Criminale o mero esecutore? 65 anni fa iniziava il processo Eichmann

Eichmann è l’esempio di come non esistano mostri, ma persone che smettono di pensare autonomamente.

L’11 aprile è stato il sessantacinquesimo anniversario dall’inizio del processo ad Otto Adolf Eichmann, funzionario tedesco che si è occupato di gestire l’aspetto logistico della «soluzione finale». Questo processo è un esempio di come il diritto internazionale, ieri come oggi, viene fortemente manipolato in base agli interessi di chi lo evoca. 

Chi era Eichmann? 

Otto Adolf Eich­mann, nato a Solin­gen nel 1906, ebbe una car­rie­ra sco­la­sti­ca non bril­lan­te. Nel­la pri­ma par­te del­la sua vita non si inte­res­sò mai di poli­ti­ca, ma il riav­vi­ci­na­men­to con un vec­chio ami­co di fami­glia ed espo­nen­te del­le SS, Ern­st Kal­ten­brun­ner, lo fece avvi­ci­na­re alla poli­ti­ca ed alle SS. Les­se il libro Lo Sta­to ebrai­co di Theo­dor Herzl, il fon­da­to­re del movi­men­to sio­ni­sta e, suc­ces­si­va­men­te, si recò in Pale­sti­na sot­to coper­tu­ra. Dopo esse­re sta­to sco­per­to dai bri­tan­ni­ci, fu espulso. 

Diven­ne espo­nen­te di spic­co del­le SS, noto come esper­to di que­stio­ni ebrai­che. Con­tri­buì alle depor­ta­zio­ni, pri­ma ver­so i ghet­ti e poi ver­so i lager, occu­pan­do­si del­la logi­sti­ca die­tro gli spo­sta­men­ti di enor­mi mas­se di per­so­ne. Fini­ta la guer­ra fug­gì in Argen­ti­na, sot­to il fal­so nome di Ricar­do Kle­ment, sot­traen­do­si così al pro­ces­so di Norim­ber­ga. 

L’arresto 

Non è chia­ro come egli sia sta­to sco­per­to. A riguar­do ci sono diver­se tesi. Risul­ta­no diver­se segna­la­zio­ni, alcu­ne del­le qua­li arri­va­ro­no alle auto­ri­tà tede­sche e ven­ne­ro poi gira­te al Mos­sad (ser­vi­zi segre­ti israe­lia­ni che ope­ra­no all’estero), che inten­de­va por­tar­lo in Israe­le per pro­ces­sar­lo, davan­ti ad una cor­te crea­ta ad hoc, per i cri­mi­ni com­mes­si duran­te la Secon­da Guer­ra Mon­dia­le. Non essen­do pre­vi­sto l’istituto dell’estradizione nell’ordinamento argen­ti­no, le pos­si­bi­li­tà di un arre­sto nei limi­ti del­la leg­ge e del dirit­to inter­na­zio­na­le pare­va­no remo­te. Il Mos­sad deci­se quin­di di pro­ce­de­re con un rapi­men­to, con evi­den­ti pro­ble­mi di legit­ti­mi­tà. L’11 mag­gio 1960 fu rapi­to e suc­ces­si­va­men­te por­ta­to in Israe­le.  

Il processo ed il suo fondamento giuridico 

Il pro­ces­so ven­ne cele­bra­to a Geru­sa­lem­me; ini­ziò l’11 apri­le 1961 e ter­mi­nò con la con­dan­na a mor­te di Eich­mann, ese­gui­ta il 31 mag­gio 1962. Eich­mann fu dife­so dall’avvocato Robert Ser­va­tius, già difen­so­re di diver­si impu­ta­ti duran­te il pro­ces­so di Norim­ber­ga. Il pro­ces­so si fon­da­va, giu­ri­di­ca­men­te, su una leg­ge israe­lia­na del 1950 che ave­va l’obiettivo di per­se­gui­re i cri­mi­na­li nazi­sti, a sua vol­ta ispi­ra­ta allo Sta­tu­to di Lon­dra del 1945 (che rese pos­si­bi­le il pro­ces­so di Norimberga). 

