Il caporalato è un sistema trasversale di sfruttamento del lavoro vulnerabile che va dalla coercizione violenta nei campi, alle dinamiche del lavoro grigio nell’edilizia, fino al controllo digitale nella Food-Delivery Industry. Circoscrivere il fenomeno e definire le pratiche che possano eliminarlo è una sfida complessa che, come dimostrano i casi di cronaca, non è ancora stata vinta.
L’1 giugno 2026 a Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro braccianti sono stati uccisi, arsi vivi all’interno di un minivan. Le prime ricostruzioni considerano l’accaduto una ritorsione dei caporali di fronte alle proteste dei quattro uomini contro i mancati pagamenti e le continue decurtazioni illecite di denaro dai loro salari. Questo caso di cronaca è solo l’ultimo di una lunga serie di fatti analoghi che mostrano le diverse declinazioni di illegalità e sfruttamento del lavoro che dominano il settore agricolo – ma anche l’edilizia e la logistica – in Italia. Tra i casi più noti si ricorda quello del bracciante indiano Satnam Singh, che nel giugno del 2024 fu privato dei soccorsi e lasciato morire in seguito ad un incidente sul lavoro. Le notizie che riescono a raggiungere un livello di diffusione nazionale sono le più tragiche e sono solo la punta dell’iceberg di un sistema complesso di lavoro intensivo, disumano e sottopagato, che pure prospera in diversi settori dell’economia irregolare occulta del paese.

Che cos’è il caporalato in Italia?
Con il termine caporalato si intende l’intermediazione illecita nella selezione, nel reclutamento e nell’organizzazione della manodopera, la quale spesso si accompagna a forme di sfruttamento. Chi finisce nella rete del caporalato si trova spesso in situazioni di grande vulnerabilità economica e sociale – migranti senza documenti, richiedenti asilo, persone disoccupate con urgente bisogno di denaro. Questo estremo stato di necessità facilita la sopportazione degli abusi e riduce i casi di denuncia. Il caporale è l’intermediario illegale, che si assume il compito di garantire all’azienda manodopera rapida e a basso costo, occupandosi, per quanto riguarda il caso dell’agricoltura, del trasporto dei lavoratori nei campi e del loro vitto e alloggio – in condizioni sempre degradanti. Il ruolo del caporale si profila in maniera diversa nei vari contesti lavorativi e con pervasività variabile nella vita dei lavoratori, come rilevato dal Rapporto di ricerca del progetto InCas; in tutti i casi si prevede che alla giornata lavorativa, che supera di gran lunga le 8 ore, i caporali decurtino gran parte della retribuzione dovuta. L’azienda agricola o il datore di lavoro si appoggiano quindi ad un sistema che permette loro di abbattere i costi della manodopera e di evitare le tasse, affidandosi ai caporali invece che ai regolari canali e centri per l’impiego.
I salari sono drasticamente più bassi dei contratti nazionali e spesso si applica il sistema di retribuzione a cottimo, che prevede delle cifre irrisorie – tra i 3 e i 4 euro – per ognuno dei bins riempiti – ovvero grandi contenitori agricoli dalla capienza di circa 3 quintali di ortaggi. I lavoratori sono poi privati di qualsiasi tutela, in mancanza di contratti regolari non hanno accesso ai contributi per la pensione, ad assicurazioni contro gli infortuni e a tutele in caso di malattia. Ancora, chi è costretto a vivere a queste condizioni si trova anche spesso vittima di aggressioni fisiche – il caso di questo giugno è emblematico; vi sono poi casi in cui, come rilevato all’interno del VI rapporto dell’Osservatorio Placido Rizzotto FLAI-CGIL, ai braccianti viene impedito di allontanarsi dai ghetti e cascinali in cui sono stati alloggiati, attraverso rigidi controlli e il ritiro di passaporti o permessi di soggiorno a chi ne possiede.
Il lavoro grigio, il caporalato digitale e le proposte sindacali per contrastare il fenomeno.
Tale fenomeno non è solo proprio del settore agricolo, né solo del Meridione. Come afferma il Tenente Colonnello Marcello Egidio, intervistato su Quotidiano Nazionale: «Il caporalato si evolve con la società, diventando un fenomeno trasversale». Nel Nord prevale la figura dei «caporali in colletto bianco», ovvero consulenti del lavoro che celano l’illegalità dietro lunghe pratiche burocratiche.
In questo caso il fenomeno assume la formula, sicuramente meno violenta, ma più subdola, del lavoro grigio, nel quale un contratto esiste, ma le condizioni di lavoro sono radicalmente peggiori di quelle scritte sulla carta e firmate. Ciò accade, ad esempio, attraverso la stipulazione di contratti part-time, mentre si costringe il dipendente a lavorare a tempo pieno; in altri casi il lavoratore, ricevuto il bonifico bancario dall’azienda, viene forzato, sotto minaccia di licenziamento, a prelevare parte dello stipendio e a restituirla in contanti. Il lavoro grigio rappresenta, se integrato al sistema del caporalato, uno scudo contro le ispezioni. Nelle grandi città inoltre, dove i servizi di Food Delivery sono sempre più diffusi, sorge ora anche il fenomeno del caporalato digitale, dove l’intermediazione illecita e avviene tramite il sub-affitto degli account sulle piattaforme di consegna e l’imposizione di trattenute (che arrivano fino al 50%) sui compensi.
Il caporalato risulta essere quindi un fenomeno di vasto raggio, diffuso su tutto il territorio italiano nelle più varie declinazioni, all’apparenza molto diverse tra loro. Il nucleo comune sta nell’intento intrinsecamente capitalista di massimizzare il profitto a qualunque costo, a scapito di chi ha meno strumenti per sottrarsi agli abusi e che più si presta a ritmi e dinamiche lavorative ingiuste e disumane. Il carattere mutevole del caporalato rende estremamente difficile inquadrare definitivamente il fenomeno, nonché riconoscerlo nelle sue forme più nuove e sofisticate, che sembrano rientrare nei limiti della legalità. Inoltre risulta estremamente complesso individuarne le radici profonde, passaggio fondamentale per poi costruire pratiche legali e sociali che contrastino il fenomeno. Il fronte sindacale si muove nella direzione di ripristinare la presenza dello Stato e del Pubblico nella creazione di strumenti intermediazione lecita, attribuzione di alloggio e trasporti; si sottolinea poi la necessità di colpire non solo i caporali, ma anche e soprattutto le grandi aziende, la soddisfazione dei cui interessi è il fine e la causa prima del caporalato. Tali proposte, a cui si aggiunge il monito della pratica di acquisto consapevole da parte dei consumatori, se realizzate potranno certo limitare questa pratica, ma, come sostiene Egidio «il vero cambio di paradigma potrà avvenire solo attraverso l’acquisizione di una reale percezione che la violazione delle regole di condotta in termini di sicurezza sul lavoro, salario adeguato e formazione dei lavoratori non sarà più economicamente conveniente».

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