Dal massacro di Tbilisi del 1989 alla conquista dell’indipendenza, la Georgia ha attraversato una transizione complessa e spesso dolorosa. A distanza di decenni, sulla repubblica caucasica continuano a pesare fragilità e contraddizioni.
Il 9 aprile i georgiani celebrano il Giorno dell’Unità Nazionale, ricordando i compatrioti caduti nel 1989. In quell’anno, le forze sovietiche repressero brutalmente le manifestazioni organizzate a Tbilisi, rafforzando involontariamente i sentimenti indipendentisti della popolazione. A distanza di decenni, il cammino della Georgia verso l’autodeterminazione e la democrazia non può dirsi concluso; al contrario, il Paese continua ad essere sospeso in un limbo post-sovietico, diviso tra Occidente e Oriente, pluralismo e derive autoritarie.
La (ri)nascita della Georgia indipendente
Il 9 aprile 1991 la Georgia proclamò la propria indipendenza dall’Unione Sovietica, che di lì a pochi mesi sarebbe scomparsa per sempre. Dopo due secoli di dominazione moscovita – iniziata con lo zar Paolo I nel 1801 e terminata con il leader comunista Gorbacëv – le terre cartveliche uscivano finalmente dall’orbita russa, almeno in apparenza. Tbilisi, peraltro, non annunciò la nascita di un nuovo Stato, bensì il pristino della Repubblica Georgiana, che tra il 1918 e il 1921 aveva lottato contro i suoi nemici – in primis i bolscevichi – in nome dell’indipendenza nazionale.
La popolazione sperava finalmente di voltare pagina, lasciandosi alle spalle un passato di subordinazione e autoritarismo, che appena due anni prima aveva provocato la morte di numerosi manifestanti a Tbilisi. A distanza di trent’anni, però, le speranze di molti abitanti appaiono deluse, se non tradite.
Abcasia e Ossezia del Sud: due controversie irrisolte
Agli occhi di molti georgiani la loro patria appare mutilata e sanguinante, a causa della tragica perdita di due regioni: Abcasia e Ossezia del Sud. Si tratta di territori che, durante il periodo sovietico, avevano fatto parte della Repubblica Socialista Sovietica di Georgia, seppur con lo status rispettivamente di Repubblica Socialista Sovietica Autonoma e Oblast’ Autonoma.
Difatti, la composizione etnica delle suddette aree non poteva certo dirsi omogenea. In Abcasia le comunità cartveliche risultavano le più numerose, ma convivevano a fianco di consistenti minoranze abcase, armene, russe e greche. L’Ossezia del Sud – nota anche come Samachablo – era abitata soprattutto dal popolo osseto, nonostante la presenza di una significativa minoranza georgiana.
Le regioni sopraccitate si separarono violentemente dalla Georgia a inizio anni ’90 – anche grazie al sostegno garantito da Mosca – divenendo così degli Stati de facto. Infatti, a eccezione della Russia e di poche altre nazioni, la maggioranza dei Paesi riconosce tanto l’Abcasia quanto l’Ossezia meridionale come parti integranti della Repubblica Georgiana. Ciononostante, le due entità separatiste – responsabili di sanguinose pulizie etniche contro i gruppi cartvelici – continuano a sfuggire al controllo di Tbilisi.
Un futuro euroatlantico o euroasiatico?
A partire dal 2003, la Georgia ha cercato di avvicinarsi all’Occidente, aspirando a diventare una liberaldemocrazia integrata nelle strutture euroatlantiche. Tuttavia, tali ambizioni si scontrano con gli interessi di Russia, che si oppone all’ingresso di Tbilisi nell’Unione Europea e, soprattutto, nella NATO. Queste dinamiche – unite alla questione delle regioni separatiste – pesano da decenni sui rapporti tra i due Paesi, deterioratisi ulteriormente dopo la breve ma significativa guerra del 2008, che vide prevalere Mosca.
Negli ultimi anni, la traiettoria filoccidentale della Georgia appare non solo rallentata, ma in parte invertita. L’attuale governo guidato da Irakli Kobakhidze, caratterizzato da tendenze illiberali, ha adottato in più occasioni una retorica critica nei confronti dell’Occidente, allontanando il Paese dalle prospettive di integrazione euroatlantica.
Al contempo, Tbilisi non sembra intenzionata a aderire alle principali organizzazioni eurasiatiche a guida russa, come la CSTO, la CEE o la CSI. Tra la Georgia e la Federazione Russa, del resto, continuano a mancare relazioni diplomatiche formali, interrotte proprio dopo il conflitto del 2008. Nondimeno, alcuni segnali indicano la volontà, da parte georgiana, di costruire un pragmatico modus vivendi con il potente vicino, nonostante le persistenti tensioni.
La Georgia, oggi come trent’anni fa, appare una nazione al bivio, il cui futuro resta incerto.
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