Dai corridoi pieni di critiche alle aule mute, il paradosso universitario racconta una generazione che riflette, ma fatica a esporsi. Guardare all’estero può offrire spunti per ripensare il rapporto tra docenti e studenti.
Aula universitaria, una classica mattina. Prof che spiega e decine di studenti, chi a computer chi (ormai in netta minoranza) con carta e penna, a scrivere ciò che il prof detta. É il classico copione delle università italiane che si ripete nei decenni indefessamente. Prof che parla, tutti che scrivono, poca interazione tra studenti e professori e ciò che a teatro si chiamerebbe rottura della quarta parete, in università praticamente non esiste.
Ora sicuramente da un lato c’è la necessità di apprendere le nozioni che chiaramente vedono un docente ed un discente, eppure dovremmo renderci conto del mondo attorno a noi e fare una valutazione.
La stragrande maggioranza delle università straniere hanno adottato stabilmente metodi che richiedono un approccio più pragmatico, ciò che nelle università olandesi viene chiamato Problem-based learning (PBL) che prevede lavori in piccoli gruppi, discussione tra colleghi e approfondimento e lettura di testi assegnati.
Così facendo viene direttamente stimolata la riflessione attiva e la partecipazione che da sole accelerano di molto il processo di apprendimento.
Certamente oggi ci stiamo muovendo in questa direzione però ancora il retaggio culturale e il substrato di partenza rimane la lezione frontale.
Il paradosso del silenzio
Il paradosso in realtà emerge fuori dall’aula universitaria, in cui tendenzialmente si sviluppa un forte dialogo ed un forte chiacchiericcio circa le modalità di insegnamento di quel prof, circa la singola lezione, eppure in quell’aula nulla è mai stato detto.
È come se in ogni aula il magnetismo e l’autorità di chi sta in cattedra assorbisse la scintilla critica insita in ognuno di noi.
Ma facciamo un passo oltre, ipotizziamo il caso di una domanda, uno studente, magari un po’ intimorito alza la mano, fa il suo intervento che però il più delle volte non è valorizzato e il prof va avanti senza perdere il filo.
Bisogna ricordare come certo, ogni facoltà fa a sé, chiaramente materie scientifiche richiedono meno dibattito di quelle umanistiche, tuttavia l’educazione sarebbe da intendere nel senso di e‑ducere cioè di condurre fuori dal singolo studente la sua conoscenza. Ciò chiaramente dipende anche dalla volontà del singolo docente di avere a cuore la missione educatrice e formatrice della sua professione. E ne va ovviamente del futuro di una generazione, più siamo in grado di formare discenti appassionati oggi, maggiore sarà il livello della classe dirigente domani.
Verso una didattica partecipativa
Ben vengano quindi iniziative e strategie didattiche volte ad invogliare gli studenti ad una partecipazione che li renda pienamente attivi in ciò che studiano. Si può infatti prendere esempio dall’estero senza però snaturare l’essenza prettamente teorica delle università italiane che rimane comunque un’eccellenza a livello mondiale.
Un’ipotesi potrebbe essere quella di istituire maggiori possibilità di tutoraggio e insegnamento one-to-one, valorizzando quel rapporto docente-discente, più diretto e personalizzato, capace non solo di rafforzare l’apprendimento sul piano nozionistico, ma anche di stimolare senso critico, autonomia di pensiero e partecipazione consapevole.
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