La Rivoluzione Culturale fu strumentale alla affermazione della leadership di Mao, il quale si servì del sostegno dei giovani.
La rivoluzione culturale, nota anche come grande rivoluzione culturale proletaria, fu organizzata da Mao per riprendere il controllo della Repubblica Popolare Cinese dopo il periodo di politiche economiche meno radicali e fallimentari (il Grande balzo in avanti). Mao puntò sulla mobilitazione dei giovani per estromettere i funzionari di partito, locali e nazionali, che lo avevano marginalizzato in seguito al fallimento delle suddette politiche. Cercò di mascherare questo intento affermando di voler contrastare il riformismo in favore di un’applicazione ortodossa dell’ideologia marxista-leninista, che egli stesso riteneva coincidere con il proprio pensiero.
Il contesto
Dopo il fallimento del Grande balzo in avanti, consistente in un piano di radicale trasformazione dell’economia cinese, l’obiettivo era trasformare rapidamente un’economia prettamente agricola in una prettamente industriale. Questo processo iniziò con collettivizzazioni forzate e mal digerite dai contadini, che avevano l’obiettivo di rendere l’agricoltura monopolio statale, in modo da controllare tutti i maggiori profitti derivanti dalla vendita di prodotti agricoli. Questi sarebbero stati poi utilizzati per finanziare un processo di industrializzazione forzata del Paese, voluto dai principali funzionari di partito. Queste politiche fallirono clamorosamente, portando a una carestia che causò dai 15 ai 55 milioni di morti (a seconda delle fonti) e ad enorme malcontento popolare. In seguito al fallimento di tali politiche, Mao fu allontanato ed estromesso dal partito, anche se conservò sempre la carica di presidente del Partito Comunista Cinese e la propria autorità morale. In questa fase Mao fu aspramente criticato dagli intellettuali, i quali subirono dure conseguenze in seguito proprio a causa delle critiche.
Le guardie rosse
Gli studenti delle università e delle scuole superiori ebbero un importantissimo ruolo in questa fase. Le guardie rosse, milizie di studenti sostenitori di Mao, nate inizialmente in modo spontaneo nelle università, e riconosciute successivamente dallo stesso Mao, furono coloro che concretamente realizzarono gli aspetti pratici della rivoluzione culturale, come la repressione violenta di idee non aderenti all’ortodossia maoista e di oppositori politici. Le guardie rosse venivano reclutate secondo un criterio di sangue, il cosiddetto criterio dei “5 tipi di rosso”. Potevano essere reclutati solo i figli di operai, di contadini poveri, di quadri di partito, dei martiri e dei soldati della rivoluzione. Le guardie rosse avevano il compito di distruggere “i quattro vecchi”, ossia vecchi pensieri, vecchie consuetudini, vecchie abitudini, vecchia cultura. Venne ordinato loro di imparare la rivoluzione mettendola in pratica, dunque coniugando conoscenza e pratica, un connubio fautore delle giuste idee secondo Mao. Nella fase iniziale della rivoluzione culturale le guardie rosse vennero indirizzate contro i borghesi in generale, poi verso i dirigenti di partito ostili a Mao. Nel 1967 Mao cercò di bloccare le guardie rosse, perché riuscirono ad ottenere quanto da questo desiderato, ma le stesse si divisero in diverse fazioni in balia dei vari dirigenti di partito locali, spesso in conflitto tra loro. La situazione degenerò rapidamente in guerra civile.
Il ruolo dei giovani
Nel progetto della Rivoluzione Culturale è stato determinante l’apporto dei giovani ed è stato determinante coinvolgerli per portare ad un cambiamento un intero Paese. Oggi i giovani sembrano essere tendenzialmente disinteressati alla politica, anche se ultimamente molti, in occidente, pare si stiano svegliando da questo torpore. Negli ultimi anni, in Asia alcuni stati hanno vissuto momenti di forte cambiamento in cui il coinvolgimento dei giovani è stato fondamentale. Uno di questi stati è il Nepal. A settembre 2025, la Gen Z è stata protagonista di sommosse popolari che hanno portato alle dimissioni il primo ministro e alla distruzione del Parlamento e altri edifici di proprietà di importanti esponenti della classe dirigente nepalese, accusata di corruzione. Anche guardando al passato, grandi fasi di rottura come la Rivoluzione Russa o i moti del ‘68 hanno avuto, tra i principali protagonisti, i giovani. Chiaramente quanto avvenuto durante la Rivoluzione Culturale non è paragonabile ai moti giovanili citati (in particolare relativamente alle atrocità di cui sono accusate le guardie rosse), ma emerge sicuramente il ruolo chiave dei giovani in fasi di grande cambiamento, di cui sono spesso fautori ed anche protagonisti. Questa voglia di rottura col passato è sicuramente legata alla condizione giovanile, che come caratteristica intrinseca ha il rifiuto del passato ed una maggiore apertura e propensione al cambiamento, e in certi casi riesce a persuadere anche altre fasce della popolazione, che magari desiderano un cambiamento ma non avrebbero il coraggio e la propensione al cambiamento tipica dei giovani.
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