BookAdvisor, i consigli di lettura di aprile

Il 5 di ogni mese, libri per tutti i gusti: BookAdvisor è la rubrica dove vi consigliamo ciò che ci è piaciuto di recente, tra novità e qualche riscoperta.

Quello che possiamo sapere di Ian McEwan, Einaudi (2025) – recensione di Camilla Gommaraschi

Una poe­sia per­sa e uno stu­dio­so di let­te­ra­tu­ra che è dispo­sto a tut­to pur di ritro­var­la. Tho­mas Met­cal­fe ha dedi­ca­to tut­ta la sua vita allo stu­dio del poe­ta Fran­cis Blun­dy, che, stan­do alle fon­ti, nel 2014 avreb­be com­po­sto uno straor­di­na­rio capo­la­vo­ro poe­ti­co, che è anda­to però per­du­to. Nel 2119 la ricer­ca sto­ri­ca e let­te­ra­ria è pro­fon­da­men­te diver­sa, le fon­ti – in gran par­te – non sono più car­ta­cee, ma le infor­ma­zio­ni si repe­ri­sco­no tra mail e mes­sag­gi wha­tsapp. Tra que­sto e tra i dia­ri del­la moglie di Blun­dy, Vivien, non c’è nes­su­na trac­cia del­la poe­sia. Ma Tho­mas non si da per vin­to: dopo nume­ro­se ricer­che intra­pren­de un viag­gio in un mon­do distrut­to da un «gran­de disa­stro» per rag­giun­ge­re quel­la che, un tem­po, era la Gran Bre­ta­gna, e ritro­va­re il poe­ma perduto.

McEwan non smet­te di sor­pren­de­re per la sua mae­stria nel suo ulti­mo capo­la­vo­ro Quel­lo che pos­sia­mo sape­re. Il tito­lo è già di per sé evo­ca­ti­vo: cosa pos­sia­mo dav­ve­ro sape­re del­la real­tà e del pas­sa­to, basan­do­ci sul­le fon­ti? Quan­to ciò che sap­pia­mo – o che pen­sia­mo di sape­re – cor­ri­spon­de a ciò che è sta­to?  La scel­ta di distan­zia­re il roman­zo nel tem­po, ambien­tan­do­lo nel 2119, per­met­te a McEwan di pre­sen­ta­re in modo luci­dis­si­mo tut­te le tema­ti­che del­la nostra con­tem­po­ra­nei­tà: il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co, le guer­re, il pro­ble­ma dell’informazione, la cri­si del­la let­te­ra­tu­ra e del­la ricer­ca. In una gran­de cele­bra­zio­ne del pas­sa­to, Tho­mas – come tut­ti gli esse­ri uma­ni – cer­ca di com­pie­re l’atto estre­mo di ribel­lio­ne con­tro il tem­po che scor­re: non lascia­re anda­re ciò che è sta­to, ma con­ser­var­lo ed esaltarlo.


Quando le montagne cantano di Nguyen Phan Que Mai, Nord (2021) – recensione di Camilla Gommaraschi

Fino a che pun­to la guer­ra può distrug­ge­re una fami­glia? In che modo, e quan­to in pro­fon­di­tà, i suoi effet­ti tra­gi­ci river­be­ra­no sul­le per­so­ne? Per più di vent’anni il Viet­nam fu dila­nia­to inter­na­men­te da un san­gui­no­sis­si­mo con­flit­to che segnò la sto­ria del pae­se. Non solo, in mez­zo alla «gran­de Sto­ria» si deli­nea­no tan­te «pic­co­le sto­rie» di per­so­ne che – a pro­prio modo – cer­ca­ro­no di sopravvivere.

In Quan­do le mon­ta­gne can­ta­no la guer­ra è rac­con­ta­ta attra­ver­so gli occhi di una ragaz­zi­na, che seguia­mo duran­te la sua cre­sci­ta. La pic­co­la Hương è rima­sta ad Hà Nội sola­men­te con la non­na, men­tre il resto del­la fami­glia – padre, madre e tre zii – sono al fron­te. A ini­zio anni Set­tan­ta la cit­tà diven­te­rà però sem­pre più ogget­to dei ter­ri­bi­li bom­bar­da­men­ti ame­ri­ca­ni, e le due saran­no costret­te a scappare.

Ini­zia così la «pic­co­la sto­ria», che si dipa­na tra pas­sa­to e pre­sen­te, di una fami­glia che cer­ca di resi­ste­re alla tra­gi­ci­tà del­la guer­ra. Attra­ver­so nume­ro­si fla­sh­back sia­mo tra­spor­ta­ti avan­ti e indie­tro nel tem­po, per rico­strui­re allo stes­so tem­po una dif­fi­ci­le sto­ria fami­glia­re e la situa­zio­ne tra­gi­ca del Viet­nam nel dopoguerra.

