A pochi giorni dalla scomparsa dell’autrice, Persepolis si conferma un capolavoro necessario. Raccontando la sua infanzia e l’esilio, Satrapi dimostra che il popolo iraniano è la prima vittima – e non il complice – del fondamentalismo, trasformando la sua biografia in un manifesto universale di libertà.
Marjane Satrapi è una delle voci più autorevoli nella fumettistica mondiale. Di origine iraniana, è venuta a mancare il 4 giugno 2026. Rileggere oggi il suo capolavoro Persepolis (Francia, 2000) significa non solo immergersi nella storia autobiografica dell’autrice ma anche scoprire la storia dell’Iran. È considerato uno dei più importanti fumetti contemporanei, nonché – secondo il Guardian – uno dei 100 libri più rappresentativi del XXI secolo. L’opera segue la vita dell’autrice dall’infanzia trascorsa in Iran sino all’età adulta e al suo definitivo trasferimento in Francia nel 1994. Satrapi mette al centro della storia sé stessa e la propria vicenda personale per dare maggior spessore agli avvenimenti – anche traumatici – che si intende raccontare. Ciò che è avvenuto, dopotutto, è avvenuto a persone comuni, con storie e vite che potremmo avere noi.
L’infanzia
Satrapi, nata nel 1969, cresce a Teheran negli anni della rivoluzione islamica, in una famiglia di origine nobile. I genitori la educano secondo principi progressisti e aperti alla lettura della tradizione illuminista e marxista. Durante la sua infanzia assiste agli avvenimenti che sconvolsero l’Iran, dalle rivolte contro lo scià, all’instaurazione della teocrazia degli ayatollah fino alla guerra tra Iran ed Iraq. Satrapi riesce così efficacemente a raccontare sia la «Grande Storia» che la «piccola storia», che potrebbe riguardare tutti noi.
La storia di questo periodo così complesso per il paese viene raccontata con l’innocenza di una bambina di appena dieci anni, che, impotente, vive l’ascesa del fondamentalismo. In queste vignette emerge la difficoltà provata dalla giovane Marjane nel capire la differenza tra giusto e sbagliato in contesti dove non si sa cosa sia la giustizia (dove si sente, ogni giorno, di esecuzioni sommarie, tra cui quella del suo stesso zio). Emerge la confusione anche in merito alle riforme introdotte dal neonato regime teocratico, tra cui l’obbligo del velo. Le bambine a scuola vengono, da un giorno all’altro, obbligate a indossarlo, ma non capiscono veramente perché. Infatti, ci giocano, usandolo, ad esempio, come corda per saltare.
Già in giovane età la piccola Marjane comprende che, per capire davvero cosa stesse succedendo in Iran, era necessario leggere e studiare. Fin da subito emerge quindi un filo rosso che caratterizzerà tutta la narrazione, ovvero il potere – e la necessità – dell’istruzione.
L’adolescenza a Vienna
A 14 anni i genitori prendono la difficile decisione di «far emigrare» Satrapi per allontanarla dal regime che impone misure sempre più restrittive, soprattutto alle donne, e dalla guerra con l’Iraq. Così, si trasferisce in Austria, a Vienna. Qui intraprende un difficile percorso di integrazione ed emancipazione, ancora molto giovane, da sola e in una città straniera. Ai normali problemi che affronta un’adolescente – come le insicurezze sul proprio aspetto – si affiancano: la nostalgia di casa, la solitudine e i pregiudizi. Ed è proprio in questo limbo sospeso tra due mondi che Persepolis si rivela anche come la storia di una bambina chiamata a diventare donna prima del tempo, nel disperato tentativo di trovare la propria strada e di scoprire sé stessa.
Il periodo viennese è per l’autrice molto duro. Nella capitale austriaca Satrapi sperimenta l’ambigua condizione dell’esule, che da un lato ha nostalgia della patria, ma dall’altro è felice di essere andato via, anche se fatica a integrarsi. La trasparenza con cui all’interno del fumetto si mette a nudo, raccontando i sensi di colpa e gli errori commessi, rende il suo dolore e i suoi dubbi quasi universali. Anche nei momenti più bui permane però un sottile sottotono di ironia che – come dice l’autrice stessa – è l’unico stratagemma per «sopportare l’insopportabile».
Il ritorno in Iran
Nel 1988, alla fine della guerra con l’Iraq, Satrapi decide di ritornare a casa, a Tehran. Una volta tornata in Iran trova la sua patria profondamente cambiata, tra edifici distrutti e i nomi delle vie, quasi tutte dedicate ai «martiri». Viene anche a conoscenza delle vicissitudini e dei sacrifici dei suoi genitori durante la guerra, motivo per cui decide di risparmiare loro ulteriori sofferenze, non raccontando della sua negativa esperienza in Europa. Tuttavia, ciò la porta a soffrire di depressione, tanto da tentare di suicidarsi.
Il tentativo fallito di togliersi la vita viene interpretato dalla scrittrice come un segno del destino. Così ha inizio il suo processo di guarigione. In questa fase si inserisce la sua iscrizione alla scuola d’arte, che diventa la sua più grande passione. Intanto, il regime continua a controllare in modo poliziesco la vita dei cittadini, e Marjane e i suoi amici cercano di resistere come possono. Un altro tema centrale dell’opera è infatti il netto contrasto tra vita pubblica e vita privata. Se nella dimensione pubblica vige l’obbligo del velo, la repressione sistematica e la sottomissione totale alle regole del regime, è nello spazio privato che si consuma la resistenza silenziosa dei cittadini. Tra le mura domestiche, infatti, prendono vita feste, musica e momenti di autentica libertà. Al contrario, nello spazio pubblico di un regime repressivo, per resistere diventa vitale compiere piccoli atti di insubordinazione quotidiana – come, per una donna, il semplice mostrare il polso –, gesti minimi ma indispensabili per non perdere sé stessi e non farsi sottomettere completamente.
Decostruire il pregiudizio
Il romanzo restituisce un’immagine nuova dell’Iran, raccontato dall’interno e attraverso la voce di persone comuni, con storie che potrebbero essere le nostre. Questo concorre al raggiungimento dell’obiettivo di Satrapi: non solo denunciare i soprusi di un nascente regime teocratico, ma anche contrastare i pregiudizi sull’Iran e i suoi cittadini. L’autrice stessa ha dichiarato:
«Da allora [dalla rivoluzione islamica del 1979, n.d.r.] l’immagine di questa antica e grandiosa civiltà è stata indissolubilmente legata a fondamentalismo, fanatismo e terrorismo. Ma io, che sono un’iraniana che ha trascorso più di metà della sua vita in Iran, so bene che questa immagine è lontana dal vero. È per questo che scrivere Persepolis è stato così importante per me. Credo che non si possa giudicare una nazione intera per gli errori di pochi estremisti».
Così Satrapi contribuisce a decostruire i pregiudizi e gli stereotipi che da sempre circondano il popolo iraniano. Da un lato, smantella gli errori più banali e superficiali, ricordando a un Occidente spesso distratto che gli iraniani non sono arabi, ma persiani. Dall’altro, combatte il pregiudizio più crudele e debilitante: l’equazione secondo cui ogni iraniano sia un terrorista o un fondamentalista.
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