A 55 anni dalla sua scomparsa, Igor Stravinskij è ancora ricordato come un eclettico musicista, capace di assorbire ogni novità del panorama musicale unendolo alla tradizione russa. Impossibile non ricordare la Sagra della primavera, una delle opere più discusse del XX secolo.
Nato nel 1882 in una località nei pressi di Pietroburgo, Igor Stravinskij intraprese lo studio della composizione a 23 anni sotto la guida di Rimskij-Korsakov. Nel 1909 a Pietroburgo eseguì le sue prime composizioni, con le quali si guadagnò l’amicizia di Sergej Djagilev: egli lo scelse per collaborare con la sua compagnia di Balletti russi. In seguito alla rivoluzione bolscevica russa, si trasferì prima in Svizzera e poi in Francia, anni in cui si fece conoscere come pianista e direttore d’orchestra nelle diverse tournée. Spostatosi in America allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, vi rimase fino al 1971 quando morì a New York.
La compagnia di Balletti russi
La compagnia nacque per volere dell’impresario russo Djagilev, desideroso di mostrare all’occidente l’arte e la cultura del suo Paese. Il tratto distintivo dei Balletti russi fu la stretta collaborazione tra coreografo, musicista e scenografo: le rappresentazioni mostravano elementi orientaleggianti e scenografie particolari grazie alle collaborazioni con gli artisti più noti della contemporaneità. L’espressività fu messa in primo piano: i balletti ottocenteschi accentuavano i virtuosismi e vedevano sul palco pochi ballerini, mentre i Balletti russi posero l’accento, oltre che sulla ballerina, anche sul danzatore che l’accompagnava e sul corpo di ballo, aumentando notevolmente il numero di persone in scena.
La sagra della primavera
Per l’anniversario dei 55 anni dalla sua scomparsa è interessante ricordare la prima composizione che fece grande scalpore: presentata al pubblico parigino nel 1913, La sagra della primavera sollevò una grande protesta tra i sostenitori dell’arte moderna e i fautori di quella tradizionale, a tal punto che divenne necessario l’intervento della polizia.
Divisa in due parti chiamate L’adorazione della Terra e Il Sacrificio, il balletto è costituito da vari quadri staccati, senza nessuna trama narrativa che li accomuni. La volontà è di rappresentare le cerimonie pagane dell’antica Russia che avvenivano in concomitanza con la primavera. È sorprendente l’uso dell’orchestra, che prevedeva un organico gigantesco per produrre sonorità colossali, aggressive e dissonanti, con l’intenzione di guidare l’ascoltatore attraverso un mondo primordiale inaccessibile. Il ritmo è incalzante e ossessivo donando una sensazione vertiginosa e una forte vitalità.
Breve guida all’ascolto e alla visione di La danza sacrificale
La danza sacrificale dell’Eletta è l’ultimo brano del secondo quadro; sul programma di sala del 1913 la seconda parte della Sagra veniva sinteticamente descritta così: «Trascorso è il giorno, trascorsa la mezzanotte. Sulle colline stanno le pietre consacrate. Gli adolescenti compiono i loro mitici giochi e cercano la grande via. Si rende gloria e si acclama Colei che fu designata per essere accompagnata agli Dei. Si chiamano gli avi venerabili a testimoni. E i saggi antenati degli uomini completano il sacrificio. Così si sacrifica a Yarilo, il magnifico, il fiammeggiante».
La scena vede come protagonista l’Eletta, che danza al centro del cerchio creato dai ballerini; la melodia non è armoniosa e la coreografia non si direbbe appartenere al balletto: niente è grazioso. Attraverso l’orchestra viene risaltata l’ossessività con temi ripetuti e giocati sul dinamismo tra forte e piano. Gli strumenti a fiato sono i protagonisti, sebbene si distinguano anche le percussioni e gli archi. La scena è di estrema tensione, scandita dal ritmo e dalle dissonanze.
Il video di seguito propone la visione della parte solo orchestrale:
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