ARIRANG di BTS — recensione di Giulia Cerbino
I BTS sono tornati: la boyband coreana più famosa al mondo ha segnato il suo attesissimo comeback con un album completamente nuovo. Dopo tre anni di servizio militare, obbligatorio in Corea Del Sud, i BTS hanno risvegliato i loro fan, l’ARMY, ottenendo numeri da record con ARIRANG. I membri avrebbero potuto evitare la leva per concessione del governo, ma hanno scelto di svolgere il servizio militare per non ricevere trattamenti di favore.
L’album, composto da quattordici brani, fonde il loro sound distintivo con influenze più fresche e sperimentali, dando vita a tracce sorprendenti e lontane dalle melodie a cui avevano abituato il pubblico. Gli stessi artisti hanno dichiarato di aver voluto realizzare un progetto più maturo per il loro ritorno, senza però rinnegare la propria identità.
Il lancio globale è avvenuto con un concerto a Seoul, trasmesso in diretta su Netflix e seguito da migliaia di spettatori. Sulla stessa piattaforma è stato inoltre pubblicato BTS: The Return, un documentario inedito che racconta il processo creativo dietro la nascita di ARIRANG.
Io individuo di Nayt — recensione di Giuseppe Ciliberti
Anche se con Habitat (2023), si chiudeva una vera e propria trilogia di dischi introspettivi, Nayt continua lo scavo in sé stesso anche negli album successivi. Se però in Lettera Q la sua penna si era affinata, in questo aspetto Io individuo sembra piuttosto strabordare. L’autoanalisi di William non si ferma alle canzoni, ma si arricchisce con stralci di registrazioni: dalla voce della madre fino ai tre minuti finali di conversazione con lo psicologo.
Per quanto il disco assuma a volte i tratti del discorso teorico, c’è da tenere conto del fatto che Nayt si interroga più volte sul rapporto della società e la donna, che ha ricadute anche su un genere così notoriamente maschilista come il rap. Io individuo non è forse il disco migliore di Nayt, ma a lui va riconosciuto il coraggio di tradurre l’analisi sulla propria interiorità in un discorso che interroga non solo il singolo, l’Io individuo, ma l’individuo in quanto membro della società.
Bully di Kanye West — recensione di Gabriel Palanti
Il dibattuto rapper torna a far parlare di sé con l’atteso progetto Bully, suo dodicesimo album in studio. Dopo anni di controversie ideologiche a causa di dichiarazioni antisemite e apologia al nazismo, l’artista continua ad essere al centro della scena musicale attuale, con oltre 75 milioni di ascoltatori mensili su Spotify.
La critica ha accolto positivamente il concept album, composto da 18 tracce, per l’alta qualità delle produzioni. Allo stesso tempo, l’album è stato aspramente criticato per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in numerosi brani, incidendo sull’autenticità dell’opera. Alcune tracce ricordano lo stile di vecchi progetti di Ye, come Punch drunk e Whateverworks riconducibili a Late Registration (2005). La traccia All the love, definita da molti ascoltatori la migliore dell’album, ricorda, con il featuring di André Troutman, l’atmosfera “aliena” di Yeezus (2013).
Nel complesso Bully, anche se non è un album perfetto, presenta ottimi spunti creativi. Questo disco può essere il primo passo verso una fase in cui l’urgenza creativa prova a superare il rumore che circonda l’artista.


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