Da riascoltare per la prima volta. “Ultraviolence” di Lana Del Rey

Que­sto mese la rubri­ca Da Ria­scol­ta­re pro­po­ne Ultra­vio­len­ce, l’album più cupo di Lana Del Rey che dà il via all’abbandono dell’estetica pop del cine­ma anni Cin­quan­ta che ha reso l’artista famo­sa. 

Nel­la pri­ma fase del­la car­rie­ra di Lana Del Rey, il ter­zo disco, Ultra­vio­len­ce, si pone come l’album più cupo nel­le sono­ri­tà, abban­do­nan­do il pop baroc­co in favo­re del rock psi­che­de­li­co. Pub­bli­ca­to il 13 giu­gno 2014, il disco con­sta di 11 trac­ce (e 3 bonus track nell’edizione delu­xe, a cui se ne aggiun­go­no altre due nel­la delu­xe giap­po­ne­se). 

Se il pre­ce­den­te Born to Die ave­va inco­ro­na­to Lana Del Rey regi­na dell’Hol­ly­wood sad­co­re, Ultra­vio­len­ce ral­len­ta ulte­rior­men­te il rit­mo (il bra­no d’apertura dura qua­si set­te minu­ti) e si fa più dark nei toni a par­ti­re da una coper­ti­na in bian­co e nero, che rom­pe con la pati­na bril­lan­te di BTD e con lo sfar­zo dell’oro e del­le pal­me dell’EP Para­di­se. Ma il vero moti­vo per cui Ultra­vio­len­ce è così rile­van­te è il fat­to che costi­tui­sce il pri­mo pas­so ver­so l’abbandono di quell’este­ti­ca pop del cine­ma ame­ri­ca­no anni Cin­quan­ta. 

L’alcolismo e le droghe

L’alco­li­smo è uno dei pro­ble­mi che Lana accu­sa di più nel­le sue can­zo­ni e che in que­sto ter­zo disco tor­na in manie­ra pre­pon­de­ran­te. La trac­cia d’apertura, Cruel Word, ser­ve come una sor­ta di proe­mio, in cui Del Rey pren­de le distan­ze dal­le dro­ghe e soprat­tut­to dall’alcol, che domi­na­no lo sti­le di vita “live fast, die young” spie­ga­to anche all’inizio del pri­mo sin­go­lo estrat­to dall’album, West Coa­st: «Down on the West coa­st, they got a sayin’/“If you’­re not drin­kin’, then you’­re not play­in’ ”». 

C’è poi Ultra­vio­len­ce, che par­la di una rela­zio­ne tos­si­ca con il capo di una set­ta che si spe­cu­la esse­re l’Atlantic Group, una bran­ca set­ta­ria degli Alco­li­sti Ano­ni­mi. L’abuso di alcol e di dro­ghe riguar­da chia­ra­men­te anche gli aman­ti dell’io liri­co (Sha­des of Cool e, anco­ra, Cruel Word), crean­do il soli­to cir­co­lo vizio­so dove le dipen­den­ze domi­na­no le vite e dete­rio­ra­no i lega­mi: le rela­zio­ni tos­si­che sono, del resto, un altro tema por­tan­te dell’intera disco­gra­fia di Del Rey. 

Romanticizzare gli abusi: satira o estetica?

Spes­so la can­tan­te è sta­ta accu­sa­ta di roman­ti­ciz­za­re gli abu­si: il pre­ce­den­te album Born to Die, ad esem­pio, ave­va fat­to discu­te­re per i nume­ro­si rife­ri­men­ti a Loli­ta di Nabo­kov, che dava il nome anche a una bonus track.

