Dalla fondazione in Egitto nel 1928 al dibattito di oggi, i Fratelli Musulmani rappresentano un movimento che unisce religione, politica e impegno sociale. Cresciuti attraverso reti di assistenza e consenso popolare, hanno attraversato repressioni, aperture e accuse di radicalismo, restando al centro di forti controversie internazionali.
Il 22 gennaio 2026 l’Assemblea nazionale francese ha adottato una risoluzione che invita la Commissione europea a proporre l’inserimento dei Fratelli musulmani nella lista UE delle organizzazioni terroristiche. Tale risoluzione si basa, in particolare, su una relazione del ministero dell’Interno francese che illustra la strategia di infiltrazione, l’organizzazione strutturata e la pericolosità delle reti dei Fratelli musulmani per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale. Entro maggio le istituzioni UE dovranno rispondere o discutere la domanda.
Finora la Fratellanza non era stata inserita nell’elenco delle organizzazioni terroristiche in quanto, formalmente, ha rinunciato all’uso della violenza politica. Risale al 1971 un accordo in tal senso con il presidente egiziano Anwar el Sadat. La rinuncia alla lotta armata presenta, però, caratteri ambigui. La Fratellanza continua, infatti, ad oscillare tra islamizzazione dal basso a programmi estremistici.
Le origini e la parabola politica
I Fratelli Musulmani (Ikḫwān al-Muslimūn) furono fondati da Hassan al-Bannā nel 1928 in Egitto, più precisamente a Ismailiyya, città situata nella zona del Canale di Suez. La nascita della Fratellanza Musulmana va collocata nel contesto storico dell’Egitto del tempo, che viveva una situazione di forte crisi e dipendenza. In particolare, il paese era segnato dall’occupazione britannica e questo alimentava un forte bisogno di rinascita nazionale.
All’inizio il movimento aveva, quindi, un forte radicamento nazionale, perché si presentava come risposta alla subordinazione politica e culturale nei confronti dell’Occidente. Solo successivamente si espanderà in altre aree geografiche. Ad oggi la Fratellanza conta oltre 80 sedi sparse nei maggiori paesi arabi, in Europa e nelle Americhe.
Nel 1952 – con il colpo di stato degli Ufficiali liberi – Gamal Abdel Nasser prese il potere. La rivoluzione godette inizialmente dell’appoggio dei Fratelli musulmani. La loro rete, che copriva al tempo l’intero paese, fu probabilmente indispensabile al successo del colpo di stato. Tuttavia, in seguito all’attentato contro Nasser (1954), il ra’īs ne approfittò per reprimere duramente il movimento, la cui aspirazione a creare uno stato islamico era in aperto contrasto con il suo crescente potere. A questa fase risale la condanna a morte di Sayyid Qutb, uno dei massimi teorici della Fratellanza.
Gli Ikhwān furono sempre oggetto di repressione poiché considerati un potente avversario politico in Egitto. Durante il regime di Anwar al-Sadat ci fu una breve apertura. Il suo successore, Hosni Mubarak, tacitamente li tollerò senza mai legalizzarli. Solo dopo le primavere arabe del 2011 la Fratellanza arriverà al potere. Tramite il partito Libertà e giustizia il fratello Mohammed Morsi diventò il primo presidente civile e islamista della storia egiziana. Dopo il 2013, con il ritorno del regime militare sotto il generale Abdel Fattah al-Sisi, i Fratelli musulmani saranno classificati come «associazione terroristica».
Un’islamizzazione dal basso
Alla sua nascita la Fratellanza si inseriva nel filone della Salafiyya. Il termine deriva da salaf, cioè “pii antenati”. L’idea di fondo è quella di tornare all’Islam puro delle origini, cioè all’Islam del Profeta e dei suoi compagni. Tuttavia, questo ritorno alle origini non va inteso semplicemente come un rifiuto del presente.
Al contrario, l’obiettivo della salafiyya è quello di islamizzare la modernità. La salafiyya viene spesso collegata anche a espressioni come “islamismo politico”. Tuttavia, è importante distinguere i primi pensatori riformisti dai movimenti politici successivi. Infatti, i pensatori della salafiyya avevano in genere un afflato politico meno marcato.
