A tre anni dalla fine della guerra, gli italiani furono chiamati ad esprimersi per le prime consultazioni parlamentari della Repubblica. Non si trattò di semplici elezioni, ma di decidere il futuro del Paese: democrazia liberale o regime di stampo sovietico, parte del blocco capitalista o di quello socialista.
Quelle del ‘48 furono elezioni segnate da una tesa campagna durata due anni i cui eventi, avendo plasmato in modo decisivo i risultati, non possono essere tralasciati.
Il referendum del 2 giugno
La vittoria della Repubblica non fu schiacciante ma con tutta probabilità evitò un’altra guerra civile. Le forze che supportavano la monarchia erano esigue e, pur rappresentata da un nuovo Re, Umberto II, la ventennale complicità della casata col fascismo, nonostante la parentesi badogliana, era ancora ben chiara nella memoria degli italiani.
La Democrazia Cristiana decise saggiamente di lasciare libertà di voto: se si fosse espressa per la monarchia, una vittoria dell’altro fronte avrebbe consegnato la Repubblica nelle mani delle sinistre, che si sarebbero presentate come le uniche artefici della nuova Italia.
Il Fronte Popolare e la crisi di Troilo
Il Fronte Democratico Popolare si formò ufficialmente qualche mese prima delle elezioni ma un’alleanza fra socialisti e comunisti per battere la DC pareva già da tempo necessaria; l’unione delle due anime della sinistra, quella massimalista e quella riformista, era però molto sofferta da entrambi: fin dalla scissione del ‘21, fra socialisti e comunisti non correva affatto buon sangue e la posizione decisamente filosovietica di Togliatti, segretario del PCI, infastidiva i quadri e la base del PSI.
L’URSS era infatti impegnata a trasformare i partiti comunisti europei in propri sudditi. Facendo parte del Fronte, il PSI fu costretto, con molte riserve, ad applaudire assieme al PCI il colpo di stato sovietico a Praga che portò la frangia minoritaria dei comunisti cecoslovacchi al potere, trasformando il paese in un sistema totalitario allineato a Mosca. Questo, a soli due mesi dalle elezioni in Italia, ebbe gravi conseguenze per le sinistre italiane.
Nonostante queste divergenze, il Fronte reagì in maniera unitaria nella vicenda che vide protagonista Ettore Troilo: partigiano della brigata Maiella, fu designato prefetto di Milano dal primo governo De Gasperi; ultimo di nomina politica, fu rimosso dal ministro degli interni Mario Scelba nel novembre del ‘47.
La reazione delle sinistre per la tentata rimozione fu fulminea: gruppi di partigiani armati occuparono la prefettura mentre 156 sindaci si dimisero per protesta. Scelba mobilitò la Divisione Legnano per riportare l’ordine ma il governo decise, per evitare uno scontro armato, di trattare: Troilo avrebbe ottenuto un incarico all’ONU in cambio della destituzione da prefetto e gli occupanti non sarebbero stati denunciati.
L’episodio fu presentato dagli avversari del Fronte come prova del poco rispetto delle sinistre verso le istituzioni, pronte a contestarle anche con le armi se in qualche modo avessero leso i loro interessi.
Il Piano Marshall
Il Piano Marshall, ufficialmente European Recovery Program (ERP), fu un insieme di aiuti finanziari statunitensi per risollevare il continente europeo dalla guerra. Fu proposto anche all’URSS, che però lo respinse obbligando stati e partiti comunisti satelliti a seguire la stessa linea. Il PCI obbedì e sostenne che questi aiuti erano in realtà strumento degli Stati Uniti per espandere la propria influenza in Europa.
Proprio riguardo al Piano si generò grande paura durante la campagna elettorale: il Fronte, sempre con rimostranze dei socialisti, accusò gli Stati Uniti di usarlo come ricatto a favore della DC mentre questa sostenne che in caso di vittoria delle sinistre sarebbe cessato l’invio dei fondi, che tutti sapevano essere necessari per risollevare l’Italia.
Una dichiarazione di Washington pronunciò la parola finale: «Non potete essere nemici dell’America e mungerla allo stesso tempo […] i comunisti in Italia hanno sempre detto di non volere l’ERP e se vinceranno non si porrà più il problema di un’ulteriore assistenza economica da parte degli Stati Uniti».
Il comunicato era inequivocabile: in caso di vittoria del Fronte, gli aiuti sarebbero cessati. La paura di questa possibilità influì enormemente sulle elezioni.
L’ora della verità
Il 18 aprile si votò con un proporzionale sostanzialmente puro. Con un’affluenza di quasi il 90% degli aventi diritto, la vittoria della DC fu schiacciante: 48%. Il Fronte si aggiudicò un 30, con i comunisti che si mantennero ben sopra il PSI e che alla Camera elessero il doppio dei deputati rispetto ai socialisti.
È importante valutare questi risultati al netto di quelli per la costituente: in quell’occasione la DC ottenne solo il 35% mentre il Fronte totalizzò quasi il 40.
Il leader comunista Palmiro Togliatti denunciò presunti brogli ed interferenze estere per favorire la DC e nonostante sia abbastanza probabile (come d’altronde lo è anche un’interferenza dell’URSS a favore del PCI) ad oggi non sono emerse prove che confermerebbero questa teoria.
Si formò dunque il quinto governo De Gasperi, che durò fino al gennaio del 1950; lo statista rimase a Palazzo Chigi fino al ‘53 presiedendo altri due esecutivi, il sesto e il settimo, per poi lasciare la segreteria democristiana ad Amintore Fanfani nel ‘54 e spegnersi due mesi dopo.
L’Italia divenne a pieno titolo parte del blocco capitalista al cui interno rimase senza interruzioni. Solo alle elezioni del ‘76 si pensò ad un sorpasso comunista della DC, ma senza l’appoggio socialista il PCI rimase il secondo partito, seppur con soli quattro punti di scarto.
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