C’è da tene­re pre­sen­te che Lana è mol­to iro­ni­ca, e Ultra­vio­len­ce non è da meno. Il pro­ble­ma è che, seb­be­ne in trac­ce come Broo­klyn Baby sia pale­se la sati­ra sul­le rela­zio­ni tra ragaz­ze gio­va­ni e uomi­ni ben più anzia­ni, non sem­pre tut­ta­via in que­sto disco si rie­sce subi­to a coglie­re l’ironia, per via del tono gene­ral­men­te dark rock. È il caso infat­ti di Fuc­ked my way up to the top, dis­sing a un’altra pop­star che le avreb­be copia­to lo sti­le, e di Money, Power, Glo­ry, in cui l’ar­ti­sta scher­za su quel­la è diven­ta­ta la sua imma­gi­ne pubblica.

Sul tema degli abu­si, il con­fi­ne tra ciò che è sati­ra e ciò che inve­ce è la sua vera opi­nio­ne si fa mol­to labi­le, col­pa anche di alcu­ne dichia­ra­zio­ni del 2014 in cui affer­ma­va che non le inte­res­sas­se il fem­mi­ni­smo e che ogni cop­pia deci­des­se qua­le fos­se il limi­te del­la vio­len­za nel­la loro rela­zio­ne. 

Que­ste dichia­ra­zio­ni, per quan­to ver­ran­no rivi­ste negli anni suc­ces­si­vi, risal­go­no pro­prio al perio­do d’uscita di Ultra­vio­len­ce, che man­tie­ne dun­que un’ambiguità di fon­do tra ciò che è sem­pli­ce este­ti­ca di rife­ri­men­to e ciò che inve­ce c’è di vero nel­le can­zo­ni. 

«L’altra donna», specchio della solitudine

Altro gran­de tema che gui­da la nar­ra­zio­ne è quel­lo dell’altra don­na, su cui si chiu­de l’album con la cover del bra­no The Other Woman di Nina Simo­ne: l’amante dell’uomo spo­sa­to può far­si bel­la e cer­ca­re in tut­ti i modi di ren­der­lo feli­ce, ma rimar­rà sem­pre in un ruo­lo pre­ca­rio e per­ciò desti­na­ta alla soli­tu­di­ne. 

Se esse­re l’altra don­na è ecci­tan­te per il gusto del­la tra­sgres­sio­ne, il lega­me con il part­ner è in ogni caso insta­bi­le e non garan­ti­sce feli­ci­tà sicu­ra. Old Money, la penul­ti­ma trac­cia del disco, met­te ben in luce che dopo una gio­ven­tù di ecces­si non si sen­te altro che il vuo­to, che si può solo ten­ta­re di col­ma­re guar­dan­do ai tem­pi pas­sa­ti. 

Que­sta malin­co­nia per un perio­do d’oro imper­fet­to ma affa­sci­nan­te con­trad­di­stin­gue la pri­ma fase del­la disco­gra­fia di Lana Del Rey, che com­pren­de i suoi album più cine­ma­to­gra­fi­ci, dall’esordio (del 2010) a Nor­man Fuc­king Roc­k­well! (2019), pas­san­do per Born to Die (2012) Honey­moon (2015), Lust for Life (2017) e, appun­to, Ultra­vio­len­ce. In tut­ti quan­ti vie­ne mes­sa in atto una fuga dal vuo­to di fon­do del pre­sen­te per tro­va­re ripa­ro in un pas­sa­to ideale.

In quest’ottica, Ultra­vio­len­ce è una pri­ma distan­za da quei diver­ti­men­ti proi­bi­ti tan­to cele­bra­ti nei film di Hol­ly­wood. Nel­la secon­da fase del­la sua disco­gra­fia, che riguar­da gli album Chem­trails over the Coun­try Club (2021), Blue Bani­sters (2021) e Did You Know That The­re’s a Tun­nel Under Ocean Blvd (2023), Lana non abban­do­ne­rà il rim­pian­to di un pas­sa­to feli­ce, ma sta­vol­ta guar­de­rà più al fol­klo­re di pro­vin­cia, e la rifles­sio­ne sul vuo­to esi­sten­zia­le si rivol­ge­rà sem­pre di più a una ritro­va­ta spiritualità.

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Giuseppe Ciliberti
Stu­den­te di Let­te­re appas­sio­na­to di cine­ma, filo­so­fia e musica.

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