L’organizzazione che dà una forma più concreta e più incisiva all’islamismo politico è i Fratelli Musulmani. Il fondatore, Hassan al-Banna, sosteneva che – per affrontare la crisi vissuta dal mondo arabo – bisognasse fondare la rinascita nazionale sull’identità islamica. Per questo motivo, la sua proposta consisteva in un ritorno alle fonti originarie dell’Islam, cioè al Corano e alla Sunna. Uno degli obiettivi principali della Fratellanza Musulmana era, ed è tuttora, la re-islamizzazione della società attraverso un’opera di riforma religiosa, morale, sociale e politica.
Un aspetto fondamentale dei Fratelli Musulmani è, infatti, il tentativo di promuovere un’islamizzazione dal basso, attraverso la formazione dell’uomo, della famiglia e della società musulmana. Il fine di tale islamizzazione è la trasformazione profonda del sistema istituzionale e, potenzialmente, la realizzazione di uno Stato islamico. Per questo mirano alla creazione di un sistema di welfare, alternativo a quello di stato, che si manifesta tramite iniziative di assistenza sanitaria e sociale. Grazie a ciò la fratellanza ha riscosso ampi consensi all’interno della società egiziana.
Questo sarà un marchio di fabbrica dell’organizzazione in tutti i paesi dove si sviluppò ed è la vera chiave del suo successo. L’islamizzazione dal basso ha distinto la Fratellanza (come anche, alle sue origini, Hamas) in maniera netta dal fondamentalismo armato (Al Qaeda), che ha scelto invece un’islamizzazione dall’alto (imposta attraverso la forza delle armi).
Sayyid Qutb e la deriva radicale
L’ideologia alla base del movimento alla sua nascita è duplice. Da una parte, l’afflato patriottico che mira alla liberazione dell’Egitto dal controllo britannico. Dall’altra, la volontà di restaurare l’Islam delle origini e porlo al centro della società. Questo pensiero viene così riassunto dai due motti dell’organizzazione: «Dio è il nostro obiettivo, il Profeta è il nostro capo, il Corano è la nostra legge, il jihad è la nostra via, morire nella via di Dio è la nostra suprema speranza» e «L’Islam è la soluzione».
Inizialmente, il movimento non aveva un carattere militarista. Tuttavia, nel corso della sua storia, ha vissuto una svolta radicale. Soprattutto negli anni ‘40 e ’50 esisteva un apparato segreto che optò per una politica movimentistica, partecipando ad attentati e a proteste molto violente.
Rappresentante di questa deriva violenta fu Sayyid Qutb, che sviluppò in senso radicale la dottrina di al-Banna. Ciò segnò una rottura rispetto al precedente atteggiamento di apertura nei confronti del sistema democratico. Qutb accusò di «miscredenza» i paesi, come l’Egitto, che si dichiaravano musulmani, ma che, a suo parere, erano immersi nell’«ignoranza». Invocò quindi il jihad contro l’apostasia e l’ignoranza che allontanava da Dio. Il jihadismo di Qutb fu di ispirazione per tanti movimenti e gruppi terroristici di quel tempo.
Il fallimento del nazionalismo arabo e il ritorno degli islamisti
Durante i due decenni del socialismo nasseriano, delle rivoluzioni baathiste e del panarabismo, le organizzazioni islamiche in generale furono marginalizzate e indubbiamente conobbero una sconfitta dottrinale. In seguito, però i fallimenti del nasserismo riportarono in auge gli islamisti. Lo spartiacque fu la disfatta degli arabi, e soprattutto dell’Egitto di Nasser, nella guerra dei Sei Giorni del 1967. Da quel momento, le correnti islamiste si diffusero sempre di più e conobbero una radicalizzazione via via più acuta.
Il jihadismo violento rappresentò la crisi e la deriva dell’islamismo della Fratellanza e delle altre organizzazioni similari, che rimasero tendenzialmente non violente e, anzi, perennemente in cerca di legittimazione come attori politici. In tutto il mondo arabo l’autoritarismo nazionalista al servizio della costruzione degli stati divenuti indipendenti aveva imposto una sola visione anche nella sfera religiosa, senza lasciare spazio ad alcuna pluralità. Le organizzazioni islamiste legate alla Fratellanza erano, quindi, ovunque illegali, ma rappresentarono sempre una spina nel fianco dei regimi autoritari visto il loro vasto seguito popolare e il loro messaggio attraente perché fortemente identitario e totalizzante.
Foto ISPI
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