Dagli Stati Uniti alla Statale di Milano, le proteste per Gaza hanno riportato il conflitto e il dibattito politico dentro le università
Negli ultimi anni le università sono tornate a essere uno dei luoghi più visibili della protesta politica. Il punto di svolta, almeno sul piano mediatico, arriva dagli Stati Uniti: alla Columbia University, nell’aprile 2024, l’accampamento pro-Palestina installato dagli studenti viene sgomberato dalla polizia di New York, che attua decine di arresti. Da lì la mobilitazione si allarga ad altri campus americani, portando con sé anche provvedimenti disciplinari. Nel maggio dell’anno successivo la Columbia sceglie infatti di sospendere o espellere oltre settanta studenti. Il dibattito resta perciò molto acceso sui limiti della libertà di espressione nelle università.
La stessa dinamica si è ripetuta in Europa: gli studenti di Sciences Po, a Parigi, hanno occupato e bloccato alcune sedi chiedendo una presa di posizione più netta dell’istituto sulla guerra a Gaza e sui rapporti con le università israeliane. In Italia, le mobilitazioni si sono diffuse soprattutto nell’autunno 2025, dopo l’abbordaggio della Global Sumud Flotilla da parte della marina israeliana.
UNIMI: quando l’Ateneo prende posizione
Alla Statale di Milano questo passaggio è stato particolarmente visibile. Il 16 settembre 2025 il Senato accademico ha approvato all’unanimità una mozione su Gaza, denunciando le «gravi violazioni dei diritti umani fondamentali» nella Striscia, richiamando la risoluzione del Parlamento europeo dell’11 settembre. Il testo parla anche dell’uso della fame e definisce la situazione una «guerra di sterminio dalle conseguenze di portata catastrofica».
Poche settimane dopo, a seguito dell’abbordaggio della Flotilla, gli studenti occupano la sede di via Festa del Perdono e annunciano la partecipazione allo sciopero generale del giorno successivo. Lo slogan è «Ogni ateneo sarà una barricata». Nei giorni seguenti, la protesta si sposta anche nella sede di Scienze politiche in via Conservatorio, dove il collettivo Rebelot consente l’ingresso solo agli studenti che partecipano alle assemblee.
A dicembre 2025, invece, l’ateneo comunica l’arrivo di studenti e studentesse palestinesi da Gaza grazie alle borse del progetto IUPALS. I primi studenti sono arrivati a ottobre, altri nelle settimane successive.
Se un ateneo accoglie studenti provenienti da Gaza, approva una mozione sui diritti umani e allo stesso tempo è oggetto di contestazioni per le proprie collaborazioni scientifiche, non può più trattare la politica come qualcosa che resta fuori dalle aule. Le proteste studentesche, a volte con modalità contestate, forzano a considerare questo fatto. Il punto di partenza è una domanda concreta: quali scelte dell’università restano invisibili finché qualcuno non le porta in assemblea?
Libertà d’espressione e gestione del dissenso
Le amministrazioni universitarie si trovano in una posizione difficile: devono garantire la libertà di espressione, prevenire discriminazioni e assicurare lo svolgimento delle attività didattiche. I problemi emergono però quando questi obiettivi vengono trattati solo in termini di ordine interno, con il rischio di ridurre fenomeni di dissenso a questioni disciplinari, spostando in secondo piano il contenuto politico delle proteste.
Questo scarto è reso ancora più evidente dalla circolazione dei contenuti online. I social rendono la percepita “radicalità” delle proteste più visibile e più facile da isolare. I momenti più conflittuali delle manifestazioni sono infatti selezionati e trasformati in frammenti condivisibili, separati dalle premesse e dalle richieste da cui nascono.
Parlare di estremismo sarebbe perciò insufficiente in questo caso. Allo stesso tempo, non si possono ignorare i limiti interni delle mobilitazioni, come gli slogan che semplificano questioni complesse o la presenza di pratiche che escludono chi non è convinto o non è informato sulla situazione.
Cosa resta?
La parte più interessante di queste proteste, forse, non è che gli studenti siano tornati a occupare. È che ogni occupazione viene immediatamente trasformata in una prova generale di dibattito pubblico: c’è chi cerca il segnale di una nuova coscienza politica, chi l’ennesimo caso di disordine. Il campus diventa così un luogo in cui si discute sempre meno di università e sempre più di ciò che ciascuno vuole vedere in essa.
In entrambi i casi si perde la parte più utile del conflitto: la possibilità di costringere studenti, docenti e amministrazioni a discutere pubblicamente di cosa debba essere oggi un’università. L’università non dovrebbe essere il luogo pacificato per definizione, ma neppure uno spazio in cui una mobilitazione deve alzare continuamente il tono per essere ascoltata.
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