te proi­bi­ti­ve. C’è però un ma: Helen non fuma. O meglio, non ha mai fuma­to pri­ma d’ora.

La rea­liz­za­zio­ne di que­sto nuo­vo e dirom­pen­te biso­gno ren­de chia­ro che la tra­sfor­ma­zio­ne non è solo fisi­ca, ma anche psi­co­lo­gi­ca. «Sto diven­tan­do un uomo» geme incre­du­la la pro­ta­go­ni­sta, men­tre si acca­rez­za una pel­le sem­pre più ruvi­da. Helen deci­de così di asse­con­da­re la meta­mor­fo­si, ini­zian­do a esplo­ra­re una nuo­va iden­ti­tà maschi­le. I suoi pri­mi pas­si con­si­sto­no nel­l’i­mi­ta­re un reper­to­rio di ste­reo­ti­pi, che però cedo­no pro­gres­si­va­men­te il posto a una vul­ne­ra­bi­li­tà sin­ce­ra, in par­ti­co­la­re quan­do Helen sco­pre in un’amica sto­ri­ca un pro­fon­do inte­res­se fisi­co. Sor­ge così una nuo­va pau­ra: i suoi desi­de­ri saran­no accet­ta­ti o ver­ran­no respin­ti insie­me a que­sta sua nuo­va forma?

I temi

Il capo­la­vo­ro di Kaf­ka esplo­ra l’ingiustizia e l’i­po­cri­sia di una socie­tà che, di fron­te allo stra­no e al brut­to di un uomo che si sve­glia sca­ra­fag­gio, per­de la pro­pria uma­ni­tà. La meta­mor­fo­si di Helen, inve­ce, la vede sot­trat­ta nel cor­po del­la pro­pria fem­mi­ni­li­tà, costrin­gen­do­la a met­te­re in discus­sio­ne l’identità di gene­re che ave­va sem­pre dato per scon­ta­ta. Que­sto for­ni­sce una dif­fe­ren­za impor­tan­te tra le due ope­re: la pri­ma affron­ta la tra­sfor­ma­zio­ne del pro­prio pro­ta­go­ni­sta da un pun­to di vista ester­no, men­tre la secon­da lo fa con gli occhi dell’esse­re in dive­ni­re. Vista l’esigenza di imme­de­si­ma­re il pub­bli­co in Helen, non è un caso che lo spet­ta­co­lo vada in sce­na nel­la sala Cafè Rou­ge.

La messinscena

La Cafè Rou­ge è una sala par­ti­co­la­re, degna di nota per le limi­ta­te dimen­sio­ni, per il pal­co leg­ger­men­te sol­le­va­to e per l’atmosfera sti­le loca­le pari­gi­no. Tut­ti aspet­ti che con­tri­bui­sco­no a crea­re un’atmosfera inti­ma, in cui l’attrice è a pochi metri dal pubblico.

Per quan­to riguar­da la resa atto­ria­le, alla pre­miè­re Ber­te­là ha svol­to un lavo­ro com­pe­ten­te mostran­do la ten­sio­ne qua­si feb­bri­le del­la pro­ta­go­ni­sta. Dai movi­men­ti cau­ti alle infles­sio­ni vibran­ti del­la voce, è chia­ro che l’attrice sia mae­stra del­la pro­pria arte. Tut­ta­via, ci sono sta­ti alcu­ni momen­ti in cui la per­for­man­ce è sta­ta incer­ta. Un esem­pio emble­ma­ti­co è sta­to quel­lo del­le unghie fin­te, dimen­ti­ca­te su una mano ormai diven­ta­ta maschi­le e rimos­se, con scu­se e bat­tu­te, a meta­mor­fo­si inol­tra­ta. Seb­be­ne que­ste sba­va­tu­re abbia­no par­zial­men­te tur­ba­to la flui­di­tà del­la mes­sin­sce­na, l’onestà con cui sono sta­te gesti­te ha dato vita a un effet­to di rot­tu­ra del­la quar­ta pare­te, che dato il con­te­sto inti­mo e l’ispirazione kaf­kia­na, ha fini­to per non sem­bra­re così tan­to fuo­ri posto. Anzi, una regia diver­sa avreb­be per­fi­no potu­to inse­rir­le volu­ta­men­te. Det­to ciò, è impor­tan­te non cade­re nell’idea che que­ste impre­ci­sio­ni ini­zia­li sia­no rap­pre­sen­ta­ti­ve del­la pro­du­zio­ne in sé.

Dopo la chiu­su­ra del sipa­rio sono pre­vi­sti incon­tri a cura di Mar­ce­la Ser­li, dram­ma­tur­ga poli­ti­ca­men­te impe­gna­ta, con un ospi­te di rilie­vo diver­so a ogni serata.

Da vedere?

Lo spet­ta­co­lo offre uno spun­to di rifles­sio­ne non con­ven­zio­na­le. L’orrore dell’alienazione rispet­to a un cor­po che non sen­tia­mo più nostro si inter­se­ca con la ver­go­gna per la rea­zio­ne del­la socie­tà, impre­ve­di­bi­le quan­to temu­ta. È il tipo di sce­na­rio a cui noi non vor­rem­mo pen­sa­re, dato che demo­li­sce la nostra iden­ti­tà di gene­re, che spes­so costi­tui­sce buo­na par­te di chi sia­mo. Una cer­tez­za che que­sto spet­ta­co­lo deci­de di abbat­te­re, chie­den­do­ci di guar­dar­ci den­tro. Se que­sta pro­spet­ti­va vi sti­mo­la, que­sto spet­ta­co­lo fa per voi.

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Nicolò Bianconi
Sono uno stu­den­te di Scien­ze inter­na­zio­na­li al ter­zo anno. Ho una gene­ra­le curio­si­tà per il mon­do, che mi por­ta ad ave­re mol­te pas­sio­ni e innu­me­re­vo­li inte­res­si. Tra que­sti la scrit­tu­ra occu­pa un posto speciale.

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