Il 3 aprile esce un singolo, Al mio paese, che sarà, molto probabilmente, il tormentone dell’estate 2026. Tutte le radio lo trasmettono e ne parlano, ma non mancano le critiche alla raffigurazione del Mezzogiorno.
«Incominciano le ferie quando torno al mio paese», cantano Serena Brancale, Delia e Levante nel ritornello del singolo Al mio paese. Titolo di una canzone che, a una prima occhiata, sembrerebbe pure dai nobili intenti: raccontare la gioia di chi ritorna al sud dopo aver migrato, il «mi manchi ma domani torno a casa».
Il titolo Al mio paese suona infatti come una dedica, una dedica che non è limitata ai singoli paesi delle tre cantanti, ma a tutti i paesi d’Italia. Una canzone dedicata a quei luoghi abbandonati dallo sviluppo urbano e dall’ingombro delle metropoli. Quei luoghi militarizzati dal colonialismo statunitense che ignora le prevenzioni di una frana autrice di 1.606 sfollati.
La parola d’ordine è #vitalenta
È comprensibile la scelta delle artiste di non voler portare avanti la solita tragica immagine di un sud degradato e abbandonato, ma trasmettere vibrazioni positive e allegre: dopotutto raccontare il ritorno nel proprio paese implica anche il racconto della fuga da esso. Allo stesso tempo, Levante, Brancale e Delia hanno diritto alla nostalgia, di chiangere risentendo il proprio accento, raccontando la gioia del rimpatrio e del ritorno a casa.
Tuttavia l’immagine narrata dalle autrici, veicolata attraverso il testo («Mariarita che stende le lenzuola che volano bianche sulle bancarelle», «Qui non andiamo di fretta», «Le signore sulle sedie») e il videoclip, è un’immagine comoda, un’immagine che piace al nord (inteso come potere politico ed economico, non come nord geografico della Penisola). L’immagine della cartolina che attira i turisti, che nasconde le responsabilità dello Stato verso quei territori. Che permette di scattare selfie sugli yacht a Siracusa mentre la Sicilia prende fuoco in crisi idrica.
Nel frattempo il sud è anche quel luogo che mantiene vivo il folklore locale e religioso («Le Madonne nelle chiese quando torno al mio paese», «Pеr l’amore e per la fеde torni sempre al tuo paese», le processioni religiose mostrate nel videoclip) contrapposto al nord laico, metropolitano, industriale e positivista, che a causa della globalizzazione “ha perso le sue radici”. Quel luogo in cui Brancale si sente «una gitana per la strada, le notti in metropolitana».
Bruciare le cartoline?
Un territorio (e di conseguenza un popolo) non è mai un luogo fisico e naturale, ma un’idea, un discorso, una costruzione di pensieri basata sull’impalcatura coloniale. Abbatterla non è necessario, riconoscerla sì. Contribuire alla sua costruzione è problematico.
Ma la questione di Al mio paese non è tanto la lente coloniale del sud o la sua romanticizzazione mascherata da affetto per i propri territori e nemmeno il non mettere in dubbio questa narrazione, come hanno già fatto, tra l’altro, diversi artisti e letterati italiani: Brancale, Levante e Delia banalizzano uno scenario complesso, rendendolo accessibile e appetibile a chi l’ha creato.

Articolo super interessante!