La Vegetariana, una promessa mancata

L’adattamento dell’omonimo romanzo sudcoreano di Han Kang è in scena al Piccolo Teatro Grassi dal 10 al 19 aprile con la regia di Daria Deflorian

La Vegetariana: una promessa mancata

Ogni opera d’arte fa promesse al proprio pubblico, ma l’adattamento teatrale di La Vegetariana non sembra mantenerle. Tra una regia fredda e una narrazione che sfuma nell’onirico, lo spettacolo manca proprio quell’impatto emotivo che il materiale promozionale lasciava presagire.

La pagi­na del­lo spet­ta­co­lo insi­ste sul gesto del­la pro­ta­go­ni­sta, ovve­ro l’abbandono del­la car­ne, come un atto «miste­rio­so, poten­te, irra­zio­na­le e poli­ti­co». Ci si aspet­ta allo­ra un’opera d’impatto, capa­ce di met­te­re dav­ve­ro in sce­na il con­flit­to tra la pro­ta­go­ni­sta e un’umanità da lei per­ce­pi­ta come «vio­len­ta e assas­si­na». Al con­tra­rio, il risul­ta­to è uno spet­ta­co­lo fred­do e cere­bra­le, che non tro­va una suf­fi­cien­te pro­fon­di­tà tema­ti­ca e dram­ma­tur­gi­ca per giu­sti­fi­ca­re que­sta direzione.

La trama

Yeong-hye, moglie di un impie­ga­to che si auto­de­fi­ni­sce medio­cre, deci­de di smet­te­re di man­gia­re car­ne dopo un incu­bo in cui san­gue e ani­ma­li mor­ti rie­mer­go­no insie­me ai trau­mi subi­ti nel cor­so del­la vita. Da quel momen­to, il suo rifiu­to diven­ta un pun­to di attri­to sem­pre più for­te con il mon­do che la cir­con­da. I paren­ti non col­go­no le ragio­ni del suo disa­gio inte­rio­re, con­vin­ti inve­ce di dover sem­pli­ce­men­te «cura­re» le sue insen­sa­te scel­te ali­men­ta­ri. Que­sti ten­ta­ti­vi mal­po­sti cul­mi­na­no duran­te un pran­zo di fami­glia, che segna il pun­to di non ritor­no del decli­no psi­chi­co di Yeong-hye.

I temi

Il tema prin­ci­pa­le del­lo spet­ta­co­lo è il ten­ta­ti­vo dispe­ra­to di sot­trar­si alla vio­len­za uma­na attra­ver­so il pro­prio cor­po. Un ten­ta­ti­vo che sfu­ma il con­fi­ne tra sani­tà e paz­zia e che incon­tra il ridi­co­lo e la resi­sten­za altrui, ali­men­ta­ta dall’impossibilità di capi­re dav­ve­ro l’altro.

Dopo il pran­zo di fami­glia, lo spet­ta­co­lo assu­me una dimen­sio­ne sem­pre più astrat­ta, a trat­ti oni­ri­ca. Que­sta dire­zio­ne com­pli­ca la chia­rez­za del­la nar­ra­zio­ne e quin­di anche del­la com­pren­sio­ne dei temi, che devo­no esse­re dedot­ti a par­ti­re da fram­men­ti di sto­ria con lega­mi cau­sa­li non sem­pre immediati.

I personaggi

La fram­men­ta­zio­ne nar­ra­ti­va si riflet­te ine­vi­ta­bil­men­te sui per­so­nag­gi, che risul­ta­no bidi­men­sio­na­li e sen­za mor­den­te. For­se la scom­mes­sa dram­ma­tur­gi­ca è sta­ta che una carat­te­riz­za­zio­ne più blan­da avreb­be faci­li­ta­to l’immedesimazione del pub­bli­co, ma nei fat­ti ciò non avvie­ne. Il velo oni­ri­co che ren­de opa­ca la sto­ria impe­di­sce anche un appro­fon­di­men­to dei per­so­nag­gi, lascian­do­li come sago­me sfu­ma­te.

L’unica figu­ra che in par­te si sco­sta da que­sti limi­ti è quel­la del­la sorel­la mag­gio­re: il suo affet­to per Yeong-hye ci spin­ge a empa­tiz­za­re con lei e que­sto tra­sci­na, sep­pur par­zial­men­te, l’attenzione del pubblico.

In conclusione

La vege­ta­ria­na, al net­to dell’intento auto­ria­le, non offre spun­ti rifles­si­vi suf­fi­cien­ti per giu­sti­fi­ca­re un approc­cio in cui, anche in momen­ti che dovreb­be­ro esse­re inten­si, le emo­zio­ni riman­go­no spen­te. Una man­can­za anco­ra più evi­den­te quan­do si con­si­de­ra il les­si­co for­te­men­te cari­co sul pia­no emo­ti­vo con cui lo spet­ta­co­lo è sta­to ven­du­to al pubblico.

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Nicolò Bianconi
Scri­vo di tea­tro per ren­de­re più acces­si­bi­li i lin­guag­gi di sce­na, inda­gan­do il rap­por­to tra iden­ti­tà e potere

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