Giuseppe Tognon, pedagogista ed ex-Sottosegretario di Stato, dal 2008 presiede la Fondazione trentina Alcide De Gasperi e, dal 2016, l’Edizione nazionale digitale dell’epistolario del leader democristiano. Oggi ci concede un’intervista in occasione degli 80 anni dal «capolavoro politico» di De Gasperi.
Come spiegherebbe il 2 giugno a un ventenne, in una frase?
Il 2 giugno 1946 è una data eponima, cioè che racchiude in sé molti eventi: la nascita della Repubblica Italiana per volontà popolare con il referendum tra Monarchia e Repubblica; l’avvento della democrazia antifascista come forma politica; l’elezione della Assemblea Costituente che scrisse la Costituzione del 1948. Il 2 giugno 1946 è una data patriottica: in quel referendum hanno votato anche le donne e si è costituito il suffragio universale che ancora ci accompagna.
Qual è il valore della scelta repubblicana del 1946 che oggi tendiamo a dare più per scontato?
Diamo per scontato che la democrazia politica sia qualche cosa di naturale, quando invece fu il risultato di scelte difficili e anche di una guerra civile. Oggi abbiamo perso la memoria degli anni della Seconda guerra mondiale e soprattutto della sconfitta dell’Italia, che l’8 settembre 1943 firmò la resa alle forze alleate. Diamo per scontato che la nascita della Repubblica non abbia richiesto tenacia e determinazione e soprattutto crediamo che sia stata una scelta tecnica quando invece fu una scelta politica determinata da tutti i partiti che avevano sostenuto la Resistenza al nazifascismo.
Si può dire che la differenza di voti fra Nord e Sud allora spaccò il Paese, o la scelta repubblicana era allora come oggi unitaria?
La scelta repubblicana fu chiara. Vinse per due milioni di voti. Certamente il Sud votò in massa per la Monarchia, ma non si può parlare di un Paese spaccato per due ragioni: la prima è che la scelta del referendum popolare fu più importante del suo esito; la seconda è che entrambi i fronti erano convinti che si dovesse cambiare regime politico. Il cuore di quel referendum del 2 giugno fu il ripristino della democrazia rappresentativa. L’altissima partecipazione a quel referendum mostrò quanto fosse radicato nel Paese il desiderio di rinascere.
De Gasperi è un esempio di repubblicanesimo e antifascismo trasversale a destra e sinistra: è giusto oggi parlare di 25 aprile divisivo?
De Gasperi divenne primo ministro nel dicembre 1945, quando si dimise il repubblicano azionista Ferruccio Parri. Era il leader della Democrazia Cristiana, un partito nuovo, interclassista, sostenuto dalla Chiesa ma laicamente autonomo in politica, guidato dalla convinzione che spettasse ai cattolici assumersi responsabilità di governo.
La cifra politica di De Gasperi fu la libertà. L’antifascismo degasperiano, così come il suo anticomunismo, fu un antifascismo per e non contro qualcuno. De Gasperi sapeva che il Paese era stato convintamente fascista e pose l’antifascismo sempre come una «pregiudiziale ricostruttiva», come scelta morale, come assunzione di responsabilità storica del popolo italiano e come premessa per presentare agli alleati un’Italia nuova. Fu lui che propose al governo di dichiarare il 25 aprile festa della Liberazione dal nazifascismo.
Chi non riconosce l’antifascismo fa finta di non capire che la Repubblica non è “figlia di nessuno”, ma ha un passato da cui prendere le distanze. L’antifascismo è la radice che lega la Repubblica sia al passato sia al futuro. Si può essere di destra pur essendo convintamente antifascisti, così come si può essere di sinistra senza essere comunisti.
Il voto legittimo del 2 giugno non fu solo spaccato riguardo i numeri ma ci furono anche accuse di brogli e persino la risposta di Umberto II, che definì «gesto rivoluzionario» l’assunzione dei poteri di De Gasperi. Come giudica il processo di transizione verso lo Stato che conosciamo noi oggi?
