Non siamo Capaci di dimenticare: 34 anni fa, la strage che uccise Giovanni Falcone

Dalla preparazione all’esplosione: cronaca dettagliata dell’attentatuni di Capaci

Il 23 maggio 1992 Cosa Nostra colpisce il cuore dello Stato. Giovanni Falcone, la magistrata e moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani perdono la vita in un’esplosione che segna una delle pagine più drammatiche della storia repubblicana.

 

L’uccisione di Gio­van­ni Fal­co­ne ven­ne deci­sa ai ver­ti­ci di Cosa Nostra tra il set­tem­bre e il dicem­bre 1991, nel cor­so del­le riu­nio­ni del­la “Com­mis­sio­ne” pre­sie­du­ta da Sal­va­to­re Rii­na, in un con­te­sto segna­to dal­la volon­tà di rispo­sta alle con­dan­ne inflit­te con il Maxi­pro­ces­so. Pro­prio quel­le sen­ten­ze, con­fer­ma­te in Cas­sa­zio­ne il 30 gen­na­io 1992, insie­me al timo­re che Fal­co­ne potes­se assu­me­re il ruo­lo di Pro­cu­ra­to­re Nazio­na­le Anti­ma­fia raf­for­zan­do in modo deci­si­vo l’azione del­lo Sta­to, con­tri­bui­ro­no a con­so­li­da­re la deci­sio­ne di eliminarlo.

In un pri­mo momen­to ven­ne valu­ta­ta l’ipotesi di un aggua­to a Roma con armi da fuo­co, ma suc­ces­si­va­men­te Rii­na cam­biò stra­te­gia, sce­glien­do di ripor­ta­re l’azione in Sici­lia e di uti­liz­za­re l’esplosivo, con l’obiettivo di otte­ne­re un impat­to mol­to più deva­stan­te e simbolico.

Il coor­di­na­men­to ope­ra­ti­vo fu affi­da­to a Gio­van­ni Bru­sca che, tra apri­le e mag­gio 1992, insie­me al com­man­do, effet­tuò diver­si sopral­luo­ghi lun­go l’autostrada A29, indi­vi­duan­do infi­ne un cuni­co­lo di dre­nag­gio sot­to lo svin­co­lo di Capa­ci come pun­to idea­le per l’attentato. Qui ven­ne­ro col­lo­ca­ti cir­ca 500 kg di esplo­si­vo, com­po­sto da tri­to­lo, Sem­texm e nitra­to d’ammonio: l’8 mag­gio Bru­sca, Gioac­chi­no La Bar­be­ra e altri mem­bri del grup­po inse­ri­ro­no tre­di­ci bido­ni nel cuni­co­lo, tra­spor­tan­do­li con uno ska­te­board, pre­pa­ran­do così all’azione fina­le. In par­ti­co­la­re, fu il mafio­so ed ex para­ca­du­ti­sta del­la Fol­go­re Nino Gioè a occu­par­se­ne fisicamente.

La sera del 23 mag­gio il com­man­do era già in posi­zio­ne: Bru­sca e Anto­ni­no Gioè si tro­va­va­no su una col­li­net­ta sovra­stan­te, pron­ti a inne­sca­re il deto­na­to­re a distan­za nel momen­to esat­to del pas­sag­gio del corteo.

L’agguato autostradale

Nel pome­rig­gio del­lo stes­so gior­no, Gio­van­ni Fal­co­ne par­tì da Ciam­pi­no alle 16:45 e, una vol­ta atter­ra­to a Pun­ta Rai­si, salì su un con­vo­glio com­po­sto da tre Fiat Cro­ma blin­da­te. Il magi­stra­to viag­gia­va sul­la vet­tu­ra cen­tra­le, la Cro­ma bian­ca, insie­me alla moglie Fran­ce­sca Mor­vil­lo e all’autista Giu­sep­pe Costan­za, men­tre in testa pro­ce­de­va la Cro­ma mar­ro­ne con gli agen­ti di scor­ta Vito Schi­fa­ni, Anto­nio Mon­ti­na­ro e Roc­co Dicil­lo, e in coda la Cro­ma azzur­ra con Pao­lo Capuz­za, Gaspa­re Cer­vel­lo e Ange­lo Corbo.

