Il mito culturale del Secondo Risorgimento — Carmine Catacchio
Nella scena finale di Roma città aperta, don Pietro, il prete partigiano protagonista, viene condannato alla fucilazione, ma, proprio nel momento culmine del film, i soldati italiani sparano a terra per non uccidere il sacerdote, rifiutandosi di eseguire l’ordine. Segue un momento di rabbia e incredulità del gerarca tedesco che con la sua pistola spara in testa al prete.
È importante però ricordare una cosa: Roma città aperta non è pura fiction e questa scena è ispirata dalla Storia. Don Pietro si chiamava in realtà don Morosini, 10 soldati del plotone (su 12) spararono in aria e fu finito da un ufficiale italiano. Il Ministero dell’Interno volle infatti che l’esecuzione finale del film venisse tagliata per paura che le divise italiane dei soldati stimolassero ostilità verso la Polizia. Rossellini, non potendo rinunciare al momento clou del film, sciolse questo nodo dando la responsabilità di tutto al villain tedesco.
In quel periodo (il film è del ’45, la Guerra non era ancora finita) stava infatti avendo successo il racconto della Resistenza come Secondo Risorgimento: la Liberazione non sarebbe stata tanto una liberazione dal nazifascismo, quanto dallo straniero, che avrebbe “obbligato” i fascisti italiani alle cose più cruente del periodo.
Dopotutto, vivere in uno Stato postfascista significava anche, in qualche modo, convivere con i relitti e l’eredità del fascismo: riuscire a coesistere con chi, fino all’altro ieri, indossava la camicia nera. E come si distingue chi credeva realmente in quell’ideale da chi invece, per banalizzazione del male, aveva normalizzato e interiorizzato quel sistema?
Farlo non è un compito semplice e ciò ha portato in passato anche a soluzioni discutibili: l’Amnistia Togliatti è stata senza dubbio una delle più note, ma anche la mancanza di un processo allo sconfitto: una Norimberga italiana.
Dare la responsabilità della Guerra ai tedeschi porta, infatti, alla svalutazione dell’Italia fascista come presenza politica, caratterizzata sì dal bisogno di sostegno di potenze maggiori, come la Germania, ma anche da ideali e precedenti che non dipendevano esclusivamente dal III Reich. Si preferisce deresponsabilizzare un’Italia debole e ingenua per caricare di responsabilità l’orco nazista, proprio come fatto da Rossellini nel ’45: il soldato tedesco è un automa dagli «aspetti meccanici disumani» che esegue acriticamente gli ordini di un superiore sadico. Nel frattempo però, il paraocchi copre tutto l’operato dei repubblichini.
Questo avviene anche nel racconto di eventi storici ante ’43, dove viene tramandata la figura di un’Italia spronata “controvoglia” all’alleanza con Hitler: in Comandante (2023), per esempio, il protagonista Todaro dice di saper parlare «il tedesco, ma per necessità». Dopotutto, secondo questa visione della Storia, se non fosse stato per quei cattivoni dei nazisti, l’Italia mussoliniana non avrebbe mai fatto niente di male.
Un’università libera e antifascista – Giorgia Marasco

Nell’Archivio Storico dell’Università degli Studi di Milano sono conservate le testimonianze della Resistenza del contesto universitario cittadino. Si tratta soprattutto di testi clandestini, redatti da studenti e professori, che, alle soglie della vittoria partigiana, provano a pensare alla costruzione della nuova università, democratica e libera dalla propaganda fascista.
Sul giornale clandestino studentesco «Scuola Rivoluzionaria» l’articolo del 5 febbraio del 1945, a pochi mesi dalla Liberazione italiana, prepara l’insurrezione. Le parole di studenti e studentesse impressionano: non sono astratte, né gridate al vento. Sono le parole consapevoli di chi ha vissuto il «soffocamento d’ogni libero pensiero e d’ogni affermazione di dignità umana e di giustizia» e sa di che cosa sta parlando.
Si invoca un mondo più giusto e più libero, in virtù della civiltà. Si usano quei termini che ai nostri occhi, nelle nostre bocche, spesso rischiano di risultare astratti. Qui, invece, assumono densità e potenza diverse. Sono pensieri lucidi, eppure intransigenti: «Coloro che patteggiano con il fascismo sono da considerarsi la più bassa espressione di quell’incoscienza civile che ha condotto alla rovina il popolo italiano». Come questa lucidità si è trasformata nella – neanche tanto – nuova indulgenza nei confronti di un regime che non può essere giustificato?
Colpisce anche il Programma di epurazione delle Università dal fascismo, pubblicato il 23 aprile dal Comitato Liberazione Nazionale Professori e Assistenti Universitari, cui appartengono professori di Statale, Cattolica, Bocconi e Politecnico. Nel testo si profila il volto della nuova Università italiana antifascista e ne si auspica l’estromissione di tutti coloro che hanno sostenuto il regime, le sue persecuzioni razziali e politiche, la sua guerra a fini espansionistici e le sue attività criminose.
Si impone, poi, la fine dell’insegnamento di materie come Biologia delle razze umane e Demografia comparata delle razze e la reintegrazione di tutti i professori che, dissidenti politici, erano stati costretti alla fuga. Nel Manifesto del PAU, pubblicato il 26 aprile e affisso in tutti gli albi degli Istituti Universitari di Milano, si ricorda che «solo dove la libertà è garantita da giustizia sociale e dal progresso democratico possono fiorire gli studi ed essere fecondi per la civiltà».
Ciò che queste parole, e con esse la Storia, lasciano è la responsabilità di preservare con la stessa tenacia e trasparenza di allora libertà, civiltà, giustizia e vera democrazia, affinché non diventino mai solo parole astratte.
L’altro 25 aprile – Michele Cacciapuoti

