Il 5 di ogni mese, libri per tutti i gusti: BookAdvisor è la rubrica dove vi consigliamo ciò che ci è piaciuto di recente, tra novità e qualche riscoperta.
Un dettaglio minore di Adania Shibli, La nave di Teseo (2021) – recensione di Camilla Gommaraschi
Negev, agosto 1949 – Cisgiordania, oggi. Il libro è diviso in due parti speculari. La prima, ambientata nel 1949 nel deserto del Negev, ricostruisce con freddezza documentaria lo stupro e l’uccisione della ragazza beduina da parte di un plotone israeliano. La narrazione, condotta in terza persona attraverso lo sguardo asettico di un ufficiale, è scandita da date e sensazioni puramente fisiche (il calore, la polvere, l’odore). Ciò priva i personaggi di ogni emotività, per sottolineare il disprezzo ideologico verso l’altro. La seconda parte si sposta ai giorni nostri: una donna di Ramallah, colpita dalla coincidenza temporale tra la propria nascita e quel tragico evento, intraprende un’inchiesta personale. Ossessionata da questo «dettaglio minore» inizia così una difficilissima spedizione nel territorio israeliano, che diventa un’odissea tra checkpoint, carte d’identità negate e mappe sovrapposte. Attraverso il confronto tra la toponomastica ufficiale israeliana e quella storica palestinese, Shibli mette in scena la frammentazione del territorio e la cancellazione della memoria.
Nel romanzo le due narrazioni sovrapposte evocano un presente che non può prescindere da ciò che è stato. La presenza costante del passato nel presente è infatti il motore di tutta la vicenda, il cui epilogo lascia ben poco spazio alla speranza, alla giustizia e alla verità. Un dettaglio minore mette in luce la necessità di una memoria che resiste all’occupazione e denuncia la violenza che continua a ciclicamente ripetersi.
Il mostruoso femminile di Jude Ellison Sady Doyle, Tlon (2021) – recensione di Giuseppe Ciliberti
Che cos’hanno in comune i dinosauri di Jurassic Park, la Grande Meretrice dell’Apocalisse e il mostro di Frankenstein? Si tratta di mostri, figure che rappresentano una forza femminile al di fuori del dominio dell’uomo. I mostri sono ciò che potrebbe rompere il sistema patriarcale, e che pertanto vanno combattuti, anche a livello culturale con storie che li demonizzano.
Il mostruoso femminile si serve di queste storie di mostri per smascherare le forme in cui l’egemonia culturale e morale del patriarcato è oggi ancora presente. L’autore divide la trattazione nelle tre sezioni «Figlie», «Mogli» e «Madri», che rappresentano «i tre ruoli che la donna può ricoprire all’interno del patriarcato, e sulla violenza necessaria a tenerla inchiodata lì».
Quando passa in rassegna esempi dalla letteratura e dal cinema, l’analisi riesce a proporre chiavi di lettura stimolanti, seppure non sempre originali (come i film slasher al centro del capitolo «Verginità»). Il problema però si pone quando Doyle parte da vicende true crime per rinforzare la sua tesi: il più delle volte si tratta di omicidi o stragi scelti minuziosamente, dove il ruolo del patriarcato passa in secondo piano rispetto ai dettagli della loro efferatezza. La debolezza di questi esempi rende il saggio un’occasione sprecata, in cui si è preferito impressionare il lettore con storie scabrose anziché mostrare come oggi il patriarcato sia presente nelle vite di tutti i giorni.
Un canto divino di Genki Kawamura, Einaudi (2024) – recensione di Viviana Genovese
Cosa resta di una famiglia quando viene attraversata da una tragedia irreparabile? E come si può continuare a vivere quando il dolore non trova parole, né confini?
Ambientato a Tokyo, Un canto divino segue la storia della famiglia Dan’no dopo la morte violenta e improvvisa del figlio più piccolo. All’inizio i Dan’no appaiono come una famiglia unita e serena, legata anche alla gestione di un negozio di uccellini; ma l’irruzione della tragedia spezza ogni equilibrio e costringe ciascun membro a confrontarsi, in solitudine, con un lutto che assume forme diverse e spesso inconciliabili.
Kawamura evita ogni spettacolarizzazione del dolore e costruisce una narrazione in cui il trauma si manifesta nei gesti mancati, nelle ossessioni e nel tentativo, sempre incompleto, di dare un senso all’assenza. In questo equilibrio fragile tra quotidianità materiale e apertura al trascendente, la vita di ogni giorno assume i contorni di una sorta di melodia sommessa, simile a un canto che resiste anche dopo la frattura.
