Le unioni civili raccontano molto più di una semplice riforma legislativa: sono il segno di un cambiamento culturale profondo. Un percorso fatto di resistenze, compromessi e spinte esterne, che ha portato l’Italia ad allinearsi — almeno in parte — ad altri ordinamenti europei. Ma cosa è cambiato davvero in questi dieci anni, e cosa resta ancora da fare?
Nel mese di maggio 2016, dieci anni fa ormai, l’Italia scelse la strada della civiltà e della modernità: l’approvazione di una legge sulle unioni fra persone dello stesso sesso oltre che sulle convivenze di fatto.
Varata durante il governo Renzi (2014–2016), questa normativa ha introdotto per le coppie omosessuali un istituto che, per molti aspetti, ricalca il matrimonio, riconoscendo diritti e doveri sostanzialmente analoghi. Il percorso che ha portato alle unioni civili ha visto varie pressioni affinché ci fosse una legislazione chiara che tutelasse le coppie dello stesso sesso a quelle eterosessuali, tra cui la presenza di una condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo nei confronti dell’Italia nella sentenza Oliari. Infatti la corte di Strasburgo nel 2015 condannò l’Italia per la violazione dell’art. 8 della CEDU ovvero la violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare in ragione del mancato riconoscimento legale delle unioni fra persone dello stesso sesso. Alla luce di questa situazione era ormai impellente l’approvazione di una legge.
Una conquista tra diritti e compromessi
L’anno successivo venne discussa e approvata la cosiddetta legge Cirinnà, dal nome della senatrice del PD Monica Cirinnà.
Pur garantendo diritti equiparabili a quelli delle coppie eterosessuali, dall’eredità ai congedi fino all’assistenza in caso di malattia, emergono anche delle differenze che sono figlie della natura compromissoria di questa legge.
Chiaro è che in un paese in cui tendenzialmente le battaglie sui diritti civili sono sempre andate piuttosto a rilento, questa legge che vista con gli occhi di oggi suona pienamente normale e scontata, anche solo dieci anni fa fu vista come rivoluzionaria. C’era infatti una parte rilevante del Parlamento schierata per il no (Lega e Fratelli d’Italia con alcuni astenuti tra i banchi del Movimento 5 stelle) oltre che un’opposizione culturale di matrice cattolica come il centro studi Rosario Livatino e altre associazioni pro-family.
Proprio la natura compromissoria della legge emerge nelle differenze che ancora oggi distinguono unioni civili e matrimonio. La più rilevante riguarda la genitorialità: venne eliminata dal testo finale la cosiddetta stepchild adoption, ossia la possibilità di adottare il figlio del partner, lasciando irrisolta la questione del riconoscimento del legame con il genitore non biologico.
Dieci anni dopo: cosa resta da fare?
Accanto a questo, permangono altre differenze: l’assenza dell’obbligo di fedeltà, l’assenza di una fase di separazione prima dello scioglimento e, più in generale, una disciplina che, pur molto vicina al matrimonio, non ne realizza una piena sovrapposizione.
A distanza di dieci anni, le unioni civili sono entrate stabilmente nel tessuto sociale del paese: ogni anno circa 3000 persone si uniscono civilmente con una prevalenza di coppie maschili (circa il 54%): un dato che restituisce la misura di un cambiamento ormai consolidato.
In sintesi, la legge Cirinnà rappresenta senza dubbio un passaggio fondamentale, un punto di partenza più che di arrivo. Una legge di civiltà che ha colmato un vuoto evidente, ma che lascia ancora aperta la questione di una piena equiparazione, tanto sul piano simbolico quanto su quello sostanziale.
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