Oltre un secolo di Lacan

Perché la psicoanalisi lacaniana continua a interrogarci ancora oggi

In data 13 aprile si celebra l’anniversario della nascita di uno dei pensatori più influenti e controversi della psicoanalisi del Novecento: Jacques Lacan, nato nel 1901 a Parigi. I concetti della sua teoria psicoanalitica continuano ancora oggi a riguardarci e ad affascinarci, mantenendo una sorprendente attualità anche a più di un secolo di distanza. 

Chi era Jacques Lacan (e perché ci riguarda ancora)

A più di un seco­lo dal­la sua nasci­ta, Jac­ques Lacan con­ti­nua a occu­pa­re una posi­zio­ne cen­tra­le per chiun­que voglia inter­ro­gar­si in modo non super­fi­cia­le su cosa signi­fi­chi esse­re sog­get­ti. Psi­coa­na­li­sta fran­ce­se, al tem­po stes­so ere­de e cri­ti­co di Sig­mund Freud, Lacan ha ope­ra­to una vera e pro­pria rifon­da­zio­ne del­la psi­coa­na­lisi, ripor­tan­do­la al cen­tro di un dibat­ti­to che non è sol­tan­to cli­ni­co, ma anche filo­so­fi­co, lin­gui­sti­co e più ampia­men­te cul­tu­ra­le. 

Se ha sen­so par­lar­ne oggi è pro­prio per­ché, in un’epoca che si pre­ten­de tra­spa­ren­te e imme­dia­ta­men­te acces­si­bi­le a sé stes­sa — un’epoca che esal­ta auten­ti­ci­tà, spon­ta­nei­tà e auto-nar­ra­zio­ne — Lacan intro­du­ce una frat­tu­ra radi­ca­le, ricor­dan­do­ci qual­co­sa di pro­fon­da­men­te sco­mo­do: il sog­get­to non coin­ci­de con ciò che cre­de di esse­re, né può dir­si padro­ne di sé. 

L’inconscio è strutturato come un linguaggio 

Uno dei con­tri­bu­ti più noti di Lacan con­si­ste nel­la sua rilet­tu­ra dell’inconscio freu­dia­no, che vie­ne sot­trat­to a una con­ce­zio­ne pura­men­te con­te­nu­ti­sti­ca per esse­re inve­ce pen­sa­to come una strut­tu­ra. Se, infat­ti, per Sig­mund Freud l’inconscio è il luo­go del rimos­so, per Lacan esso si orga­niz­za secon­do una logi­ca pre­ci­sa, ana­lo­ga a quel­la del lin­guag­gio. 

Ciò impli­ca che i nostri desi­de­ri, i nostri sin­to­mi e per­fi­no i lap­sus non sia­no affat­to acci­den­ta­li o arbi­tra­ri, ben­sì rispon­da­no a mec­ca­ni­smi simi­li a quel­li che rego­la­no la pro­du­zio­ne lin­gui­sti­ca, qua­li la meta­fo­ra, la meto­ni­mia e gli slit­ta­men­ti di signi­fi­ca­to. In que­sta pro­spet­ti­va, non sia­mo sem­pli­ce­men­te sog­get­ti che par­la­no, ma, più radi­cal­men­te, sog­get­ti par­la­ti dal lin­guag­gio, attra­ver­sa­ti da cate­ne di signi­fi­can­ti che ci pre­ce­do­no e ci ecce­do­no. 

Ne deri­va una con­se­guen­za deci­si­va: il sog­get­to non è un cen­tro auto­no­mo e tra­spa­ren­te, ben­sì l’effetto di un intrec­cio sim­bo­li­co che lo costi­tui­sce sen­za mai esau­rir­si in esso. 

Lo stadio dello specchio: nascere come immagine

Un altro sno­do teo­ri­co fon­da­men­ta­le del pen­sie­ro laca­nia­no è rap­pre­sen­ta­to dal cosid­det­to sta­dio del­lo spec­chio. Secon­do Lacan, tra i sei e i diciot­to mesi, il bam­bi­no si rico­no­sce per la pri­ma vol­ta nel­la pro­pria imma­gi­ne rifles­sa; tut­ta­via, ciò che potreb­be appa­ri­re come un momen­to bana­le o mera­men­te evo­lu­ti­vo si rive­la, a uno sguar­do più atten­to, pro­fon­da­men­te fon­da­ti­vo. 

In quell’istante, infat­ti, il bam­bi­no si iden­ti­fi­ca con un’immagine di sé uni­ta­ria, coe­ren­te e com­piu­ta, la qua­le, però, è ester­na rispet­to alla sua espe­rien­za cor­po­rea anco­ra fram­men­ta­ta. L’io nasce dun­que come una costru­zio­ne imma­gi­na­ria, una sor­ta di fin­zio­ne neces­sa­ria che con­sen­te al sog­get­to di dar­si una for­ma. 

Da qui si ori­gi­na una ten­sio­ne desti­na­ta a non risol­ver­si: per tut­ta la vita, il sog­get­to ten­te­rà di coin­ci­de­re con quell’immagine di com­ple­tez­za, sen­za tut­ta­via riu­scir­vi mai pie­na­men­te, rima­nen­do strut­tu­ral­men­te scis­so tra ciò che è e ciò che si rap­pre­sen­ta di esse­re. 