In que­sto viag­gio vedia­mo la cre­sci­ta di Hương, dal­la gio­ven­tù all’età adul­ta, in un pro­ces­so di accet­ta­zio­ne e com­pren­sio­ne del­la guer­ra. Fin dai 10 anni la pro­ta­go­ni­sta è costret­ta ad affac­ciar­si a que­sta tra­gi­ca real­tà, che non rie­sce però a com­pren­de­re. Non capi­sce come tale tra­ge­dia pos­sa cam­bia­re chi la vive in pri­ma per­so­na. In lei coglia­mo solo un desi­de­rio sfre­na­to di ave­re indie­tro la sua fami­glia, e di ritor­na­re a un paci­fi­co – e idil­lia­co – tem­po pre­ce­den­te. Per Hương l’unico rifu­gio è la let­tu­ra, che vie­ne pre­sen­ta­ta anche come meto­do per cono­sce­re e capi­re gli altri popo­li e, maga­ri, rag­giun­ge­re la pace.


L’atlante di Stefano Raimondi, Valigie Rosse (2024) – recensione di Viviana Genovese

Una rac­col­ta di poe­sie che esplo­ra memo­ria e per­ce­zio­ni inti­me, tra­sfor­man­do i ver­si in un deli­ca­to espe­ri­men­to di scrit­tu­ra capa­ce di con­ver­ti­re la let­tu­ra in uno spec­chio inte­rio­re e len­te attra­ver­so cui osser­va­re ciò che si vive e ciò che si ricorda.

Il libro nasce da un inten­so dia­lo­go con il cine­ma, pren­den­do spun­to dal film omo­ni­mo di Jean Vigo del 1934, e non si limi­ta a un sem­pli­ce omag­gio, ma diven­ta una fine­stra poe­ti­ca attra­ver­so cui fil­tra­re sen­ti­men­ti di per­di­ta, distac­co e pos­si­bi­le ricon­ci­lia­zio­ne. Rai­mon­di uti­liz­za l’immagine del viag­gio del film come meta­fo­ra di un viag­gio inte­rio­re che si com­pie tra ricor­do e desi­de­rio, tra ciò che è sta­to e ciò che anco­ra pul­sa nel­le pie­ghe dell’anima.

In par­ti­co­la­re, è la memo­ria per­so­na­le il cuo­re del libro. L’autore par­te da espe­rien­ze inti­me – sen­sa­zio­ni di distac­co, momen­ti di abban­do­no – e le tra­sfor­ma in fram­men­ti poe­ti­ci mini­ma­li­sti, dove le paro­le si fan­no essen­zia­li ma cari­che di un’e­co emo­ti­va che sem­bra “gal­leg­gia­re”, crean­do un rit­mo che ricor­da l’acqua e il movi­men­to len­to dei sen­ti­men­ti. È una scrit­tu­ra che non urla, ma sus­sur­ra, invi­tan­do il let­to­re a fer­mar­si e ascoltare.

Inol­tre, ciò che col­pi­sce è la lim­pi­dez­za del lin­guag­gio, spes­so ridot­to all’essenziale ma capa­ce di aprir­si a imma­gi­ni ricor­ren­ti come acqua, oriz­zon­te e viag­gio: tut­te meta­fo­re di un ritor­no pos­si­bi­le e di una pre­sen­za che per­du­ra oltre il tem­po del­la sepa­ra­zio­ne. Così, le paro­le diven­ta­no stru­men­ti di sal­vez­za e memoria.

L’Atlante si pro­po­ne come un intrec­cio di poe­sia e liri­smo nar­ra­ti­vo, un com­men­ta­rio filo­so­fi­co ed esi­sten­zia­le che pren­de avvio dal cine­ma per esplo­ra­re l’umano con tono paca­to, pro­fon­do e con­tem­pla­ti­vo, lascian­do nel let­to­re una trac­cia sot­ti­le di nostal­gia e speranza.


Poe: la nocchiera del tempo di Licia Troisi, Rizzoli (2022) – recensione di Camilla Mezzadri

Poe è una ragaz­za gio­va­ne e spa­val­da che lavo­ra come Cer­ca­tri­ce attra­ver­so il Mul­ti­ver­so: Tuf­fan­do­si nei Poz­zi, var­chi gra­vi­ta­zio­na­li, rag­giun­ge diver­si mon­di e por­ta a ter­mi­ne mis­sio­ni sen­za far­si trop­pe doman­de. Quan­do le vie­ne affian­ca­to Damyan, un Cer­ca­to­re dal­le orec­chie a pun­ta, ini­zial­men­te cer­ca di oppor­si, abi­tua­ta ad agi­re da sola, ma in bre­ve diven­ta­no una gran­de squa­dra. Duran­te la mis­sio­ne, Poe deci­de di non ven­der­si per l’ennesima vol­ta ai com­mit­ten­ti, ma di inda­ga­re più a fon­do, arri­van­do a risco­pri­re le ori­gi­ni che cre­de­va di aver per­so per sempre.

