Passato il referendum, i problemi della giustizia rimangono

Come la riforma del Governo Meloni ha dimenticato i problemi reali dei tribunali.

L’esito del referendum ha avuto grandi conseguenze politiche, ma i problemi cronici della giustizia sono ancora tutti qui.

A un mese dal refe­ren­dum costi­tu­zio­na­le, e dopo una pri­ma fase di asse­sta­men­to del gover­no, è pos­si­bi­le fare alcu­ne con­si­de­ra­zio­ni sul­lo sta­to attuale.

Anzi­tut­to, il refe­ren­dum costi­tu­zio­na­le ave­va per ogget­to una rifor­ma gene­ra­le del­la magi­stra­tu­ra e, in par­ti­co­la­re, del suo orga­no di gover­no: il Con­si­glio supe­rio­re del­la magi­stra­tu­ra (CSM).

Le novi­tà del­la rifor­ma era­no essen­zial­men­te tre: la divi­sio­ne del CSM in uno per i giu­di­ci e uno per i PM, l’istituzione di un’Alta Cor­te disci­pli­na­re per accer­ta­re gli ille­ci­ti disci­pli­na­ri dei magi­stra­ti e la scel­ta del sor­teg­gio come meto­do di sele­zio­ne dei com­po­nen­ti dei due organi.

Conseguenze sul governo

La rifor­ma è sta­ta respin­ta e que­sto ha avu­to con­se­guen­ze sul gover­no Melo­ni. Seb­be­ne la Pre­si­den­te del Con­si­glio non si sia espo­sta ecces­si­va­men­te, memo­re di quan­to acca­du­to a Mat­teo Ren­zi die­ci anni fa, il suo gover­no è usci­to piut­to­sto inde­bo­li­to anche per l’alta par­te­ci­pa­zio­ne al voto.

Si sono dimes­si il sot­to­se­gre­ta­rio alla Giu­sti­zia Andrea Del­ma­stro, la capa di gabi­net­to del Mini­ste­ro del­la Giu­sti­zia Giu­si Bar­to­loz­zi e, dopo una stre­nua resi­sten­za, anche la mini­stra del Turi­smo Danie­la San­tan­chè.

La recen­te cri­si in Medio Orien­te e la nota volu­bi­li­tà del Pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti Donald Trump han­no fini­to per assor­bi­re qua­si tut­ta l’attenzione media­ti­ca suc­ces­si­va al referendum.

La lentezza dei processi

Tut­ta­via, i pro­ble­mi del­la giu­sti­zia sem­bra­no desti­na­ti a dura­re a lungo.

L’analisi non può che par­ti­re dal­la giu­sti­zia pena­le, pro­ta­go­ni­sta — a livel­lo media­ti­co — di que­sto refe­ren­dum. Tra i set­to­ri del­la magi­stra­tu­ra ordi­na­ria (pena­le, civi­le e mino­ri­le), è sicu­ra­men­te quel­lo che pre­sen­ta il miglior sta­to di salute.

Il gran­de pro­ble­ma del­la giu­sti­zia ita­lia­na è la sua len­tez­za e, in que­sto, la giu­sti­zia pena­le dà i segna­li migliori.

Nel 2019 il dispo­si­tion time (DT) per tut­ti i gra­di di giu­di­zio era di cir­ca 1.399 gior­ni (3 anni e 9 mesi). Nel pri­mo seme­stre del 2025 il tota­le era sce­so a cir­ca 2 anni e 4 mesi (866 gior­ni), con una dimi­nu­zio­ne del 38%. Resta però il fat­to che la media UE, pari a 1 anno e 3 mesi, rima­ne anco­ra piut­to­sto lontana.

Per quan­to riguar­da la giu­sti­zia civi­le, inve­ce, il DT è meno ras­si­cu­ran­te: si par­ti­va dal dato mon­stre di oltre 8 anni nel 2019, per giun­ge­re, secon­do dati del 2023, a 6 anni e 1 mese — il dato peg­gio­re di tut­ta l’Unione Euro­pea (in cui la media è 2 anni e 2 mesi).

La critica condizione nelle carceri

Va inol­tre fat­ta una bre­ve pano­ra­mi­ca sul­le dram­ma­ti­che con­di­zio­ni del car­ce­re in Ita­lia. Nel 2013, con la cele­bre sen­ten­za Tor­reg­gia­ni, la Cor­te Euro­pea dei Dirit­ti dell’Uomo ha con­dan­na­to l’Italia per aver le con­di­zio­ni disu­ma­ne del­le pro­prie carceri.