Emer­se­ro fin da subi­to cri­ti­ci­tà rela­ti­ve alla base giu­ri­di­ca di que­sto pro­ces­so, come ad esem­pio la evi­den­te vio­la­zio­ne del prin­ci­pio di irre­troat­ti­vi­tà del­la leg­ge pena­le (anche se il dirit­to inter­na­zio­na­le non vie­ta cate­go­ri­ca­men­te leg­gi pena­li retroat­ti­ve); ma anche l’imparzialità dei giu­di­ci che, secon­do la dife­sa, non pote­va­no esse­re vera­men­te impar­zia­li. Un’altra cri­ti­ci­tà riguar­da­va le pro­ve por­ta­te dall’accusa, con­si­sten­ti anche in docu­men­ti uffi­cia­li del Reich, dei qua­li, in base al dirit­to inter­na­zio­na­le, Eich­mann pote­va rispon­de­re solo davan­ti ad una cor­te tede­sca. Que­sti ele­men­ti furo­no il fon­da­men­to del­la dife­sa di Eich­mann, ma la cor­te israe­lia­na rifiu­tò que­ste obie­zio­ni, affer­man­do la legit­ti­mi­tà del pro­ces­so in vir­tù del prin­ci­pio di uni­ver­sa­li­tà, in base al qua­le uno sta­to può per­se­gui­re deter­mi­na­ti com­por­ta­men­ti in quan­to intrin­se­ca­men­te sba­glia­ti; e di un altro prin­ci­pio del dirit­to inter­na­zio­na­le, il prin­ci­pio male cap­tum bene deten­tus (col­to ingiu­sta­men­te ma giu­sta­men­te impri­gio­na­to), in base al qua­le una giu­sta pri­gio­nia non può esse­re ille­git­ti­ma, anche a fron­te di un arre­sto ille­git­ti­mo (ossia effet­tua­to fuo­ri dai limi­ti del­la leg­ge, come avve­nu­to per Eich­mann). Que­sto prin­ci­pio, ad oggi, è mes­so for­te­men­te in discus­sio­ne.  

Ad Eich­mann furo­no con­te­sta­ti 15 capi d’imputazione, tra i qua­li cri­mi­ni con­tro il popo­lo ebrai­co, cri­mi­ni con­tro l’umanità e cri­mi­ni di guer­ra. Le pro­ve furo­no por­ta­te da cir­ca cen­to testi­mo­ni, tut­ti soprav­vis­su­ti alla Shoah. Oltre alle cri­ti­ci­tà tec­ni­co giu­ri­di­che, la dife­sa di Eich­mann si incen­trò sul fat­to che tut­to ciò di cui lo ave­va­no accu­sa­to non lo ave­va fat­to di sua spon­ta­nea volon­tà, ma lo ave­va fat­to adem­pien­do a ordi­ni dei suoi supe­rio­ri, che in uno sta­to auto­ri­ta­rio e for­te­men­te gerar­chi­co come la Ger­ma­nia nazi­sta, non pote­va non ese­gui­re, anche per­ché l’obbedienza ad un pro­prio supe­rio­re gerar­chi­co era con­si­de­ra­to un com­por­ta­men­to vir­tuo­so. 

Il racconto di Hannah Arendt 

Han­nah Arendt seguì il pro­ces­so Eich­mann come invia­ta del quo­ti­dia­no “The New Yor­ker”. Ter­mi­na­to il pro­ces­so Arendt pub­bli­che­rà La Bana­li­tà Del Male, un sag­gio in cui rac­con­ta il perio­do in cui segue il pro­ces­so. Arendt evi­den­zia come que­sto pro­ces­so ser­vis­se (poli­ti­ca­men­te) allo Sta­to di Israe­le. Arendt sostie­ne che il pub­bli­co mini­ste­ro che si occu­pò del­le inda­gi­ni fu for­te­men­te con­di­zio­na­to dal pri­mo mini­stro israe­lia­no Ben Gurion, chia­ma­to (non a caso) l’architetto del­lo Sta­to d’Israele (per via del suo impor­tan­te ruo­lo nel­la for­ma­zio­ne del­lo stes­so). Secon­do Arendt il pub­bli­co mini­ste­ro ave­va il com­pi­to di met­te­re in luce l’antisemitismo nazi­sta, ma anche get­ta­re discre­di­to sui pae­si ara­bi del Medio Orien­te (con i qua­li Israe­le era in guer­ra all’epoca), i qua­li, duran­te la Secon­da Guer­ra Mon­dia­le, non nasco­se­ro sim­pa­tie per i nazi­sti in chia­ve anti­e­brai­ca.  

Arendt poi ana­liz­za la figu­ra di Eich­mann, descri­ven­do come, per via anche del­l’in­sod­di­sfa­zio­ne pro­fes­sio­na­le, deci­se di entra­re nel­le SS con l’unico inte­res­se di fare car­rie­ra. Evi­den­zia così la medio­cri­tà di Eich­mann, il qua­le vis­se per iner­zia, pri­ma del padre, poi del­le ami­ci­zie e poi del­la situa­zio­ne in cui si tro­va­va. Così facen­do, Arendt smon­ta l’idea che Eich­mann fos­se un mostro, raf­fi­gu­ran­do­lo come una per­so­na medio­cre che smi­se di pen­sa­re con la pro­pria testa e si limi­tò ad ese­gui­re ordi­ni. Da que­sta rifles­sio­ne deri­va il tito­lo del suo sag­gio, La Bana­li­tà del Male, ad evi­den­zia­re come non sia neces­sa­rio esse­re cri­mi­na­li per fare del male. 

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Tommaso Piantoni
Stu­dio giu­ri­spru­den­za, mi inte­res­so di poli­ti­ca e di attua­li­tà. Mi pia­ce sta­re all’a­ria aper­ta e in mez­zo alla natura.

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