Speciale 25 aprile: fra storia e memoria

Come ogni anno, la redazione di Vulcano Statale dedica articoli e prospettive sulla Giornata che fondò l’Italia.

Il mito culturale del Secondo Risorgimento — Carmine Catacchio

Nel­la sce­na fina­le di Roma cit­tà aper­ta, don Pie­tro, il pre­te par­ti­gia­no pro­ta­go­ni­sta, vie­ne con­dan­na­to alla fuci­la­zio­ne, ma, pro­prio nel momen­to cul­mi­ne del film, i sol­da­ti ita­lia­ni spa­ra­no a ter­ra per non ucci­de­re il sacer­do­te, rifiu­tan­do­si di ese­gui­re l’ordine. Segue un momen­to di rab­bia e incre­du­li­tà del gerar­ca tede­sco che con la sua pisto­la spa­ra in testa al prete.

È impor­tan­te però ricor­da­re una cosa: Roma cit­tà aper­ta non è pura fic­tion e que­sta sce­na è ispi­ra­ta dal­la Sto­ria. Don Pie­tro si chia­ma­va in real­tà don Moro­si­ni, 10 sol­da­ti del plo­to­ne (su 12) spa­ra­ro­no in aria e fu fini­to da un uffi­cia­le ita­lia­no. Il Mini­ste­ro del­l’In­ter­no vol­le infat­ti che l’esecuzione fina­le del film venis­se taglia­ta per pau­ra che le divi­se ita­lia­ne dei sol­da­ti sti­mo­las­se­ro osti­li­tà ver­so la Poli­zia. Ros­sel­li­ni, non poten­do rinun­cia­re al momen­to clou del film, sciol­se que­sto nodo dan­do la respon­sa­bi­li­tà di tut­to al vil­lain tedesco.

In quel perio­do (il film è del ’45, la Guer­ra non era anco­ra fini­ta) sta­va infat­ti aven­do suc­ces­so il rac­con­to del­la Resi­sten­za come Secon­do Risor­gi­men­to: la Libe­ra­zio­ne non sareb­be sta­ta tan­to una libe­ra­zio­ne dal nazi­fa­sci­smo, quan­to dal­lo stra­nie­ro, che avreb­be “obbli­ga­to” i fasci­sti ita­lia­ni alle cose più cruen­te del periodo.

Dopo­tut­to, vive­re in uno Sta­to post­fa­sci­sta signi­fi­ca­va anche, in qual­che modo, con­vi­ve­re con i relit­ti e l’eredità del fasci­smo: riu­sci­re a coe­si­ste­re con chi, fino all’altro ieri, indos­sa­va la cami­cia nera. E come si distin­gue chi cre­de­va real­men­te in quell’ideale da chi inve­ce, per bana­liz­za­zio­ne del male, ave­va nor­ma­liz­za­to e inte­rio­riz­za­to quel sistema?

Far­lo non è un com­pi­to sem­pli­ce e ciò ha por­ta­to in pas­sa­to anche a solu­zio­ni discu­ti­bi­li: l’Amnistia Togliat­ti è sta­ta sen­za dub­bio una del­le più note, ma anche la man­can­za di un pro­ces­so allo scon­fit­to: una Norim­ber­ga ita­lia­na.

Dare la respon­sa­bi­li­tà del­la Guer­ra ai tede­schi por­ta, infat­ti, alla sva­lu­ta­zio­ne dell’Italia fasci­sta come pre­sen­za poli­ti­ca, carat­te­riz­za­ta sì dal biso­gno di soste­gno di poten­ze mag­gio­ri, come la Ger­ma­nia, ma anche da idea­li e pre­ce­den­ti che non dipen­de­va­no esclu­si­va­men­te dal III Reich. Si pre­fe­ri­sce dere­spon­sa­bi­liz­za­re un’Italia debo­le e inge­nua per cari­ca­re di respon­sa­bi­li­tà l’orco nazi­sta, pro­prio come fat­to da Ros­sel­li­ni nel ’45: il sol­da­to tede­sco è un auto­ma dagli «aspet­ti mec­ca­ni­ci disu­ma­ni» che ese­gue acri­ti­ca­men­te gli ordi­ni di un supe­rio­re sadi­co. Nel frat­tem­po però, il para­oc­chi copre tut­to l’operato dei repubblichini.

Que­sto avvie­ne anche nel rac­con­to di even­ti sto­ri­ci ante ’43, dove vie­ne tra­man­da­ta la figu­ra di un’Italia spro­na­ta “con­tro­vo­glia” all’al­lean­za con Hitler: in Coman­dan­te (2023), per esem­pio, il pro­ta­go­ni­sta Toda­ro dice di saper par­la­re «il tede­sco, ma per neces­si­tà». Dopo­tut­to, secon­do que­sta visio­ne del­la Sto­ria, se non fos­se sta­to per quei cat­ti­vo­ni dei nazi­sti, l’Italia mus­so­li­nia­na non avreb­be mai fat­to nien­te di male.


