La chiusura della Sormani come biblioteca è la fine di un ecosistema sociale unico, uno dei pochi ancora per cittadini e non per turisti. Il rischio è che la città sacrifichi i propri spazi in favore di una rigenerazione urbana orientata alla performance e al profitto.
L’8 marzo Tommaso Sacchi, assessore alla cultura del Comune di Milano, ha fatto sapere che Palazzo Sormani, ubicato in Corso Vittoria, a pochi passi dall’Università degli Studi di Milano e dal Duomo, non sarà più una biblioteca. Le sue funzioni di Biblioteca Comunale Centrale andranno trasferite alla BEIC – Biblioteca Centrale Europea di Informazione e Cultura, che presto avrà sede nel nuovo colossale edificio (30.000 metri quadrati) in costruzione in Porta Vittoria. Il trasferimento dovrebbe concludersi entro la primavera del 2027.
Ciò che ne sarà di palazzo Sormani non è ancora chiaro. L’assessore ha tentato di rassicurare i cittadini, ribadendo che il legame tra i milanesi e questo luogo simbolico verrà preservato. Alla luce però della deriva imprenditoriale e speculativa che l’amministrazione della città ha adottato da almeno un decennio a questa parte, con la conseguente gentrificazione, risulta difficile crederci. I propositi sembrano buoni: Sacchi ha parlato della creazione di un centro culturale, un museo, oppure, come proposto da Artribune, uno spazio dedicato alla produzione contemporanea. Eppure sembra mancare quella caratteristica ahimè ormai peculiare della Biblioteca Sormani: il suo essere veramente uno spazio pubblico e gratuito nel centro di Milano, una città in cui sempre più l’accesso ai servizi è garantito solo a chi può permettersi di pagarli.
Cultura, trasversalità, umanità e accoglienza tra le sale del Palazzo
La Biblioteca Sormani è un luogo dei cittadini nel vero senso della parola, perché è di e per tutti, indiscriminatamente. Non è solo luogo di studenti e lavoratori, di lettori e ricercatori, ma è anche un luogo di vera, spesso involontaria, accoglienza. È nelle sue stanze che le persone senza fissa dimora, riparandosi dal freddo pungente dei mesi invernali, possono sentirsi per una volta uguali agli altri. Prendono un libro e lo leggono in aula studio di fianco allo studente tanto concentrato da non accorgersi dell’odore un po’ troppo forte del suo vicino, passeggiano per i corridoi o giocano a carte sui tavoli del piano terra. Se riescono, strappano a qualcuno un’interazione umana: un «permesso», un sorriso. Intanto gli studenti chiacchierano nel giardino, i rider si riposano sulle panchine, i bibliotecari ordinano gli scaffali. Un assortimento così vario è possibile solo in questo contesto.
Un ambiente del genere, così raro, offre involontariamente un servizio sociale di massima necessità e importanza: la Sormani accoglie con un’umanità propria solo della cultura. Purtroppo, è francamente improbabile che qualcosa del genere permanga nella nuova struttura.
Se la Sormani fosse un museo
Certamente è notevole il proposito di mantenere quantomeno la natura culturale dell’edificio. Ma è facile immaginare che si tenderà verso una capitalizzazione sullo spazio. Sembra possibile, secondo le dichiarazioni dell’assessore, che il palazzo venga reso un polo culturale museale. Se il mutamento avvenisse in questo senso, rimarrebbero delle gravi fratture interne al tessuto sociale del quartiere: un museo sarà tendenzialmente a pagamento, non disporrà delle aule studio, il suo accesso sarà limitato. In un museo si passa, in una biblioteca si sta. Certo, la Biblioteca Comunale Centrale troverà nuova vita presso la sede dei BEIC, ma il relativo decentramento rischia di distruggere l’eredità di abitudini e gesti di una biblioteca assiduamente frequentata — da persone di tutti i quartieri di Milano, ma anche dell’hinterland, se si tiene conto di tutti gli studenti della Statale.
Niente di grave: chiusa una biblioteca se ne farà un’altra, altrove. La Sormani era però forse l’ultimo spazio con una storia di abitudini culturali non performative di un centro Milano sempre meno vivibile. E questo fatto è l’ennesimo che conferma il processo di ricostruzione e rifunzionalizzazione della città, che rischia di escludere progressivamente ma definitivamente i suoi stessi abitanti.

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