La transizione dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 fu tutto sommato ordinata, gestita con prudenza dai sei partiti che avevano dato vita al Comitato di Liberazione Nazionale in un’Italia occupata.
Gli storici hanno dimostrato che i brogli o gli errori nel conteggio dei voti in occasione del referendum istituzionale del 2 giugno furono marginali. Umberto II nelle settimane che seguirono tentò di resistere, anche mal consigliato dai suoi collaboratori. La monarchia sabauda non godeva più del prestigio per mettere in discussione un risultato popolare.
Il governo decise di attribuire a De Gasperi i pieni poteri di capo dello Stato, così da dimostrare che tutti i partiti volevano voltare pagina. Umberto II, succeduto al padre che si era ritirato in Egitto, alla fine si comportò signorilmente e il 13 giugno 1946 prese la via dell’esilio in Portogallo.
La svolta di Salerno del 1944 ventilava l’idea che fosse l’Assemblea Costituente a decidere il nuovo assetto istituzionale. Come è riuscito De Gasperi a convincere che la scelta del referendum fosse la cosa giusta, e perché?
[NdA: la Svolta di Salerno fu un compromesso promosso dal segretario del PCI, Togliatti, su impulso dell’URSS]
La Democrazia Cristiana, nelle prime elezioni amministrative della primavera del 1946, aveva mostrato di essere il partito di maggioranza relativa nei territori. Il prestigio di De Gasperi cresceva.
Il suo capolavoro politico fu duplice: valorizzare al massimo il referendum popolare come momento fondativo del nuovo Stato, lasciare all’Assemblea Costituente il compito della Costituzione separando il momento costituente da quello del governo del Paese. Riuscì a portare la coalizione di governo a decidere che l’Assemblea non dovesse intervenire nell’azione di governo, se non per la fiducia ai governi, per il Trattato di pace e per poche altre questioni. Togliatti e Nenni, leader del Partito Comunista e del Partito Socialista, acconsentirono a concentrare sul governo, di cui erano parte importante, il potere di avviare la ricostruzione del Paese.
Con l’inizio della Guerra Fredda, De Gasperi divenne uno dei padri fondatori dell’integrazione europea. Nel prossimo futuro, in un’epoca di guerre, sovranismo e frammentazione internazionale, il suo europeismo rimarrà attuale?
De Gasperi fu filoamericano e per l’alleanza atlantica (la NATO) per necessità economica e strategica: il nostro Paese era proprio sulla frontiera tra i due blocchi che si stavano creando tra Occidente democratico e Unione Sovietica stalinista. L’Italia aveva il più grande partito comunista dell’Occidente. L’aiuto americano fu decisivo anche per combattere la miseria.
Era consapevole che l’Europa, se avesse voluto chiudere definitivamente con le guerre fratricide tra Stati nazionali, si sarebbe dovuta avviare verso una forma federativa e democratica capace di trasformare un continente distrutto, litigioso e colonialista in un protagonista del ritorno della democrazia e della pace nel mondo. De Gasperi fu europeista per convinzione: pensava ad una Patria europea, ad un progressivo allargamento delle cooperazioni economiche tra i popoli e anche ad una Comunità Europea di Difesa, la CED, che purtroppo il voto francese del 1954 fece naufragare.
Sono temi e propositi oggi di straordinaria attualità. De Gasperi, un trentino che proveniva da una minoranza italiana, aveva vissuto la crisi e il crollo dell’Impero austroungarico di cui fu suddito fino al 1918. Capiva inoltre che la protezione americana nella Guerra Fredda avrebbe potuto un giorno finire e voleva che l’Europa si unisse per assumersi in prima persona la responsabilità di difendere i propri popoli da ogni imperialismo.
Intervista a cura di Edoardo Ansarin e Michele Cacciapuoti

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