Radici. Trump e la follia del re

Le ipotesi sui disturbi mentali di Trump, con i precedenti storici

Trump viene da tempo accusato di soffrire di disturbi psichici, ma è una discussione scivolosa, fra mostrificazione ed esempi tratti dalla storia.

Nel 2020 Mary Trump, psi­co­lo­ga e docen­te, ha trac­cia­to per la pri­ma vol­ta un pro­fi­lo di suo zio, il pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti Donald Trump, nel libro Too much and never enou­gh. Pur sen­za spin­ger­si a una dia­gno­si uffi­cia­le, l’autrice ha inda­ga­to trau­mi infan­ti­li che avreb­be­ro reso il pre­si­den­te quan­to­me­no psi­co­lo­gi­ca­men­te labi­le e ina­dat­to al pro­prio lavoro.

Le stes­se idee sono sta­te riba­di­te con for­za in una recen­te inter­vi­sta al pod­ca­st Glo­bo del Post, inti­to­la­ta pro­prio Donald Trump è paz­zo?.

La doman­da non è pere­gri­na: è alme­no dal 2018 che pro­prio l’ipotesi d’inca­pa­ci­tà men­ta­le del pre­si­den­te vie­ne addot­ta a pos­si­bi­le giu­sti­fi­ca­zio­ne del­la sua rimo­zio­ne, tra­mi­te il 25° Emen­da­men­to alla Costi­tu­zio­ne — quel­lo che da sessant’anni a que­sta par­te ha legit­ti­ma­to la tran­si­zio­ne al vice in caso di mor­te del pre­si­den­te, ma anche la sup­plen­za ad inte­rim duran­te ope­ra­zio­ni con ane­ste­sia (nei casi di Bush Sr., Bush Jr. e Biden).

La for­mu­la­zio­ne nell’Emendamento è vaga (qua­si quan­to la inca­pa­ci­dad moral nel­la Costi­tu­zio­ne peru­via­na) e l’arbitrio è tut­to nel­le mani di vice­pre­si­den­te, mini­stri ed even­tual­men­te Con­gres­so (lad­do­ve il pre­si­den­te doves­se oppor­si), sen­za la neces­si­tà di dia­gno­si di un pro­fes­sio­ni­sta. Nel discor­so pub­bli­co, inve­ce, mag­gior pru­den­za può esse­re opportuna.

In pri­mo luo­go, per non sosti­tuir­ci noi al sud­det­to pro­fes­sio­ni­sta: nono­stan­te l’evidenza dei segni dell’età, le vicen­de­vo­li accu­se di seni­li­tà demen­za fra il comi­ta­to Trump e quel­lo Biden-Har­ris a cui ci ha abi­tua­ti la cam­pa­gna del 2024 non sono un model­lo di com­pe­ti­zio­ne poli­ti­ca sin­ce­ra e corretta.

È solo una metafora!

Come corol­la­rio, in assen­za di pro­ve la fol­lia di Trump può solo ser­vi­re da figu­ra reto­ri­ca: Trump è paz­zo nel sen­so che si com­por­ta come un paz­zo e que­sto è fuo­ri di dub­bio. Pato­lo­gia o meno, è nota la sua pene­tra­bi­li­tà psi­co­lo­gi­ca, la sua vul­ne­ra­bi­li­tà all’adu­la­zio­ne e quin­di l’oscillazione umo­ra­le del­le sue poli­ti­che, inter­ne come este­re — di cui par­la­va Ste­phen Col­bert al Tonight Show, inter­vi­stan­do pro­prio Mary Trump.

E quel­la era solo la pri­ma ammi­ni­stra­zio­ne: sareb­be­ro arri­va­te le pro­ces­sio­ni dei CEO, la cor­te dei mini­stri, i tea­tri­ni con i lea­der stra­nie­ri alla Casa Bian­ca e in Ala­ska, i doni in ami­ci­zia dal Qatar, i lan­gui­di mes­sag­gi­ni del segre­ta­rio del­la NATO.

Da qui a deli­nea­re casi cli­ni­ci psi­chia­tri­ci, però, il sal­to non è così bre­ve. Al di là del­le pole­mi­che odier­ne con­tro l’abuso di ter­mi­ni psi­co­lo­gi­ci (da trau­ma tos­si­conar­ci­si­sta), su cui occor­re­reb­be fare la tara al net­to del­la decon­te­stua­liz­za­zio­ne iper­bo­li­ca da sem­pre insi­ta nel lin­guag­gio comu­ne, pato­lo­giz­za­re un per­so­nag­gio è una sto­ri­ca for­ma di mostri­fi­ca­zio­ne dell’avversario.

Se per­so­nag­gi rea­li o alle­go­ri­ci ven­go­no da seco­li dipin­ti come mala­ti per trat­teg­giar­ne la debo­lez­za, a fini di attac­co o di dife­sa, tale infer­mi­tà si esten­de tal­vol­ta all’ambito men­ta­le — anche se, di tan­to in tan­to, alla base di leg­gen­de ed esa­ge­ra­zio­ni si tro­va­va qual­che fon­do di verità.

