“Il berretto a sonagli” va in scena al Piccolo Teatro

Il dramma di chi è obbligato a portare una maschera per sopravvivere all’ipocrisia della società.

Con Il berretto a sonagli, Silvio Orlando entra per la prima volta nel teatro di Luigi Pirandello e affronta uno dei suoi personaggi più controversi, Ciampa. Lo spettacolo, diretto da Andrea Baracco e in scena al Piccolo Teatro di Milano, mette subito al centro il nodo pirandelliano per eccellenza: la distanza tra verità e apparenza.

Il 14 apri­le, al Pic­co­lo Tea­tro di Mila­no, è anda­to in sce­na Il ber­ret­to a sona­gli, diret­to da Andrea Barac­co. La com­me­dia, scrit­ta da Lui­gi Piran­del­lo a par­ti­re dal­le novel­le La Veri­tàCer­ti obbli­ghi, ne ripren­de e svi­lup­pa le prin­ci­pa­li tematiche.

La tra­ma è nota: Bea­tri­ce Fio­rì­ca, divo­ra­ta dal­la gelo­sia, deci­de di sma­sche­ra­re il tra­di­men­to del mari­to con la moglie del­lo scri­va­no Ciam­pa. Con l’aiuto del com­mis­sa­rio Spa­nò è deci­sa a met­te­re in moto un mec­ca­ni­smo che rischia di tra­vol­ge­re l’ono­re del­la fami­glia. Il tra­di­men­to, pur noto a tut­ti, è tol­le­ra­to in silen­zio fin­ché resta con­fi­na­to nel­la discre­zio­ne del­le appa­ren­ze e non rom­pe il fra­gi­le pat­to del “quie­to vivere”.

Il misfat­to lascia pro­gres­si­va­men­te spa­zio allo scan­da­lo, che diven­ta il vero moto­re dell’azione sce­ni­ca: non è ciò che acca­de a con­ta­re, ma ciò che deve sem­bra­re acca­du­to.

Verità e apparenza

La regia sce­glie di atte­nua­re la dimen­sio­ne comi­ca per pri­vi­le­gia­re quel­la tra­gi­ca, scel­ta che tro­va pie­na coe­ren­za nell’interpretazione di Orlan­do. Il suo Ciam­pa è un uomo tut­t’al­tro che inge­nuo: si muo­ve tra con­sa­pe­vo­lez­za e neces­si­tà, tra digni­tà per­so­na­leadat­ta­men­to alle rego­le impli­ci­te di una socie­tà osses­sio­na­ta dal giu­di­zio. Sa per­fet­ta­men­te come fun­zio­na la socie­tà in cui vive e sa che la veri­tà, quan­do diven­ta pub­bli­ca, smet­te di esse­re innocente.

In un mon­do domi­na­to dall’apparenza, sce­glie­re la veri­tà signi­fi­ca espor­si alla distru­zio­ne; sce­glie­re la fin­zio­ne signi­fi­ca sopravvivere.

Le corde di Ciampa

È qui che emer­ge il cuo­re teo­ri­co del testo: le tre cor­de del­la men­te uma­na – la seria, la civi­le e la paz­za – che rego­la­no i com­por­ta­men­ti e con­sen­to­no all’individuo di adat­tar­si alla real­tà socia­le.

Ciam­pa le cono­sce e le usa: la cor­da civi­le è quel­la che gli con­sen­te di adat­tar­si alle rego­le socia­li, quel­la seria gli per­met­te di man­te­ne­re una par­ven­za di ordi­ne, men­tre la cor­da paz­za resta sem­pre sul­lo sfon­do, pron­ta ad esplo­de­re e a por­ta­re con sé una veri­tà incon­trol­la­bi­le. Il suo equi­li­brio con­si­ste nel non far­la mai pre­va­le­re. Bea­tri­ce, al con­tra­rio, acce­ca­ta dal desi­de­rio di ven­det­ta, rifiu­ta ogni com­pro­mes­so e vede nel­la rive­la­zio­ne del­la tre­sca l’unica for­ma pos­si­bi­le di libe­ra­zio­ne, anche a costo di distrug­ge­re ogni equilibrio.

Davan­ti alla sua furia, Ciam­pa non rea­gi­sce con for­za, ma con una for­ma di luci­di­tà qua­si spie­ta­ta: ten­ta di ricon­dur­re la sua osses­sio­ne den­tro un qua­dro “sop­por­ta­bi­le” per la comu­ni­tà.

Il suo para­dos­so è que­sto: è l’unico per­so­nag­gio che vede chia­ra­men­te, ma pro­prio per que­sto è costret­to a distor­ce­re ciò che vede. Non gli inte­res­sa sta­bi­li­re chi abbia ragio­ne, ma impe­di­re che la veri­tà diven­ti un even­to pub­bli­co inge­sti­bi­le. Più vol­te infat­ti insi­ste sull’esi­gen­za di non oltre­pas­sa­re il limi­te, cer­can­do di dis­sua­der­la con ammo­ni­men­ti indi­ret­ti («non si dimen­ti­chi di mio padre che tene­va le mani indie­tro» o «ten­ga la por­ta sbarrata»).

Il peso del proprio ruolo

Ne emer­ge un Piran­del­lo pro­fon­da­men­te attua­le. Il tema del­la veri­tà come costru­zio­ne insta­bi­le, la neces­si­tà del­la masche­ra, il con­flit­to tra iden­ti­tà e rap­pre­sen­ta­zio­ne socia­le attra­ver­sa­no l’intera vicen­da: nes­su­no può sot­trar­si al ruo­lo che gli vie­ne asse­gna­to. «Ogni pupo deve reci­ta­re la pro­pria par­te», affer­ma Ciampa.

In que­sta logi­ca, la masche­ra non è una scel­ta, ma una con­di­zio­ne di soprav­vi­ven­za: la socie­tà piran­del­lia­na non puni­sce la men­zo­gna, ma l’infrazione del­le sue rego­le non scrit­te, ciò che vie­ne espo­sto. Per que­sto la veri­tà, quan­do irrom­pe nel­lo spa­zio pub­bli­co, diven­ta peri­co­lo­sa: non libe­ra, ma distrugge.

Il fina­le del­lo spet­ta­co­lo cri­stal­liz­za que­sta con­di­zio­ne. La risa­ta fina­le di Ciam­pa, lun­ga e defor­man­te, non ha nul­la di libe­ra­to­rio: non è la vit­to­ria del­la fol­lia, ma la pre­sa d’atto che la veri­tà, quan­do non può esse­re vis­su­ta, deve esse­re reci­ta­ta come fol­lia per poter con­ti­nua­re a esistere.

 

Con­di­vi­di:
Chiara Cardella
Stu­den­tes­sa di Let­te­re, appas­sio­na­ta di let­tu­ra e scrit­tu­ra. Aman­te dei viag­gi e del­la sco­per­ta di cose sem­pre nuo­ve, sogno di tra­sfor­ma­re la mia curio­si­tà in una car­rie­ra gior­na­li­sti­ca. Cre­do che ogni sto­ria meri­ti di esse­re ascol­ta­ta e condivisa.

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