Nel 2025, secon­do dati dell’Asso­cia­zio­ne Anti­go­ne, il tas­so di sovraf­fol­la­men­to rea­le (cioè quel­lo che tie­ne con­to dei posti let­to effet­ti­va­men­te dispo­ni­bi­li) ha rag­giun­to il 138%.
Ma non è solo il sovraf­fol­la­men­to il pro­ble­ma: le strut­tu­re sono spes­so fati­scen­ti e pre­sen­ta­no pro­ble­mi di dram­ma­ti­ca quo­ti­dia­ni­tà. In un car­ce­re su die­ci il riscal­da­men­to non sem­pre fun­zio­na, nel 45% del­le car­ce­ri ci sono pro­ble­mi con l’acqua cal­da e nell’8,5% non ci sono spa­zi per la socia­li­tà dei detenuti.

Que­sto ha dram­ma­ti­che con­se­guen­ze sul­la salu­te psi­chi­ca dei dete­nu­ti: ogni 100 dete­nu­ti si regi­stra­no 16 atti di auto­le­sio­ni­smo e qua­si 3 ten­ta­ti­vi di suicidio.
Pri­va­ti di dirit­ti basi­la­ri e fon­da­men­ta­li, il disa­gio dei dete­nu­ti è affron­ta­to con un ampio ricor­so all’iso­la­men­to disci­pli­na­re (16 iso­la­men­ti per 100 dete­nu­ti), e con un este­so uso di psi­co­far­ma­ci (il 44% dei dete­nu­ti usa ipno­ti­ci o sedativi).

Anche la giu­sti­zia mino­ri­le, solo qual­che anno fa un esem­pio vir­tuo­so, è in evi­den­te cri­si. Con il fami­ge­ra­to decre­to Cai­va­no, infat­ti, il gover­no Melo­ni ha scel­to la stra­da del­la repres­sio­ne, aumen­tan­do dra­sti­ca­men­te i mino­ri dete­nu­ti e il nume­ro di pro­ce­di­men­ti davan­ti al Tri­bu­na­le per i minorenni.

Le carenze di organico

Lo sta­to, impie­to­so, del­la giu­sti­zia è dovu­to anche al fat­to che l’Italia ha, in media, meno del­la metà dei giu­di­ci rispet­to alla media UE (12,1 per 100.000 abi­tan­ti con­tro 25) e gra­vi caren­ze di per­so­na­le ausi­lia­rio (can­cel­lie­ri, segre­ta­ri e per­so­na­le ammi­ni­stra­ti­vo), che sup­por­ta l’attività di giu­di­ci e PM, che sono cir­ca un quar­to in meno rispet­to alla media euro­pea. Per­si­sto­no inol­tre nume­ro­se vacan­ze di orga­ni­co sia tra il per­so­na­le toga­to sia tra quel­lo amministrativo.

Una riforma al vertice con problemi alla base

Insom­ma, è vero che Gior­gia Melo­ni non ha volu­to ripe­te­re l’errore di Mat­teo Ren­zi nel­la gestio­ne del­la cam­pa­gna. Ha rifug­gi­to la per­so­na­liz­za­zio­ne, riba­den­do in più occa­sio­ni che si trat­ta­va di un voto nel meri­to del­la rifor­ma e non sul gover­no, cer­can­do di nascon­de­re il fat­to che la rifor­ma sia arri­va­ta al voto degli elet­to­ri esat­ta­men­te come era usci­ta dal Con­si­glio dei mini­stri, con la mag­gio­ran­za di gover­no che ha evi­ta­to qual­sia­si con­tri­bu­to dei par­la­men­ta­ri, tan­to di mag­gio­ran­za quan­to di oppo­si­zio­ne, attra­ver­so la pre­sen­ta­zio­ne di emendamenti.

Non sem­bra però che sia sta­to col­to l’altro erro­re che fece Ren­zi con la sua rifor­ma: l’astrat­ti­smo. I pro­ble­mi del­la giu­sti­zia, più che nell’organo di gestio­ne del­la magi­stra­tu­ra o nei suoi cri­te­ri di ele­zio­ne, sono da ricer­ca­re nel­le più con­cre­te que­stio­ni quo­ti­dia­ne: nell’instaurazione di trop­pe cau­se di scar­sa uti­li­tà, nel­la crea­zio­ne di trop­pe figu­re di rea­to e nell’aver deci­so che l’unica moda­li­tà di espia­zio­ne del­la pena sia un car­ce­re fuo­ri da ogni nor­ma, la cui fina­li­tà non sia la rie­du­ca­zio­ne ma la dura e sem­pli­ce punizione.

 

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Matteo Dodero

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