Dalla ribellione personale alla denuncia pubblica: una vita di attivismo che trasformò la parola in arma contro la mafia, sfidando potere, omertà e depistaggi fino al sacrificio finale.
Giuseppe Impastato nasce a Cinisi nel 1948, in una famiglia con forti legami mafiosi. Il padre, Luigi, era affiliato a Cosa Nostra; mentre lo zio, Cesare Manzella, era un noto capomafia locale, ucciso nel corso della Prima Guerra di Mafia. Lì dove la mafia era parte della quotidianità, la scelta di Peppino di opporsi rappresentò una frattura profonda e dolorosa.
Ancora giovanissimo, rompe i rapporti con il padre, che lo allontana da casa, e intraprende un percorso politico e culturale autonomo. Nel 1965 fonda il giornalino L’idea socialista e aderisce al PSIUP, impegnandosi nelle lotte sociali del territorio: dai contadini espropriati per l’ampliamento dell’aeroporto di Palermo agli operai e ai disoccupati.
La sua attività non è solo politica, ma anche culturale. Nel 1976 fonda il gruppo Musica e cultura, con l’obiettivo di creare spazi di confronto e crescita per i giovani di Cinisi. La sua è una ribellione che va oltre la politica: è una presa di posizione etica contro un sistema fondato su violenza e silenzio.
La voce di Radio Aut e l’arma della satira
Nel 1977 Peppino fonda Radio Aut, una radio libera e autofinanziata che diventa il suo principale strumento di denuncia. Attraverso la trasmissione satirica Onda pazza, smaschera i meccanismi del potere mafioso con ironia e linguaggio diretto. Il bersaglio principale è Gaetano Badalamenti, che Peppino ribattezza sarcasticamente «Tano Seduto». La satira diventa così un’arma potentissima: ridicolizzare il potere mafioso significa togliergli quell’aura di intoccabilità su cui si fonda.
Nel 1978 si candida alle elezioni comunali con Democrazia Proletaria, portando avanti una battaglia politica sempre più esplicita. Parallelamente, indaga su vicende oscure come la strage di Alcamo Marina, ipotizzando legami tra mafia, apparati deviati dello Stato e strutture clandestine come Gladio.
Dopo la morte del padre nel 1977, avvenuta in circostanze sospette, Peppino resta completamente esposto. Il suo rifiuto di riconoscere pubblicamente i boss locali segna il punto di non ritorno: la sua diventa una sfida diretta al potere mafioso.
L’omicidio e i depistaggi
Nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978, Peppino viene assassinato su ordine di Badalamenti. Il suo corpo viene fatto esplodere sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, nel tentativo di simulare un attentato terroristico o un suicidio.
Le prime indagini sono segnate da gravi anomalie. Le autorità parlano inizialmente di attentato fallito, ignorando elementi evidenti come una pietra insanguinata ritrovata sul luogo del delitto. Documenti importanti scompaiono, e la pista mafiosa viene deliberatamente trascurata. Solo anni dopo emergono responsabilità e omissioni. Le inchieste successive e il lavoro della Commissione Antimafia mettono in luce depistaggi e negligenze da parte di esponenti delle istituzioni, tra cui il maggiore Antonio Subranni. Anche se molte accuse cadranno in prescrizione, il quadro che emerge è quello di un sistematico tentativo di occultare la verità.
La vittoria della verità e l’eredità
A impedire che la storia di Peppino venga cancellata sono la madre, Felicia Bartolotta, e il fratello Giovanni, che rompono pubblicamente con l’ambiente mafioso e portano avanti una lunga battaglia per la verità. Nel 1979, a un anno dalla morte, Cinisi ospita la prima manifestazione nazionale contro la mafia. La giustizia, però, arriva solo molti anni dopo: nel 2001 viene condannato Vito Palazzolo e nel 2002 Badalamenti riceve l’ergastolo come mandante dell’omicidio.
La figura di Peppino diventa nel tempo un simbolo della lotta antimafia, anche grazie al film I cento passi di Marco Tullio Giordana, che ne diffonde la storia a livello nazionale e internazionale. La sua casa a Cinisi è oggi Casa Memoria, luogo di testimonianza e impegno civile. Scuole, piazze e biblioteche in tutta Italia portano il suo nome, segno di un’eredità che continua a vivere.
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