Un’università libera e antifascista – Giorgia Marasco

Nell’Archivio Sto­ri­co dell’Università degli Stu­di di Mila­no sono con­ser­va­te le testi­mo­nian­ze del­la Resi­sten­za del con­te­sto uni­ver­si­ta­rio cit­ta­di­no. Si trat­ta soprat­tut­to di testi clan­de­sti­ni, redat­ti da stu­den­ti e pro­fes­so­ri, che, alle soglie del­la vit­to­ria par­ti­gia­na, pro­va­no a pen­sa­re alla costru­zio­ne del­la nuo­va uni­ver­si­tà, demo­cra­ti­ca e libe­ra dal­la pro­pa­gan­da fascista.

Sul gior­na­le clan­de­sti­no stu­den­te­sco «Scuo­la Rivo­lu­zio­na­ria» l’articolo del 5 feb­bra­io del 1945, a pochi mesi dal­la Libe­ra­zio­ne ita­lia­na, pre­pa­ra l’insurrezione. Le paro­le di stu­den­ti e stu­den­tes­se impres­sio­na­no: non sono astrat­te, né gri­da­te al ven­to. Sono le paro­le con­sa­pe­vo­li di chi ha vis­su­to il «sof­fo­ca­men­to d’ogni libe­ro pen­sie­ro e d’ogni affer­ma­zio­ne di digni­tà uma­na e di giu­sti­zia» e sa di che cosa sta parlando.

Si invo­ca un mon­do più giu­sto e più libe­ro, in vir­tù del­la civil­tà. Si usa­no quei ter­mi­ni che ai nostri occhi, nel­le nostre boc­che, spes­so rischia­no di risul­ta­re astrat­ti. Qui, inve­ce, assu­mo­no den­si­tà e poten­za diver­se. Sono pen­sie­ri luci­di, eppu­re intran­si­gen­ti: «Colo­ro che pat­teg­gia­no con il fasci­smo sono da con­si­de­rar­si la più bas­sa espres­sio­ne di quell’incoscienza civi­le che ha con­dot­to alla rovi­na il popo­lo ita­lia­no». Come que­sta luci­di­tà si è tra­sfor­ma­ta nel­la – nean­che tan­to – nuo­va indul­gen­za nei con­fron­ti di un regi­me che non può esse­re giustificato?

Col­pi­sce anche il Pro­gram­ma di epu­ra­zio­ne del­le Uni­ver­si­tà dal fasci­smo, pub­bli­ca­to il 23 apri­le dal Comi­ta­to Libe­ra­zio­ne Nazio­na­le Pro­fes­so­ri e Assi­sten­ti Uni­ver­si­ta­ri, cui appar­ten­go­no pro­fes­so­ri di Sta­ta­le, Cat­to­li­ca, Boc­co­ni e Poli­tec­ni­co. Nel testo si pro­fi­la il vol­to del­la nuo­va Uni­ver­si­tà ita­lia­na anti­fa­sci­sta e ne si auspi­ca l’estromissione di tut­ti colo­ro che han­no soste­nu­to il regi­me, le sue per­se­cu­zio­ni raz­zia­li e poli­ti­che, la sua guer­ra a fini espan­sio­ni­sti­ci e le sue atti­vi­tà criminose.

Si impo­ne, poi, la fine dell’insegnamento di mate­rie come Bio­lo­gia del­le raz­ze uma­ne e Demo­gra­fia com­pa­ra­ta del­le raz­ze e la rein­te­gra­zio­ne di tut­ti i pro­fes­so­ri che, dis­si­den­ti poli­ti­ci, era­no sta­ti costret­ti alla fuga. Nel Mani­fe­sto del PAU, pub­bli­ca­to il 26 apri­le e affis­so in tut­ti gli albi degli Isti­tu­ti Uni­ver­si­ta­ri di Mila­no, si ricor­da che «solo dove la liber­tà è garan­ti­ta da giu­sti­zia socia­le e dal pro­gres­so demo­cra­ti­co pos­so­no fio­ri­re gli stu­di ed esse­re fecon­di per la civil­tà».

Ciò che que­ste paro­le, e con esse la Sto­ria, lascia­no è la respon­sa­bi­li­tà di pre­ser­va­re con la stes­sa tena­cia e tra­spa­ren­za di allo­ra liber­tà, civil­tà, giu­sti­zia e vera demo­cra­zia, affin­ché non diven­ti­no mai solo paro­le astratte.


L’altro 25 aprile – Michele Cacciapuoti

Un anno fa, Vul­ca­no ha par­la­to anche del­l’im­por­tan­za del 25 apri­le dopo il 25 apri­le 1945, come ricor­ren­za nel­la memoria.

Il gior­no del­la Libe­ra­zio­ne è effet­ti­va­men­te assur­to a sim­bo­lo poli­ti­co, a trat­ti uni­ta­rio e divi­si­vo: da un lato cari­can­do­si di sovra­sen­si, dal­l’al­tro per­den­do paral­le­la­men­te un radi­ca­men­to esclu­si­va­men­te sto­ri­co. Sta cioè qua­si dive­nen­do un nome comu­ne, “un ven­ti­cin­que apri­le” come già esi­sto­no “un qua­ran­tot­to”, “una capo­ret­to”, “una norim­ber­ga”, “un ambaradan”.

