Ghassan Kanafani, l’intellettuale che ha trasformato l’esilio in militanza. Dal concetto di «letteratura della resistenza» al paradosso di Ritorno ad Haifa, ci mostra un viaggio tra le ferite della memoria palestinese e l’amore per una patria che non è solo terra, ma atto di coscienza.
Ghassan Kanafani è uno degli autori palestinesi più importanti del Novecento. In soli 37 anni di vita è stato un autore molto prolifico, scrivendo numerosi romanzi ma soprattutto saggi e articoli giornalistici. Kanafani rappresenta il filone della letteratura palestinese della diaspora, ovvero di coloro che dopo il 1948 furono costretti a lasciare la Palestina, rifugiandosi nei paesi vicini. Egli mette al centro dei suoi testi alcuni dei grandi temi della letteratura palestinese: l’esilio, lo sradicamento, la nostalgia (ghurba) per la patria perduta.
L’identità palestinese tra esilio e militanza
Ghassan Kanafani nacque a San Giovanni d’Acri, in Palestina (nel nord del paese), nel 1936. La sua vita fu caratterizzata dalla diaspora e dall’esilio. Dopo la Nakba (1948) fu costretto a fuggire con la sua famiglia, si rifugiò in Libano, il paese confinante più vicino ad Acri. Successivamente, si spostò in Siria, a Damasco, dove vi era una nutrita comunità palestinese. Qui si dedicò all’insegnamento nelle scuole dell’UNWRA e si iscrisse all’università, dove studiò letteratura araba. Iniziò anche ad interessarsi di politica, grazie anche all’incontro con George Habash. Passò poi un breve periodo in Kuwait per lavoro, dedicandosi alla scrittura di articoli giornalistici, prettamente culturali.
Infine, rientrò in Libano. Nel paese dei cedri continuò la sua attività giornalistica, ma soprattutto accentuò la sua vocazione di attivista-militante. Si avvicinò, infatti, ai militanti della resistenza palestinese e al nazionalismo arabo. Nella capitale libanese morirà poco tempo dopo, nel 1972, a soli 37 anni, a causa dell’esplosione di una bomba collocata nella sua macchina, che fu, secondo quanto riportato, un atto di rappresaglia del Mossad israeliano. La sua morte da martire lo consacrò come uno dei principali scrittori ed attivisti palestinesi di sempre. Il quotidiano libanese The Daily Star scrisse nel suo necrologio: «Era un combattente che non ha mai sparato con una pistola, la cui arma era una penna a sfera e la sua arena le pagine dei giornali».
«Letteratura della resistenza»
Negli anni Sessanta Kanafani scrisse un saggio intitolato «La letteratura della resistenza». Questo termine sarà poi impiegato per indicare un filone centrale nella letteratura araba e, soprattutto, palestinese. È un genere molto impegnato, fondato sulla fiducia che il popolo affida all’intellettuale, visto come portavoce delle istanze del popolo stesso. La letteratura diventa così voce del popolo, della sua resistenza e delle sue lotte, vista come uno strumento militante (al pari della lotta armata).
Questo impegno nasce dalla necessità di elaborare il trauma dello sradicamento. Per gli autori palestinesi, scrivere significa innanzitutto preservare e tramandare il ricordo della patria pre-1948. In tal modo si oppongono alla narrativa sionista, volta alla cancellazione dell’identità del loro popolo. In un contesto segnato da quasi un secolo di occupazione e violenze, la produzione letteraria elegge dunque la memoria a campo di battaglia, indagandola attraverso sguardi e forme differenti.