È il caso di Car­lo VI di Fran­cia, det­to le Fou per via di ripe­tu­ti epi­so­di pro­ba­bil­men­te schi­zo­fre­ni­ci (inclu­sa la con­vin­zio­ne di esse­re fat­to di cri­stal­lo, il deli­rio di vetro), che lo accom­pa­gna­ro­no attra­ver­so la Guer­ra dei Cent’Anni fra Tre­cen­to e Quat­tro­cen­to. For­se la schi­zo­fre­nia sareb­be anche die­tro l’epiteto del­la regi­na casti­glia­na Gio­van­na la Loca, che le val­se l’esautorazione da ogni rea­le pote­re, ma che oggi è rite­nu­to ingiustificato.

Tell me I’m adored: la follia come tirannia

Per non dire di re Gior­gio III del Regno Uni­to, che a par­ti­re dal­la fine del Set­te­cen­to e soprat­tut­to nel pri­mo Otto­cen­to mani­fe­stò i segni di por­fi­ria o for­se di bipo­la­ri­smo, finen­do “com­mis­sa­ria­to” da suo figlio Gior­gio IV (per cui si par­la di Età del­la Reg­gen­za all’interno dell’Età Georgiana).

Del resto, Gior­gio III (paro­dia­to nel musi­cal Hamil­ton) ebbe tut­te le ragio­ni di dare di mat­to: allo­ra il più lon­ge­vo re bri­tan­ni­co, assi­sté alla nasci­ta del Regno Uni­to stes­so, alla Guer­ra dei Set­te Anni, all’indipendenza sta­tu­ni­ten­se, alla Rivo­lu­zio­ne Fran­ce­se e infi­ne alle Guer­re Napoleoniche.

L’eredità cul­tu­ra­le del­la sua cosid­det­ta “fol­lia” ha ispi­ra­to, nel 1997, il bra­no The mad­ness of King Scar nell’adattamento del Re leo­ne a Broad­way. Que­sto pas­sag­gio rive­la un topos nel­le leg­gen­de sui lea­der impaz­zi­ti: si trat­ta spes­so di despo­ti e tiran­ni, la cui fol­lia rap­pre­sen­te­reb­be l’epitome del­la man­can­za di con­trol­lo razio­na­le e morale.

Basti pen­sa­re a Cali­go­la che, secon­do alcu­ne tra­di­zio­ni ine­bria­to da un fil­tro d’amore, avreb­be nomi­na­to sena­to­re un caval­lo e fat­to guer­ra alle onde del mare.

Ma è pro­prio qui l’errore: non c’è biso­gno di pato­lo­giz­za­re un tiran­no o una poli­ti­co come Trump per cri­ti­car­lo, anzi è noci­vo. Se La bana­li­tà del male di Han­nah Arendt inse­gna che l’umanità dei peg­gio­ri cri­mi­na­li è il loro trat­to più peri­co­lo­so e spa­ven­to­so, così ogni tipo di mostri­fi­ca­zio­ne (pato­lo­giz­zan­te, infan­ti­liz­zan­te, seni­liz­zan­te, e Trump le ha rice­vu­te tut­te) in fin dei con­ti diven­ta asso­lu­to­ria nei loro con­fron­ti (e autoas­so­lu­to­ria nei nostri, se il male non è più banale).

Ci sei o ci fai?

C’è infi­ne un ulti­mo sen­so da poter dare alla sup­po­sta fol­lia di Trump, ovve­ro per con­ver­so quel­lo di una fin­ta fol­lia: la Mad­man Theo­ry è una stra­te­gia poli­ti­ca teo­riz­za­ta a poste­rio­ri sull’operato dell’amministrazione Nixon, basa­ta sull’immagine di un pre­si­den­te irra­zio­na­le (ancor­ché non psi­co­pa­ti­co) e quin­di dispo­sto a mos­se impre­ve­di­bi­li e fuo­ri dal­la logi­ca del­la mutua distru­zio­ne assi­cu­ra­ta, nel­la Guer­ra Fredda.

Una rot­tu­ra car­ne­va­le­sca del­le illu­sio­ni, una decli­na­zio­ne dell’in vino veri­tas.

La sua effi­ca­cia non è in real­tà gran­ché accre­di­ta­ta, anche per quan­to riguar­da la sua sup­po­sta ado­zio­ne da par­te di Trump, che fra dazi e Iran si è gua­da­gna­to la locu­zio­ne TACO, Trump always chic­kens out (“Trump si tira sem­pre indie­tro, fa sem­pre il coni­glio”). Non pro­prio un matto.

Foto­mon­tag­gio paro­dia del pro­ver­bia­le China’s final war­ning russo
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Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.

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