Sto diventando un uomo è più di un semplice monologo sulla metamorfosi di genere, è un viaggio introspettivo nella nostra identità e nel rapporto tra le nostre trasformazioni e gli occhi esterni che li notano (e li giudicano).
In origine frutto della penna della scrittrice inglese Claire Dowie, l’opera è stata per la prima volta adattata in Italia nel 2006. La regia è di Andrée Ruth Shammah, fondatrice e direttrice del teatro, mentre le vesti della (o del) protagonista sono indossate da Sara Bertelà.
La pièce, liberamente ispirata al celebre La metamorfosi di Franz Kafka, tratta di una donna che scopre nel proprio corpo i segni di un’inspiegabile transizione al maschile. Tutto inizia con una mano destra più grande dell’altra, un piede cresciuto a dismisura e una voce cavernosa. Nasce così la lotta di Helen contro questo corpo che non sente più suo, di cui si vergogna e che vorrebbe nascondere più di ogni altra cosa. Il disagio è tale che anche commissioni quotidiane, come comprare un banale pacchetto di sigarette, diventano assolutamente proibitive. C’è però un ma: Helen non fuma. O meglio, non ha mai fumato prima d’ora.
La realizzazione di questo nuovo e dirompente bisogno rende chiaro che la trasformazione non è solo fisica, ma anche psicologica. «Sto diventando un uomo» geme incredula la protagonista, mentre si accarezza una pelle sempre più ruvida. Helen decide così di assecondare la metamorfosi, iniziando a esplorare una nuova identità maschile. I suoi primi passi consistono nell’imitare un repertorio di stereotipi, che però cedono progressivamente il posto a una vulnerabilità sincera, in particolare quando Helen scopre in un’amica storica un profondo interesse fisico. Sorge così una nuova paura: i suoi desideri saranno accettati o verranno respinti insieme a questa sua nuova forma?
I temi
Il capolavoro di Kafka esplora l’ingiustizia e l’ipocrisia di una società che, di fronte allo strano e al brutto di un uomo che si sveglia scarafaggio, perde la propria umanità. La metamorfosi di Helen, invece, la vede sottratta nel corpo della propria femminilità, costringendola a mettere in discussione l’identità di genere che aveva sempre dato per scontata. Questo fornisce una differenza importante tra le due opere: la prima affronta la trasformazione del proprio protagonista da un punto di vista esterno, mentre la seconda lo fa con gli occhi dell’essere in divenire. Vista l’esigenza di immedesimare il pubblico in Helen, non è un caso che lo spettacolo vada in scena nella sala Cafè Rouge.
La messinscena
La Cafè Rouge è una sala particolare, degna di nota per le limitate dimensioni, per il palco leggermente sollevato e per l’atmosfera stile locale parigino. Tutti aspetti che contribuiscono a creare un’atmosfera intima, in cui l’attrice è a pochi metri dal pubblico.
Per quanto riguarda la resa attoriale, alla première Bertelà ha svolto un lavoro competente mostrando la tensione quasi febbrile della protagonista. Dai movimenti cauti alle inflessioni vibranti della voce, è chiaro che l’attrice sia maestra della propria arte. Tuttavia, ci sono stati alcuni momenti in cui la performance è stata incerta. Un esempio emblematico è stato quello delle unghie finte, dimenticate su una mano ormai diventata maschile e rimosse, con scuse e battute, a metamorfosi inoltrata. Sebbene queste sbavature abbiano parzialmente turbato la fluidità della messinscena, l’onestà con cui sono state gestite ha dato vita a un effetto di rottura della quarta parete, che dato il contesto intimo e l’ispirazione kafkiana, ha finito per non sembrare così tanto fuori posto. Anzi, una regia diversa avrebbe perfino potuto inserirle volutamente. Detto ciò, è importante non cadere nell’idea che queste imprecisioni iniziali siano rappresentative della produzione in sé.
Dopo la chiusura del sipario sono previsti incontri a cura di Marcela Serli, drammaturga politicamente impegnata, con un ospite di rilievo diverso a ogni serata.
Da vedere?
Lo spettacolo offre uno spunto di riflessione non convenzionale. L’orrore dell’alienazione rispetto a un corpo che non sentiamo più nostro si interseca con la vergogna per la reazione della società, imprevedibile quanto temuta. È il tipo di scenario a cui noi non vorremmo pensare, dato che demolisce la nostra identità di genere, che spesso costituisce buona parte di chi siamo. Una certezza che questo spettacolo decide di abbattere, chiedendoci di guardarci dentro. Se questa prospettiva vi stimola, questo spettacolo fa per voi.

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