Il romanzo tocca temi molteplici – dalla perdita alla fede, fino alla coesistenza religiosa – ma introduce anche una riflessione attuale sulla vulnerabilità: nel momento del dolore, i personaggi diventano esposti al rischio di manipolazione e a chi promette risposte semplici a domande che non ne hanno.
La scrittura è essenziale e misurata, ma profondamente evocativa. La struttura, divisa in tre parti, riflette la disgregazione emotiva dei personaggi e mette in scena reazioni opposte al lutto: chi tenta di fuggire dalla realtà e chi prova ad attraversarla senza soccombere.
Il «canto» del titolo diventa così il simbolo di ciò che resiste al vuoto, mentre inferno, purgatorio e paradiso smettono di essere luoghi lontani e si trasformano in stati interiori. Il romanzo si costruisce come un coro di voci diverse, in cui anche la più fragile contribuisce a sostenere, quasi invisibilmente, l’intera struttura familiare.
Una lettura breve ma intensa, capace di lasciare un’eco sottile e persistente anche dopo l’ultima pagina.
Pisciare sulla metropoli di Tommaso Sarti, DeriveApprodi (2025) – recensione di Margherita Dallanoce
Possono musica e religione unirsi per essere strumento di espressione? Nel saggio di Tommaso Sarti la questione è centrale: egli intervista giovani arabo o afro-discendenti che trovano una modalità di riappropriazione di identità all’interno delle città. La società in cui vivono, però, li emargina e li etichetta come “maranza”; il processo è semplice e viene azionato dalla classe dirigente per esternalizzare le sue responsabilità: Sarti lo chiama panico morale, noi lo chiamiamo capro espiatorio, ed è il risultato di razzismo, colonialismo e patriarcato.
Le generazioni più giovani di afro-discendenti rivendicano una dimensione pubblica di fede, anche se spesso le moschee sembrano perdere centralità poiché i loro insegnamenti sembrano discostarsi troppo dalla realtà che i/le giovani vivono quotidianamente; nascono però diversi movimenti religiosi che tentano di superare molte divisioni interne e recuperare un’identità condivisa.
Attraversando le radici dell’hip-hop e del rap si giunge al “nuovo” genere della trap, che vede spesso protagonisti artisti afro o arabo-discendenti e che rivendicano anche la sfera religiosa. Testi floridi di lingue e culture diverse diventano espressione di un disagio e di una marginalità a cui da tempo sono relegati e permette l’immedesimazione da parte dei giovani ascoltatori.
Il saggio di Sarti è interessante proprio perché non pretende di “dare voce”, perché quei giovani una voce già ce l’hanno; al contrario, l’autore riconosce il suo privilegio di persona non razzializzata e tenta di creare uno spazio affinché gli altri si possano esprimere liberamente: da qui nasce l’idea di intervistarli e riportare le loro parole, così come sono state pronunciate, dando forma a buona parte del libro.
Zenobia: il romanzo della regina guerriera di Valerio Massimo Manfredi, Mondadori (2025) – recensione di Camilla Mezzadri
Dopo il vile assassinio del re Odenato e di suo figlio Erode, la moglie Zenobia assume la reggenza di Palmira al posto dell’altro figlio Vaballato, ancora troppo giovane per ereditare la corona. La regina, superba e orgogliosa, decide di non portare avanti la politica filo-romana del marito: ritiene che Roma sia vulnerabile e ambisce a conquistarla e sedersi sul trono come prima imperatrice. Alcuni tra i notabili della città, tuttavia, tramano nell’ombra per impedirle di muovere l’esercito contro l’Impero.
Anche in questo romanzo Valerio Massimo Manfredi riesce a raccontare la storia antica in modo accattivante, esplorando i caratteri dei personaggi attraverso le loro emozioni. Ci presenta Zenobia come una donna astuta e ambiziosa, abile nella lotta e a cavallo: il suo carisma la rende una sovrana amata dal popolo, ma soprattutto dall’esercito, a cui dà l’esempio combattendo sempre in prima linea e vivendo tra i soldati, rinunciando spesso agli sfarzi che le spetterebbero. Non si affida alle armi della seduzione per ottenere ciò che vuole, ma si pone al pari dei suoi omologhi uomini, prevalendo nel loro stesso gioco.


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