Un anno fa, Vulcano ha parlato anche dell’importanza del 25 aprile dopo il 25 aprile 1945, come ricorrenza nella memoria.
Il giorno della Liberazione è effettivamente assurto a simbolo politico, a tratti unitario e divisivo: da un lato caricandosi di sovrasensi, dall’altro perdendo parallelamente un radicamento esclusivamente storico. Sta cioè quasi divenendo un nome comune, “un venticinque aprile” come già esistono “un quarantotto”, “una caporetto”, “una norimberga”, “un ambaradan”.
Questo significa renderlo una pietra di paragone: senza scivolare nell’equiparazione, il paragone è sempre legittimo, a meno che non si tratti di due elementi incommensurabili. Eppure quando si parla di fascismo si incorre nella diatriba ormai decennale (anzi, si potrebbe dire secolare, giacché fu affrontata già dai fascisti stessi) sulla definizione di fascismo, se possa applicarsi anche a regimi non italiani, e a periodi diversi dal ventennio.
In questo senso, particolare è il caso del Portogallo, prima di tutto per i paragoni con il fascismo italiano: praticamente un secolo esatto fa, nel maggio del 1926, un golpe militare portava al governo la Ditadura Nacional, poco dopo l’avvento di Mussolini in Italia e di Primo de Rivera in Spagna; negli anni ’30, António de Oliveira Salazar istituiva l’Estado Novo, mentre in Spagna la guerra civile sarebbe stata vinta dal “generalissimo” Franco.
Qui le strade si divisero: Mussolini si avvicinò a una vocazione parzialmente totalitaria, che molti distinsero dal “mero” autoritarismo militare di Salazar e Franco; coinvolto nella Seconda Guerra Mondiale, il fascismo italiano dovette soccombere, a differenza di quelli iberici, ufficialmente neutrali (ma per lo storico Adrian Lyttelton si tratta di due esiti dello stesso regime).
Mentre in Spagna Franco, malato, si ritirava (alla sua morte nel ’75 sarebbe seguita una difficile transizione democratica durata anni), Salazar era già finito in coma nel ’68, venendo sostituito dal professor Caetano; il 25 aprile del ’74, però, l’Estado Novo cadde.
Fra gli enzimi vi furono le guerre di decolonizzazione e la transizione democratica fu più veloce, portando come in Spagna a una vittoria socialista. Se il nome dei moti popolari (Rivoluzione dei Garofani) richiama successive rivoluzioni, come quella di Velluto cecoslovacca (sempre incruenta) e quelle colorate o floreali dell’ex-Patto di Varsavia, può destare sorpresa la scarsità di paragoni con il nostro 25 aprile, nella stampa italiana di allora.
La risposta sta nei titoli de La Stampa: «Colpo di Stato nel Portogallo. Caetano deposto dai militari». La rivoluzione partì, infatti, da un altro golpe, in seguito all’insoddisfazione del generale Spínola («Un eroe stanco di fare la guerra»): i paragoni con l’Italia c’erano («Fine di un fascismo»), ma – nonostante una precoce «voglia di partiti» – sembravano richiamare più la crisi interna che nel 1943 fece cadere Mussolini, con una transizione inizialmente apartitica. Più che un 25 aprile, un 25 luglio.



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