Il cor­teo imboc­cò lo svin­co­lo di Capa­ci pro­ce­den­do ad alta velo­ci­tà, men­tre paral­le­la­men­te Gio­van­ni La Bar­be­ra segui­va le auto da una stra­da late­ra­le, comu­ni­can­do costan­te­men­te la posi­zio­ne al resto del com­man­do. Pro­prio in quei momen­ti deci­si­vi, Fal­co­ne ral­len­tò leg­ger­men­te per pren­de­re le chia­vi di casa dal cru­scot­to e que­sto impre­vi­sto alte­rò la tem­pi­sti­ca dell’attacco, indu­cen­do Bru­sca ad atti­va­re il tele­co­man­do con un leg­ge­ro anticipo.

L’esplosione inve­stì quin­di in pie­no la pri­ma vet­tu­ra, la Cro­ma mar­ro­ne, che ven­ne sca­ra­ven­ta­ta a deci­ne di metri di distan­za, cau­san­do la mor­te imme­dia­ta dei tre agen­ti di scor­ta. Subi­to dopo anche la Cro­ma bian­ca fu tra­vol­ta dal­la defla­gra­zio­ne e si schian­tò con­tro il muro di detri­ti sol­le­va­to dall’esplosione, con Fal­co­ne e la moglie che, non indos­san­do le cin­tu­re di sicu­rez­za, ven­ne­ro sbal­za­ti vio­len­te­men­te con­tro il parabrezza.

Le ombre e l’eredità

Quan­do i soc­cor­si arri­va­ro­no, si tro­va­ro­no davan­ti a uno sce­na­rio deva­sta­to, segna­to da un enor­me cra­te­re che ave­va let­te­ral­men­te squar­cia­to l’autostrada. Fal­co­ne morì alle 19:05, men­tre Fran­ce­sca Mor­vil­lo si spen­se poche ore dopo, intor­no alle 22:00; l’autista Costan­za e gli agen­ti del­la ter­za vet­tu­ra, inve­ce, soprav­vis­se­ro miracolosamente.

L’attentato ebbe un impat­to imme­dia­to e pro­fon­do sul pia­no poli­ti­co e isti­tu­zio­na­le, pro­vo­can­do uno shock col­let­ti­vo che segnò una svol­ta nel­la rispo­sta del­lo Sta­to alla cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta e nel­la per­ce­zio­ne pub­bli­ca del­la mafia.

Le suc­ces­si­ve inda­gi­ni, soste­nu­te anche dal­le dichia­ra­zio­ni di col­la­bo­ra­to­ri di giu­sti­zia come San­ti­no Di Mat­teo e Gio­van­ni Bru­sca – indi­ca­to nel­le rico­stru­zio­ni giu­di­zia­rie come colui che azio­nò il tele­co­man­do dell’esplosione – han­no por­ta­to a nume­ro­se con­dan­ne all’ergastolo per i ver­ti­ci di Cosa Nostra, tra cui Rii­na, Pro­ven­za­no e Mes­si­na Denaro.

Va ripor­ta­to che, nel­le inchie­ste e nei pro­ces­si suc­ces­si­vi, sono emer­si anche filo­ni testi­mo­nia­li come quel­li del col­la­bo­ra­to­re di giu­sti­zia Pie­tro Rig­gio, che han­no intro­dot­to ipo­te­si su pos­si­bi­li intrec­ci tra ambien­ti mafio­si, appa­ra­ti isti­tu­zio­na­li e ser­vi­zi segre­ti, oltre a pre­sun­ti depi­stag­gi e rela­zio­ni non chiarite.

Tut­ta­via, nono­stan­te l’esito giu­di­zia­rio ormai con­so­li­da­to, resta­no alcu­ni pun­ti con­tro­ver­si e ogget­to di dibat­ti­to sto­ri­co e inve­sti­ga­ti­vo, come la mano­mis­sio­ne dei com­pu­ter di Fal­co­ne, la spa­ri­zio­ne di mate­ria­li infor­ma­ti­ci e alcu­ne pre­sun­te pre­sen­ze non iden­ti­fi­ca­te sul luo­go dell’attentato. Ele­men­ti che con­ti­nua­no ad ali­men­ta­re inter­ro­ga­ti­vi e let­tu­re non univoche.

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Nicholas Ninno

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