Ogni opera d’arte fa promesse al proprio pubblico, ma l’adattamento teatrale di La Vegetariana non sembra mantenerle. Tra una regia fredda e una narrazione che sfuma nell’onirico, lo spettacolo manca proprio quell’impatto emotivo che il materiale promozionale lasciava presagire.
La pagina dello spettacolo insiste sul gesto della protagonista, ovvero l’abbandono della carne, come un atto «misterioso, potente, irrazionale e politico». Ci si aspetta allora un’opera d’impatto, capace di mettere davvero in scena il conflitto tra la protagonista e un’umanità da lei percepita come «violenta e assassina». Al contrario, il risultato è uno spettacolo freddo e cerebrale, che non trova una sufficiente profondità tematica e drammaturgica per giustificare questa direzione.
La trama
Yeong-hye, moglie di un impiegato che si autodefinisce mediocre, decide di smettere di mangiare carne dopo un incubo in cui sangue e animali morti riemergono insieme ai traumi subiti nel corso della vita. Da quel momento, il suo rifiuto diventa un punto di attrito sempre più forte con il mondo che la circonda. I parenti non colgono le ragioni del suo disagio interiore, convinti invece di dover semplicemente «curare» le sue insensate scelte alimentari. Questi tentativi malposti culminano durante un pranzo di famiglia, che segna il punto di non ritorno del declino psichico di Yeong-hye.
I temi
Il tema principale dello spettacolo è il tentativo disperato di sottrarsi alla violenza umana attraverso il proprio corpo. Un tentativo che sfuma il confine tra sanità e pazzia e che incontra il ridicolo e la resistenza altrui, alimentata dall’impossibilità di capire davvero l’altro.
Dopo il pranzo di famiglia, lo spettacolo assume una dimensione sempre più astratta, a tratti onirica. Questa direzione complica la chiarezza della narrazione e quindi anche della comprensione dei temi, che devono essere dedotti a partire da frammenti di storia con legami causali non sempre immediati.
I personaggi
La frammentazione narrativa si riflette inevitabilmente sui personaggi, che risultano bidimensionali e senza mordente. Forse la scommessa drammaturgica è stata che una caratterizzazione più blanda avrebbe facilitato l’immedesimazione del pubblico, ma nei fatti ciò non avviene. Il velo onirico che rende opaca la storia impedisce anche un approfondimento dei personaggi, lasciandoli come sagome sfumate.
L’unica figura che in parte si scosta da questi limiti è quella della sorella maggiore: il suo affetto per Yeong-hye ci spinge a empatizzare con lei e questo trascina, seppur parzialmente, l’attenzione del pubblico.
In conclusione
La vegetariana, al netto dell’intento autoriale, non offre spunti riflessivi sufficienti per giustificare un approccio in cui, anche in momenti che dovrebbero essere intensi, le emozioni rimangono spente. Una mancanza ancora più evidente quando si considera il lessico fortemente carico sul piano emotivo con cui lo spettacolo è stato venduto al pubblico.

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