La fine del fantasma. La cattura di Bernardo Provenzano, vent’anni dopo

A vent’anni dall’arresto di Bernardo Provenzano, ombre e una cattura arrivata quasi fuori tempo massimo: cosa resta dei segreti protetti dal boss di Corleone.

43 anni di latitanza

Nato a Cor­leo­ne nel 1933, det­to “Bin­nu u trat­tu­ri” per la fero­cia con cui eli­mi­na­va i nemi­ci, Ber­nar­do Pro­ven­za­no ini­ziò la sua asce­sa cri­mi­na­le negli anni Cin­quan­ta come brac­cio arma­to di Lucia­no Lig­gio. Dopo l’arresto di Totò Rii­na nel 1993 e di Leo­lu­ca Baga­rel­la nel 1995, assun­se il coman­do supre­mo di Cosa nostra, diven­tan­do il reg­gen­te del­la Commissione.

La sua invi­si­bi­li­tà, dura­ta ben 43 anni, si fon­da­va su un’immagine di auste­ri­tà e prag­ma­ti­smo: vive­va in covi spar­ta­ni, e gesti­va un impe­ro miliar­da­rio sen­za mai usa­re il tele­fo­no per evi­ta­re intercettazioni.

Al cen­tro del suo siste­ma di coman­do c’era la rete dei “piz­zi­ni”, pic­co­li fogli scrit­ti a mac­chi­na attra­ver­so cui impar­ti­va ordi­ni e comu­ni­ca­va con i suoi uomi­ni. Un meto­do arcai­co ma straor­di­na­ria­men­te effi­ca­ce, che gli con­sen­tì per decen­ni di coor­di­na­re appal­ti, estor­sio­ni e traf­fi­ci di dro­ga restan­do un’ombra.

Una cattura sfiorata più volte

La cac­cia a Pro­ven­za­no è costel­la­ta di occa­sio­ni man­ca­te, che han­no ali­men­ta­to sospet­ti su pos­si­bi­li pro­te­zio­ni isti­tu­zio­na­li. Il caso più emble­ma­ti­co risa­le al 31 otto­bre 1995, quan­do l’infiltrato Lui­gi Ilar­do indi­cò un caso­la­re a Mez­zo­ju­so dove il boss avreb­be par­te­ci­pa­to a un incon­tro. Nono­stan­te l’informativa, il bli­tz non fu mai eseguito.

Gli uffi­cia­li Mario Mori e Mau­ro Obi­nu, che in quel perio­do era­no a capo del ROS, inca­ri­ca­ti di con­dur­re il bli­tz e per que­sto furo­no inda­ga­ti: ven­ne­ro però assol­ti dap­pri­ma in pri­mo gra­do, poi in secon­do gra­do e infi­ne in Cas­sa­zio­ne dall’accusa di favo­reg­gia­men­to a Cosa nostra per il man­ca­to arre­sto di Provenzano.

“Zu Binnu” nelle mani delle autorità

L’11 apri­le 2006 segna la fine del fan­ta­sma. Gli uomi­ni del Ser­vi­zio Cen­tra­le Ope­ra­ti­vo e del­la Squa­dra Mobi­le di Paler­mo indi­vi­dua­ro­no Pro­ven­za­no in un caso­la­re in con­tra­da Mon­ta­gna dei Caval­li, a pochi chi­lo­me­tri da Corleone.

La svol­ta arri­vò pedi­nan­do la staf­fet­ta dei pac­chi di bian­che­ria puli­ta invia­ti al Pro­ven­za­no. Gra­zie a tec­no­lo­gie avan­za­te e appo­sta­men­ti nei boschi, gli agen­ti nota­ro­no un brac­cio spor­ge­re dal­la por­ta per riti­ra­re la spe­sa: fu il segna­le dell’irruzione. Pro­ven­za­no, allo­ra set­tan­ta­treen­ne, non oppo­se resi­sten­za. Chie­se sol­tan­to l’occorrente per le inie­zio­ni post-ope­ra­to­rie alla pro­sta­ta.

Nel covo furo­no tro­va­ti ambien­ti spar­ta­ni, bib­bie anno­ta­te, una mac­chi­na da scri­ve­re e nume­ro­si piz­zi­ni pron­ti per la distri­bu­zio­ne: la pro­va con­cre­ta di un siste­ma tan­to sem­pli­ce quan­to efficace.

La mafia che cambia forma 

Dopo le stra­gi del 1992–1993, in cui furo­no ucci­si Gio­van­ni Fal­co­ne e Pao­lo Bor­sel­li­no, Pro­ven­za­no ave­va già impo­sto una svol­ta: meno vio­len­za visi­bi­le, più infil­tra­zio­ne eco­no­mi­ca. La cosid­det­ta stra­te­gia del­la som­mer­sio­ne tra­sfor­mò Cosa nostra in un’organizzazione più silenziosa.

L’arresto del boss ha segna­to il decli­no del pote­re cor­leo­ne­se, ma non la fine del siste­ma mafioso.

Al con­tra­rio, l’organizzazione ha con­ti­nua­to a evol­ver­si, adot­tan­do model­li impren­di­to­ria­li e inte­gran­do­si nei cir­cui­ti lega­li, men­tre la ’ndran­ghe­ta acqui­si­va un ruo­lo sem­pre più cen­tra­le a livel­lo globale.

Resta­no però mol­te ombre. Il caso del medi­co Atti­lio Man­ca e i dub­bi sul­le com­pli­ci­tà che avreb­be­ro pro­tet­to la lati­tan­za del boss cor­leo­ne­se indi­ca­no una veri­tà anco­ra par­zia­le. La cat­tu­ra di Pro­ven­za­no è sta­ta una vit­to­ria del­lo Sta­to, ma non un pun­to fina­le: è, piut­to­sto, il pro­me­mo­ria di quan­to rima­ne anco­ra da chiarire.

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Nicholas Ninno

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