Que­sto signi­fi­ca ren­der­lo una pie­tra di para­go­ne: sen­za sci­vo­la­re nel­l’e­qui­pa­ra­zio­ne, il para­go­ne è sem­pre legit­ti­mo, a meno che non si trat­ti di due ele­men­ti incom­men­su­ra­bi­li. Eppu­re quan­do si par­la di fasci­smo si incor­re nel­la dia­tri­ba ormai decen­na­le (anzi, si potreb­be dire seco­la­re, giac­ché fu affron­ta­ta già dai fasci­sti stes­si) sul­la defi­ni­zio­ne di fasci­smo, se pos­sa appli­car­si anche a regi­mi non ita­lia­ni, e a perio­di diver­si dal ventennio.

In que­sto sen­so, par­ti­co­la­re è il caso del Por­to­gal­lo, pri­ma di tut­to per i para­go­ni con il fasci­smo ita­lia­no: pra­ti­ca­men­te un seco­lo esat­to fa, nel mag­gio del 1926, un gol­pe mili­ta­re por­ta­va al gover­no la Dita­du­ra Nacio­nal, poco dopo l’av­ven­to di Mus­so­li­ni in Ita­lia e di Pri­mo de Rive­ra in Spa­gna; negli anni ’30, Antó­nio de Oli­vei­ra Sala­zar isti­tui­va l’Esta­do Novo, men­tre in Spa­gna la guer­ra civi­le sareb­be sta­ta vin­ta dal “gene­ra­lis­si­mo” Franco.

Qui le stra­de si divi­se­ro: Mus­so­li­ni si avvi­ci­nò a una voca­zio­ne par­zial­men­te tota­li­ta­ria, che mol­ti distin­se­ro dal “mero” auto­ri­ta­ri­smo mili­ta­re di Sala­zar e Fran­co; coin­vol­to nel­la Secon­da Guer­ra Mon­dia­le, il fasci­smo ita­lia­no dovet­te soc­com­be­re, a dif­fe­ren­za di quel­li ibe­ri­ci, uffi­cial­men­te neu­tra­li (ma per lo sto­ri­co Adrian Lyt­tel­ton si trat­ta di due esi­ti del­lo stes­so regime).

Men­tre in Spa­gna Fran­co, mala­to, si riti­ra­va (alla sua mor­te nel ’75 sareb­be segui­ta una dif­fi­ci­le tran­si­zio­ne demo­cra­ti­ca dura­ta anni), Sala­zar era già fini­to in coma nel ’68, venen­do sosti­tui­to dal pro­fes­sor Cae­ta­no; il 25 apri­le del ’74, però, l’E­sta­do Novo cadde.

Fra gli enzi­mi vi furo­no le guer­re di deco­lo­niz­za­zio­ne e la tran­si­zio­ne demo­cra­ti­ca fu più velo­ce, por­tan­do come in Spa­gna a una vit­to­ria socia­li­sta. Se il nome dei moti popo­la­ri (Rivo­lu­zio­ne dei Garo­fa­ni) richia­ma suc­ces­si­ve rivo­lu­zio­ni, come quel­la di Vel­lu­to ceco­slo­vac­ca (sem­pre incruen­ta) e quel­le colo­ra­te o flo­rea­li del­l’ex-Pat­to di Var­sa­via, può desta­re sor­pre­sa la scar­si­tà di para­go­ni con il nostro 25 apri­le, nel­la stam­pa ita­lia­na di allora.

La rispo­sta sta nei tito­li de La Stam­pa: «Col­po di Sta­to nel Por­to­gal­lo. Cae­ta­no depo­sto dai mili­ta­ri». La rivo­lu­zio­ne par­tì, infat­ti, da un altro gol­pe, in segui­to all’in­sod­di­sfa­zio­ne del gene­ra­le Spí­no­la («Un eroe stan­co di fare la guer­ra»): i para­go­ni con l’I­ta­lia c’e­ra­no («Fine di un fasci­smo»), ma – nono­stan­te una pre­co­ce «voglia di par­ti­ti» – sem­bra­va­no richia­ma­re più la cri­si inter­na che nel 1943 fece cade­re Mus­so­li­ni, con una tran­si­zio­ne ini­zial­men­te apar­ti­ti­ca. Più che un 25 apri­le, un 25 luglio.

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Carmine Catacchio
Fac­cio let­te­re, mi piac­cio­no le interviste.
Giorgia Marasco
Sono una stu­den­tes­sa del­la facol­tà di Filo­so­fia e lavo­ra­tri­ce nel mon­do del tea­tro. Mi inte­res­so soprat­tut­to di geo­po­li­ti­ca e attua­li­tà, scien­ze socia­li e pra­ti­che di cit­ta­di­nan­za atti­va, inte­gra­zio­ne e media­zio­ne cul­tu­ra­le, tea­tro e letteratura.
Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.

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