La salute mentale è sempre più riconosciuta come centrale, soprattutto dopo la pandemia. In Italia, però, tra liste d’attesa, costi e carenza di personale, curarsi resta spesso complicato
Il 7 aprile si celebra la Giornata mondiale della salute, promossa dalla World Health Organization. Negli ultimi anni, il concetto di salute si è progressivamente ampliato, fino a includere non più solo il nostro corpo, ma anche il benessere mentale in modo esplicito.
Questa attenzione è diventata particolarmente evidente dopo la pandemia. Ansia, depressione e stress sono entrati stabilmente nel dibattito pubblico, soprattutto tra i più giovani. Secondo l’OMS, a livello globale i disturbi d’ansia e depressione sono aumentati di oltre il 25% tra 2020 e 2021.
Il problema dell’accesso
A questa maggiore consapevolezza non corrisponde un accesso reale ai servizi. In Italia, il sistema pubblico di salute mentale si basa su una rete territoriale di centri e servizi – dai centri di salute mentale agli ambulatori specialistici, fino ai servizi ospedalieri nei casi più gravi –pensata per offrire una presa in carico continuativa e diffusa sul territorio. Sulla carta, dunque, il modello esiste. Nella pratica, però, il suo funzionamento è spesso disomogeneo: la disponibilità dei servizi cambia da regione a regione e la continuità dei percorsi non è sempre garantita.
Ottenere un primo colloquio non significa necessariamente avviare un percorso stabile: il supporto pubblico resta limitato a poche visite o a un monitoraggio discontinuo. Questo rende più difficile intervenire nelle fasi iniziali del disagio, quando un sostegno tempestivo potrebbe evitare un peggioramento.
Il risultato è che una parte significativa delle persone si rivolge al privato. Ma il costo medio di una seduta psicologica, tra i 50 e gli 80 euro per una prima visita conoscitiva, rappresenta una barriera concreta soprattutto per studenti e giovani lavoratori. Il paradosso è che proprio le fasce che più spesso dichiarano livelli alti di ansia, stress o affaticamento psicologico sono anche quelle che dispongono di meno risorse economiche per sostenere un percorso continuativo.
A pesare, inoltre, non è solo il costo della singola seduta, ma l’idea stessa di continuità. Chiedere aiuto, in questi casi, significa spesso misurarsi fin dall’inizio con una domanda molto concreta: per quanto tempo posso permettermelo?
Un sistema sotto pressione
Oltre a tempistiche e costi, il problema riguarda anche la struttura stessa dei servizi. In Italia, la spesa per la salute mentale rappresenta circa il 3% della spesa sanitaria totale, una quota inferiore rispetto a quella di altri paesi europei. Un esempio è il Regno Unito, dove la quota supera il 5% e negli ultimi anni sono stati potenziati i servizi psicologici territoriali attraverso programmi pubblici di accesso rapido alle terapie, secondo un modello che punta a intervenire precocemente sui disturbi più diffusi ampliandone l’accessibilità.
In Italia, però, un tale rafforzamento dei servizi territoriali non si è sviluppato con la stessa continuità. Questo si traduce in una carenza di personale e in centri sovraccarichi, che faticano a coprire una domanda in crescita.
In questo contesto si inserisce il cosiddetto bonus psicologo, introdotto nel 2022 e gestito dall’INPS, con l’obiettivo di sostenere economicamente l’accesso alle cure nel settore privato. Nella prima edizione le richieste hanno superato le trecentomila domande, a fronte di fondi sufficienti a coprirne solo una parte.
Il bonus, però, non amplia i servizi pubblici, intervenendo solo sul lato dei costi e permettendo un accesso solo temporaneo al settore privato. Il contributo – fino a 600 euro a persona, in base all’ISEE – copre infatti un numero limitato di sedute, spesso insufficiente per percorsi continuativi.
Parallelamente, si è sviluppato il dibattito sull’introduzione dello psicologo di base, una figura pensata per essere integrata nella medicina territoriale e offrire un primo livello di ascolto e orientamento accessibile.
Alcune regioni, come Lazio e Campania, hanno avviato sperimentazioni locali inserendo lo psicologo nei servizi sanitari di base. Tuttavia, l’assenza di una misura nazionale rende l’implementazione disomogenea: la disponibilità del servizio dipende dal territorio e dalle risorse regionali, senza un accesso uniforme su tutto il Paese.
Lo stigma interiore
Diversi studi segnalano che una parte consistente delle persone con sintomi psicologici continua poi a non rivolgersi ai servizi, anche quando disponibili, non solo per ragioni economiche ma per una difficoltà più sottile: riconoscere il proprio stato come qualcosa che richiede un intervento.
Non solo rifiuto o paura del giudizio altrui, com’è comune nelle fasce adulte e anziane, ma anche tendenza a ridimensionare il problema – a considerarlo temporaneo o gestibile in autonomia.
Cosa resta?
Quello che emerge è un paradosso abbastanza chiaro: il tema è sempre più presente, nominato, condiviso – ma quando si tratta di intervenire, il percorso resta spesso complesso, lento o economicamente insostenibile. La domanda cresce più velocemente delle risposte, e questo produce una selezione implicita: non tutti riescono a trasformare un bisogno in un percorso di cura.
La salute mentale continua così a essere, almeno in parte, una questione di possibilità materiali. Si tratta di riconoscere il disagio e avere in più il tempo, le risorse e l’accesso per affrontarlo.
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