Poe ci accom­pa­gna in un affa­sci­nan­te viag­gio attra­ver­so il Mul­ti­ver­so: di Poz­zo in Poz­zo sco­pria­mo mon­di con usan­ze, pae­sag­gi e crea­tu­re dif­fe­ren­ti. Inol­tre, assi­stia­mo all’evoluzione emo­ti­va del­la pro­ta­go­ni­sta: gra­zie all’amicizia con Damyan capi­sce che la vera liber­tà a cui tan­to ago­gna non si con­qui­sta ese­guen­do cie­ca­men­te ordi­ni, ma affron­tan­do sé stes­si e il pro­prio pas­sa­to. Le avven­tu­re di Poe non si fer­ma­no qui: “La noc­chie­ra del tem­po” è il pri­mo di una saga anco­ra in corso.


Riavviare il sistema di Valerio Bassan, Chiarelettere (2024) – recensione di Pietro Taglietti

La rivo­lu­zio­ne di Inter­net è fal­li­ta. L’ex-terra pro­mes­sa del digi­ta­le è oggi un car­na­io ret­to per­lo­più da logi­che capi­ta­li­sti­che, in cui gli uten­ti ven­go­no mar­gi­na­liz­za­ti. Riav­via­re il sistema

del gior­na­li­sta Vale­rio Bas­san, usci­to per Chia­re­let­te­re nell’aprile 2024, si defi­ni­sce un “Mani­fe­sto per scri­ve­re insie­me il pros­si­mo capi­to­lo del mon­do digi­ta­le”. Il sag­gio, in effet­ti, riflet­te soprat­tut­to sul­la deca­den­za del­la dimen­sio­ne col­let­ti­va di Inter­net: le idee rivo­lu­zio­na­rie di sin­go­li indi­vi­dui, ad esem­pio Tim Ber­ners-Lee e Ethan Zuc­ker­man, sono state

sac­cheg­gia­te da azien­de come Apple, Goo­gle e Meta, sem­pre più ric­che gra­zie all’enorme mole di dati per­so­na­li che cedia­mo loro. Tut­ta­via, gli inter­nau­ti non pos­so­no ras­se­gnar­si di fron­te alle Big tech, anzi, è neces­sa­rio che pas­si­no all’azione. Bas­san pro­po­ne così un sol­le­va­men­to popo­la­re-digi­ta­le in cin­que pun­ti, pog­gian­te su un’aspra pro­ble­ma­tiz­za­zio­ne del­lo sta­to di Inter­net uni­ta al sin­ce­ro affet­to ver­so il valo­re da essa crea­to a favo­re dell’umanità. L’appello dell’autore è diret­to in par­ti­co­la­re ai più gio­va­ni, spes­so cre­sciu­ti su e con Inter­net: difen­de­re que­sta pre­zio­sa com­pa­gna di viag­gio sarà deter­mi­nan­te per le per­so­ne che diventeremo.

Con­di­vi­di:
Camilla Gommaraschi
Stu­den­tes­sa di sto­ria curio­sa per natu­ra e con la testa sem­pre tra le pagi­ne: ado­ro leg­ge­re, rac­con­ta­re sto­rie e per­der­mi in nuo­vi mondi.
Viviana Genovese
Stu­den­tes­sa di Let­te­re Moder­ne e chiac­chie­ro­na per natu­ra. La curio­si­tà mi gui­da ver­so ciò che mi cir­con­da, e la paro­la scrit­ta è lo stru­men­to di espres­sio­ne che preferisco.
Nutro uno smi­su­ra­to amo­re per i viag­gi, il mare e l’ar­te in tut­te le sue for­me; ma amo anche esplo­ra­re nuo­vi mon­di attra­ver­so let­tu­re e film di ogni tipo, immer­gen­do­mi in diver­se real­tà e viven­do più vite.
Pietro Taglietti
Sono di Bre­scia e stu­dio Scien­ze uma­ni­sti­che per la comu­ni­ca­zio­ne. Mi pia­ce scri­ve­re, leg­ge­re, impa­ra­re nuo­ve lin­gue, cuci­na­re. Mi inte­res­so prin­ci­pal­men­te di sport, cul­tu­ra e arte e la cosa che pre­fe­ri­sco è esse­re indi­pen­den­te. Per tut­to il resto chie­de­te a mia madre.
Camilla Mezzadri
Stu­dio giu­ri­spru­den­za e mi appas­sio­na il dirit­to com­pa­ra­to. Quan­do non sono sui libri sfo­go la mia crea­ti­vi­tà scri­ven­do, crean­do cosplay e trac­cian­do cur­ve con gli sci.

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