Appena varcata la soglia della sala, ti investe un caldo di fine estate, mentre un paio di cuffie ti attendono al tuo posto. Le indossi e da lì a poco entra in scena Leonardo Manzan, attore, coautore e regista dello spettacolo. Difficile non notarlo: è completamente nudo.
Manzan è un giovane autore già noto alla critica nazionale per aver vinto due volte la Biennale del Teatro di Venezia, con spettacoli in cui si è scagliato contro il panorama teatrale contemporaneo. Nella nuova pièce, quella polemica si concentra sulla figura dell’artista di oggi.
Per tutta la durata dello spettacolo Manzan resta su un piedistallo, senza mai dire una parola. O meglio, è lui stesso a narrare quasi tutto, ma lo fa attraverso le cuffie, che ci portano nel suo flusso di coscienza. Ne emerge uno spiccato egocentrismo, esibito come naturale conseguenza dei suoi successi. Successi che dovrebbero spingerci non solo ad ammirarlo, ma quasi a venerarlo. Insieme a lui, una guida museale, interpretata da Roberta Ricciardi, rafforza questa immagine. Con un puntatore laser ne indica il corpo nudo, trattandolo come un pezzo da museo.
Ecce homo
Come suggerisce lo spettacolo, un tempo era l’opera a giustificare il piedistallo, mentre l’artista era tale per averla prodotta. Oggi l’ordine sembra essersi invertito: è il piedistallo a determinare la natura artistica di un manufatto, mentre la firma dell’artista basta a fare di un oggetto un’opera d’arte. È la logica che sta dietro a provocazioni ormai canoniche, come Merda d’artista di Manzoni e Fontana di Duchamp.
Manzan spinge il discorso oltre: non si limita a mostrare la sacralizzazione dell’artista, ma ne denuncia anche il rovescio, cioè la perdita di autorevolezza del suo ruolo sociale. Oggi, secondo Manzan, molti artisti sentono il bisogno di scusarsi, di ridurre la distanza tra sé e il pubblico. Da qui le confessioni, spesso non richieste, di chi minimizza il proprio talento o attribuisce tutto alla fortuna.
Per Manzan, se un artista pensa davvero così, e non lo dice solo per darsi un tono, allora dovrebbe cambiare mestiere. Chi sale su un palco compie un gesto di superiorità, affermando, anche implicitamente, di avere qualcosa in più del pubblico che lo guarda.
Ecce artista
Nel finale la critica di Manzan si fa ancora più aspra e porta fino in fondo la degradazione della figura dell’artista. Con voce squillante, la guida apre un’asta rivolta agli spettatori: in palio ci sono un autografo di Manzan, un contratto attoriale con lui, una cena e perfino una notte di piacere. Del resto, se è l’artista a dare valore all’opera, allora ogni sua traccia diventa merce, perfino il suo corpo.

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