Terzo tempo, un nuovo inizio condiviso

«Dopo i sessanta tutto può succedere. Soprattutto se sei sposato con Costanza»

Terzo tempo propone una riflessione ironica e profonda sulla vecchiaia, ribaltandone la consueta percezione di fase conclusiva dell’esistenza. Non un epilogo ordinato, ma uno spazio ancora aperto, instabile, in cui tutto può ancora essere rimesso in gioco.

Al Tea­tro Fran­co Paren­ti di Mila­no, dal 20 mag­gio al 7 giu­gno, è in sce­na Ter­zo tem­po, trat­to dal­l’o­mo­ni­mo roman­zo di Lidia Ravera.

Il tito­lo pren­de in pre­sti­to una meta­fo­ra del rug­by: il ter­zo tem­po è il momen­to con­vi­via­le che segue la par­ti­ta, quan­do le squa­dre avver­sa­rie si ritro­va­no insie­me per socia­liz­za­re, con­di­vi­de­re e azze­ra­re la ten­sio­ne del­lo scon­tro. Un gesto di ricon­ci­lia­zio­ne che diven­ta chia­ve inter­pre­ta­ti­va del­la vita stes­sa: dopo le dif­fi­col­tà, resta la pos­si­bi­li­tà di ritro­var­si, di ride­re insie­me, di rico­no­scer­si fra­gi­li e uma­ni. È da que­sta imma­gi­ne che lo spet­ta­co­lo costrui­sce il suo sen­so pro­fon­do, tra­sfor­man­do la vec­chia­ia in un tem­po di con­di­vi­sio­ne e di ricon­ci­lia­zio­ne esi­sten­zia­le.

Al cen­tro del­la sto­ria ci sono Dome­ni­coCostan­za, inter­pre­ta­ti da Pao­lo Hen­delLucia Vasi­ni, diret­ti da Ema­nue­la Gior­da­no. Ex coniu­gi, sepa­ra­ti, ma vici­ni, con­ti­nua­no a con­di­vi­de­re una quo­ti­dia­ni­tà fat­ta di pic­co­li riti, come la cena del mar­te­dì, e di un equi­li­brio affet­ti­vo mai del tut­to interrotto.

L’arrivo di un’eredità inat­te­sa cam­bia però il qua­dro: un anti­co con­ven­to iso­la­to, immer­so nel­la natu­ra, diven­ta il luo­go in cui imma­gi­na­re un pos­si­bi­le nuo­vo ini­zio. Costan­za, impul­si­va e visio­na­ria, deter­mi­na­ta a non con­si­de­ra­re con­clu­sa la pro­pria sta­gio­ne esi­sten­zia­le, vede in quel­lo spa­zio la pos­si­bi­li­tà di costrui­re una comu­ni­tà aper­ta, un luo­go di incon­tro con vec­chi ami­ci, qua­si un espe­ri­men­to di vita col­let­ti­va. Dome­ni­co, più iro­ni­copru­den­te, osser­va inve­ce quel pro­get­to con dif­fi­den­za, com­bat­tu­to tra il desi­de­rio di seguir­la e la pau­ra di affron­ta­re l’ignoto.

Il terzo tempo

Il ter­zo tem­po del­la vita, così come vie­ne rac­con­ta­to, non è una fase di resa, ma una sta­gio­ne di riscrit­tu­ra per­so­na­le. È il tem­po in cui si pro­va a rimet­te­re in cir­co­lo ciò che sem­bra­va archi­via­to: rela­zio­ni, desi­de­ri, ambi­zio­ni, per­si­no erro­ri e con­trad­di­zio­ni. Non un fina­le, dun­que, ma una soglia anco­ra tut­ta da percorrere.

La mes­sin­sce­na gio­ca spes­so con un regi­stro meta­tea­tra­le: gli atto­ri esco­no e rien­tra­no nei per­so­nag­gi, fin­gen­do improv­vi­si vuo­ti di memo­ria seni­li e iro­niz­zan­do sull’età e sul­le pro­prie fra­gi­li­tà. Così tra bat­tu­te dimen­ti­ca­te per fin­ta, con­fu­sio­ne tra per­so­nag­gio e atto­re e scar­ti di pro­spet­ti­va, come quan­do Costan­za indi­ca il «cuci­no­ne» rivol­gen­do­si in real­tà al fuo­ri sce­na e Dome­ni­co dice di vede­re il tec­ni­co del­le luci, si crea un con­ti­nuo gio­co di sovrap­po­si­zio­ni tra fin­zio­ne e realtà.

 

 

 

 

 

 

 

 

Attor­no ai pro­ta­go­ni­sti si svi­lup­pa un micro­co­smo che arric­chi­sce e com­pli­ca la nar­ra­zio­ne. Il figlio Mat­teo, scrit­to­re in cri­si inter­pre­ta­to da Mar­co Mava­rac­chio, incar­na una gene­ra­zio­ne sospe­sa e incer­ta, men­tre Dolo­res, inter­pre­ta­ta da Vio­la Lucio, entra in sce­na con un’energia viva­ce e istin­ti­va e un lin­guag­gio dal tono spa­gno­leg­gian­te, por­tan­do una nota di leg­ge­rez­za al racconto.

A emer­ge­re è soprat­tut­to una visio­ne del­la vec­chia­ia come spa­zio di pos­si­bi­li­tà e non di chiu­su­ra. Una fase in cui si ride di sé stes­si, del­le pro­prie fra­gi­li­tà e pau­re, e si impa­ra ad «accuc­ciar­si nel pre­sen­te, accet­tan­do la real­tà», come dice la pro­ta­go­ni­sta, e «risco­pren­do la voglia di con­di­vi­de­re il tem­po che resta e di ride­re insie­me del­le trop­pe cose brut­te del­la vita per esor­ciz­zar­le», come sot­to­li­nea Pao­lo Hendel.

Ter­zo tem­po diven­ta così un invi­to a ripen­sa­re il futu­ro anche quan­do sem­bra tar­di­vo, resti­tuen­do alla vec­chia­ia una dimen­sio­ne anco­ra viva, aper­ta alla pos­si­bi­li­tà di nuo­vi ini­zi, incon­tri e sguar­di inat­te­si sul tem­po che resta.

Con­di­vi­di:
Chiara Cardella
Stu­den­tes­sa di Let­te­re, appas­sio­na­ta di let­tu­ra e scrit­tu­ra. Aman­te dei viag­gi e del­la sco­per­ta di cose sem­pre nuo­ve, sogno di tra­sfor­ma­re la mia curio­si­tà in una car­rie­ra gior­na­li­sti­ca. Cre­do che ogni sto­ria meri­ti di esse­re ascol­ta­ta e condivisa.

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