Nella produzione di Kanafani questi temi trovano il maggior sviluppo in «Ritorno ad Haifa». Nel testo emerge frequentemente il confronto tra la Palestina pre-48 e le conseguenze della nascita dello Stato di Israele, che influiscono sulla memoria dei luoghi. Per mostrare questo contrasto l’autore usa come espediente narrativo la differenza tra una toponomastica ufficiale israeliana e una toponomastica della memoria. Così, Haifa diventa duplice: alla città israeliana si sovrappone, nella memoria delle persone che l’hanno abitata originariamente, la Haifa palestinese. Le testimonianze memoriali diventano un mezzo per rivendicare la propria identità e il proprio diritto ad esistere in quella terra. In questo senso, l’arte assume un valore quasi salvifico, diventando un mezzo per resistere e per esistere.
«Ritorno ad Haifa»
«Ritorno ad Haifa» è ambientato dopo il 1967 (La guerra dei Sei giorni, la Naska per i palestinesi), anno in cui Israele occupa la striscia di Gaza e la Cisgiordania. Questa dura sconfitta militare ha però un risvolto «positivo»: permette ad alcuni palestinesi di avere dei permessi per fare dei viaggi in Israele e visitare le loro vecchie città. Questo è proprio ciò che accade ai protagonisti del romanzo, che per la prima volta dopo vent’anni tornano ad Haifa.
I due protagonisti, Saʿīd e Ṣafiyya – marito e moglie – nel ’48 erano stati costretti a lasciare la città per fuggire alle violenze delle forze militari israeliane. Nella loro fuga abbandonarono il loro figlio neonato, Kaldūn. Quando tornano vent’anni dopo fanno visita alla loro casa, dove abita una coppia di ebrei giunti dalla Polonia dopo l’Olocausto che ha trovato all’epoca il loro figlio, che hanno allevato come proprio. Ora Dov è un uomo adulto ed è cresciuto da israeliano. L’incontro diventa però un rifiuto totale da parte di Dov, che ha ormai sposato l’ideologia sionista e si è anche arruolato nell’esercito.
La patria come scelta
Saʿīd e Ṣafiyya vivono così una situazione paradossale: si ritrovano fisicamente all’interno della propria casa, rimasta cristallizzata nel tempo, ma scoprono che la loro tragedia non è più legata solo allo spazio, ma all’identità. Il figlio perduto, Kaldūn, è stato ritrovato fisicamente, ma è andato perso nello spirito: non è più il loro bambino, ma l’uomo Dov, un ufficiale dell’esercito israeliano che incarna l’ideologia che nega l’esistenza stessa della sua famiglia d’origine.
Attraverso questo incontro, Kanafani sviluppa un’analisi sul concetto di patria. La Palestina, la loro patria, non è un possesso ereditario o una questione di sangue, ma un atto di appartenenza e di lotta. In quest’ottica viene fatto un paragone tra i due figli della coppia: da un lato, Kaldūn/Dov, nato e cresciuto nel territorio storico della sua famiglia, che non ha nessun attaccamento alla terra dei suoi antenati e anzi collabora con l’ideologia sionista; dall’altra Khaled che pur non avendo mai visto la propria terra, sceglie di arruolarsi nei fedayyin per combattere per la sua patria, disposto anche a morire per essa.
Il dialogo impossibile tra due tragedie
Una grande novità del romanzo è il riferimento alla Shoah: è la prima volta che un autore palestinese menziona l’Olocausto. Viene infatti riconosciuta la tragedia vissuta dagli ebrei, cercando di comprendere le ragioni dell’altro senza giudizio. Tuttavia, l’autore chiarisce che ciò non può giustificare l’ingiustizia subita dai palestinesi: egli rifiuta l’idea che un crimine storico possa essere riparato a spese di un altro popolo, alimentando una catena infinita di violenza. Come recita il romanzo, «un errore sommato a un altro errore non dà il risultato giusto»: due torti non si annullano, ma perpetuano il conflitto.
Alla fine, il tentativo di dialogo e riconciliazione lasciano spazio all’incomunicabilità tra i due popoli e alle, apparentemente incompatibili, versioni della storia. Per i palestinesi la guerra e la resistenza sembrano, in fin dei conti, essere le uniche soluzioni possibili.
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