Il desiderio: ciò che resta, ciò che manca

Se vi è un con­cet­to capa­ce di con­den­sa­re l’intero impian­to teo­ri­co laca­nia­no, que­sto è sen­za dub­bio quel­lo di desi­de­rio. Tut­ta­via, il desi­de­rio, in Lacan, non può esse­re ridot­to né al biso­gno né alla sem­pli­ce aspi­ra­zio­ne ver­so un ogget­to deter­mi­na­to. 

Esso si con­fi­gu­ra, piut­to­sto, come desi­de­rio dell’Altro: desi­de­ria­mo esse­re rico­no­sciu­ti, esse­re visti, esse­re desi­de­ra­ti all’interno del­lo sguar­do altrui. Ma, al tem­po stes­so, il desi­de­rio è intrin­se­ca­men­te lega­to alla man­can­za, che non costi­tui­sce un difet­to con­tin­gen­te, ben­sì una strut­tu­ra. 

Non desi­de­ria­mo ciò che pos­se­dia­mo, ben­sì ciò che ci sfug­ge, e ciò che ci sfug­ge, pro­prio in quan­to tale, non può mai esse­re defi­ni­ti­va­men­te col­ma­to. È per que­sto che ogni sod­di­sfa­zio­ne si rive­la ine­vi­ta­bil­men­te par­zia­le e ogni appa­ga­men­to tem­po­ra­neo: il desi­de­rio si spo­sta, si dislo­ca, si rifor­mu­la inces­san­te­men­te, man­can­do sem­pre il pro­prio ogget­to e, pro­prio in que­sta man­can­za, con­ti­nuan­do a esi­ste­re. 

Reale, simbolico, immaginario: le tre dimensioni dell’esperienza

Per arti­co­la­re la com­ples­si­tà dell’esperienza psi­chi­ca, Lacan intro­du­ce la distin­zio­ne tra tre regi­stri fon­da­men­ta­li: l’Immaginario, il Sim­bo­li­co e il Rea­le. Il pri­mo riguar­da il domi­nio del­le imma­gi­ni, del­le iden­ti­fi­ca­zio­ni e del­la costru­zio­ne dell’io; il secon­do cor­ri­spon­de al cam­po del lin­guag­gio, del­le leg­gi e del­le strut­tu­re che orga­niz­za­no il vive­re socia­le; il ter­zo, infi­ne, desi­gna ciò che sfug­ge a ogni ten­ta­ti­vo di sim­bo­liz­za­zio­ne. 

Il Rea­le, in par­ti­co­la­re, non coin­ci­de con la real­tà empi­ri­ca, ben­sì con ciò che resi­ste al lin­guag­gio, con ciò che non può esse­re pie­na­men­te det­to né inte­gra­to nel discor­so. Esso si mani­fe­sta come un ritor­no insi­sten­te, spes­so trau­ma­ti­co, come un pun­to di impos­si­bi­li­tà che segna il limi­te stes­so del sim­bo­li­co. 

È pre­ci­sa­men­te in que­sto pun­to di frat­tu­ra — lad­do­ve il lin­guag­gio fal­li­sce — che il sog­get­to si con­fron­ta con ciò che non può domi­na­re né assi­mi­la­re, incon­tran­do il nucleo più per­tur­ban­te del­la pro­pria espe­rien­za. 

L’etica della psicoanalisi: non cedere sul proprio desiderio

Tra le for­mu­la­zio­ni più inci­si­ve di Lacan si col­lo­ca quel­la rela­ti­va all’etica del­la psi­coa­na­li­si, con­den­sa­ta nell’imperativo: «non cede­re sul pro­prio desi­de­rio» . Tale affer­ma­zio­ne, lun­gi dal costi­tui­re un invi­to all’edonismo o alla sod­di­sfa­zio­ne imme­dia­ta degli impul­si, indi­ca piut­to­sto la neces­si­tà di non tra­di­re ciò che, in cia­scun sog­get­to, si pre­sen­ta come irri­du­ci­bi­le e sin­go­la­re. 

Si trat­ta, in altri ter­mi­ni, di soste­ne­re il pro­prio desi­de­rio anche quan­do esso risul­ta sco­mo­do, opa­co o dif­fi­cil­men­te dici­bi­le, sen­za ridur­lo alle esi­gen­ze di adat­ta­men­to o alle aspet­ta­ti­ve socia­li. In un con­te­sto cul­tu­ra­le che ten­de costan­te­men­te a nor­ma­liz­za­re, omo­lo­ga­re e ren­de­re fun­zio­na­li i sog­get­ti, que­sta posi­zio­ne assu­me un carat­te­re pro­fon­da­men­te con­tro­cor­ren­te. 

Con­di­vi­di:
Alexia Ioana Branzea
Un’a­ni­ma in tem­pe­sta, vado erran­do tra gli stu­di uma­ni­sti­co-lin­gui­sti­ci, le arti mar­zia­li e le escur­sio­ni in mon­ta­gna. In par­ti­co­la­re, amo dilet­tar­mi nel­la com­po­si­zio­ne di pro­se e poe­sie in diver­se lin­gue ed opi­na­re sul­le tema­ti­che che più mi stan­no a cuore.

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